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Quando l’aborto era clandestino: storie da non dimenticare

Lei scrive:

Quando ancora la gravidanza era vissuta come un obbligo, con la vergogna e lo stigma destinati solo alle donne, ogni rapporto sessuale per me era un incubo. Iniziavo senza problemi, lo ritenevo un mio diritto, una mia libera scelta, ma poi mi tornavano in mente tutte le ragioni che mi obbligavano a sentirmi in trappola. Usare la pillola era un po’ come dichiarare che io fossi una zoccola e sperare nella capacità dell’uomo di tenermi al sicuro era più un atto di fede che una certezza assoluta. Il tempo di cui vi parlo è relativamente recente. Pensate che l’aborto legale è un diritto solo da poco e che lo è diventato grazie alle tante donne che hanno macchiato di sangue e dolore il percorso di liberazione.

Quando chiedevo se lui avesse un preservativo in tasca mi rispondeva che non aveva voglia di usarlo perché limitava il (suo) piacere e poi, d’altro canto, il fatto di non usarlo doveva essere ritenuto come un complimento rivolto a me. Solo con le zoccole il preservativo era un obbligo, perché considerate sporche e malate. Ma io, ragazza per bene, non avevo quel genere di problemi e dunque il fatto che lui non usasse il preservativo diventava una sorta di lusinga, un riconoscimento per le mie virtù.

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Lettera aperta alla non-favolosa presidente di Arcilesbica

Rita Pierantozzi scrive in risposta a questo articolo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano.

 

Mia cara Cristina,
ci conosciamo da tanto e che tu non sia favolosa mi è dolorosamente chiaro.
Già chiamare Porpora Marcasciano “ideologa transessuale” e non “attivista coraggiosa che molto ha fatto per il movimento” ti toglie qualche punto di favolosità ai miei occhi, ma andiamo con ordine.

C’ero quando nacque Arcilesbica a Bologna, c’ero quando fu effettuata la scissione da Arcigay e votai contro.
Per motivi che andavano da pratici ad ideologici.
Ritenevo che non poter più usufruire degli spazi comuni e dei fondi comuni fosse un handicap forte per le donne ed inoltre pensavo fosse più efficace una lotta di occupazione dall’interno di qualunque spazio, sia fisico che politico.
Avevamo il diritto di esserci, qualunque cosa i “maschi” dicessero e si erano verificate diverse occasioni durante le quali avevano avuto il Cassero inondato dalle donne “ob torto collo” ed era stato grandioso.

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Uomini in carcere studiano di femminismo e mascolinità tossica

Traduzione dell’articolo di Maya J. Boddie su Blavity

Nota della traduttrice: L’articolo parla di un documentario realizzato per parlare dell’implementazione di un programma carcerario volto a scoprire i fondamenti di alcune condotte umane, un’introspezione che prenda in esame la cultura patriarcale in cui siamo -spesso inconsciamente- immersi.

The Feminist on Cellblock Y’: un programma carcerario che sollecita gli uomini a studiare il femminismo, e prende in causa il problema della mascolinità tossica.
“Può essere pericoloso essere femminista in prigione”, ha detto Richard Reseda.

Richard Edmond Vargas, noto anche come “Richie Reseda”, è un criminale condannato per rapina a mano armata, che ha trascorso un po’ di tempo (da quando era un adolescente) in una prigione per soli uomini a Soledad, in California.

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Lettera di una non-femminista

Lei scrive:

cara eretica,

sono una donna di 36 anni, disoccupata, depressa, costretta ad abitare con i miei perché non ho un soldo per vivere da sola. credo di essere stata violentata una volta da un uomo che mi ha costretta ad un rapporto orale. Non sono mai stata effettivamente amata e non ho mai avuto una relazione che durasse più di una settimana. non so perché ma dopo un po’ gli uomini che mi avevano usata mi buttavano via.

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“Gli uomini mi spiegano le cose” – riflessioni a margine

di Simona

La prima volta che decisi di andare in libreria per comprare un libro che analizzasse la questione femminile feci fatica a trovare quello che cercavo e fortunatamente avevo già un titolo, “Dalla parte delle bambine”.

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L’IDF si rivolge alle donne palestinesi: non andate alle proteste, il vostro posto è a casa!

Lo stesso esercito che si vanta del suo atteggiamento progressista nei confronti delle donne cambia completamente tono quando si rivolge a un pubblico di lingua araba.

“La femminilità di una donna sta nella sua grazia, la sua arma è il suo spirito. Dove sono questi nella personalità di questa terrorista? “

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Ragazze: non abbracciate mai pensieri che generano odio

Lei scrive:

Cara Eretica, volevo parlarti di una cosa complicata e spero di riuscire a spiegarla bene. Spesso parli di femminismo islamico e io sono grata per il fatto di avermelo fatto conoscere. Esistono però altre realtà che negano la mia stessa libertà e insultano le femministe islamiche perché non interpretano il Corano secondo i dettati di uomini integralisti e fanatici. Ma il mondo musulmano non è fatto di questo. Mi sono trovata a frequentare altre che come me vivono con famiglie musulmane ma è errato pensare che in tali famiglie i padri o le madri spingano le ragazze a essere schiave di regole antiche.

Ho visto ragazzine ribellarsi ai padri che volevano solo vederle laureate e indipendenti abbracciando la parte integralista della comunità musulmana. Ho visto italiani che pensano che supportare la comunità sia come dover prepararsi alla guerra. In realtà sono loro i fanatici perché la comunità è fatta di persone che lavorano, che sono migrate per dare un futuro ai figli e che non hanno tempo per pensare alla guerra. Sono persone buone che vengono guardate come fossero il demonio grazie al razzismo diffuso da politici e militanti di destra.

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