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Sessismo politicamente corretto

di Beatrice Toniolo

E’ iniziato tutto con la serie tv American Crime Story – The People vs OJ Simpson di FX, protagonista Sarah Paulson, che adoro. La premessa alla base di questa collana di serie tv è che ognuna tratterà di fatti realmente accaduti adattandoli quanto basta per incontrare il gusto del pubblico. Che scegliessero in caso di OJ Simpson era quindi una scelta logica. Qua in Italia a dire Simpson pensiamo ad altro, soprattutto coloro che hanno meno di trent’anni, perché o erano troppo piccoli, oppure non erano proprio nati quando i telegiornali di tutto il mondo seguirono il processo di Los Angeles. Cosa successe dunque? L’eroe del football americano, l’Afroamericano OJ Simpson ammazzò l’ex moglie ed un suo amico la notte del 12 giugno 1994. E la fece franca grazie ad un team di avvocati che ha fatto leggenda, dando vita alla battuta (che più o meno tutti avremo sentito una volta nella vita) “Non ti salverebbero nemmeno gli avvocati di OJ Simpson!”. E questa battuta era tutto ciò che sapevo in merito ad un evento successo quando avevo 8 anni.

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Ylenia, non fate violenza a una vittima di violenza

16003296_10210237350462855_1822184757477147575_nQualcun@ afferma, a proposito di Ylenia e la sua difesa dell’ex fidanzato, che andrebbe usato un Tso. usare un tso per una vittima di violenza è quanto di più violento si possa fare contro di lei. trovo questo genere di commenti paternalisti. non si tratta di giustificare una “scelta” ma di comprendere quali siano le dinamiche delle quali va tenuto conto prima di sganciare qualunque giudizio gratuito. trattare una vittima di violenza come una “malata” è paternalista ed è anche autoritario. non puoi dire che sai quel che è bene per lei perché il percorso di uscita dalla violenza deve essere fatto con lei e non nonostante lei.

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Datti fuoco

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Lei lo lascia e lui le dà fuoco. Inizia così la carrellata di esempi di femminicidio dell’anno 2017. Mia e di nessun altro, e già immagino i mille modi in cui si potrà definire la faccenda. Avremo mai la libertà di dire di No senza subirne le conseguenze? Avremo mai il diritto di dire di Si e di essere considerate consapevoli per la scelta fatta senza che qualcun@ dica che non lo siamo? Sono due cose da mettere sullo stesso piano, perché non conta quel che diciamo o vogliamo o desideriamo. Conta solo quello che vuole la persona che intende imporci le sue regole, per proprio tornaconto o per motivi più ideologici, come quando a te non viene riconosciuto il diritto di scegliere cosa fare quando resti incinta, perché non sei tu a poter decidere di abortire liberamente. O come quando ti si dice che il tuo No non era comunque abbastanza per evitare uno stupro, ed ora, in questa circostanza, c’è chi dirà che non è sufficiente che tu lasci il tuo ex fidanzato perché comunque lui avrebbe tutto il diritto di tentare di tornare insieme, perché l’amore, perché la sofferenza, perché il possesso, perché bla bla bla, al punto che per obbligarti a cedere è disposto perfino a mutilarti a vita.

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Dell’analogia giornalistica tra la roba vecchia e la moglie lanciata dalla finestra

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Update: l’articolo è stato modificato e si trova sul sito de Il Messaggero nella versione che potete vedere QUI

Si tratta di un tentato omicidio. Un tale ha massacrato di botte la moglie e poi l’ha buttata dalla finestra. Lei è sopravvissuta, almeno per quel che se ne sa, ma chi ne scrive nell’articolo de Il Messaggero trova utile ironizzare facendo analogie tra la roba vecchia lanciata la notte di capodanno e la moglie del violento, tra i botti del capodanno e quelli di chi litigava in quella casa.

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La Regione Liguria e il muro dell’orrore (con le bambole) dedicato alle vittime di femminicidio

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Luisa scrive:

“Ci sono passata davanti piu’ volte da fine novembre e ogni volta ho fotografato con l’indignazione che mi faceva tremare la mano e le foto venivano mosse. oggi ce l’ho fatta e posso mostrare il muro delle bambole. l’horror wall voluto dalla Regione Liguria per il 25 novembre e che ahime’ sempre lì sta e stara’. Bambole, pupazze, icone di film dell’orrore di quart’ordine inanimate appese. vittime anonime disumanizzate infantilizzate con ferocia. Non in mio nome. in quel muro io non mi ci vedo e non vedo neanche le tante donne che ogni giorno combattono la violenza o la subiscono. Rimbocchiamoci le maniche c’e’ da lavorare e tanto.”

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Emis Killa: e se rilanciassi un messaggio contro la violenza di genere?

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Gentile Emis Killa,

ho letto la risposta che ha dato a Cristina Obber su La24esimaOra e la risposta che ha consegnato ai suoi fan su facebook. Sono una tra le femministe che ha contestato apertamente la sua canzone e ha descritto le contestazioni che altre hanno espresso non consegnandosi ad un bisogno di censura o affidandosi a protettori e paternalisti ma esprimendo rabbia e giusta reazione rispetto a qualcosa che le colpisce, che ci colpisce tutte.

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#Ri-Make: “cantiamo della libertà delle donne e non della loro morte”

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Dalla pagina fb di Ri-Make:

Oggi le compagne femminist* di Ri-Make sono entrate nel teatro San Babila a Milano, dove Emis Killa presentava il suo nuovo album [Guarda Video]. Nel testo di una delle sue canzoni si possono ascoltare frasi come “preferisco saperti morta che con un altro“.

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Emis Killa e la canzone che legittima stalking e femminicidio

Ci sono cose che dovrebbero essere ben stigmatizzate perché rientrano in una mentalità piuttosto comune, fin troppo comune, e se dici in una canzone che lo stalking e il femminicidio è ok direi che non puoi aspettarti che chi ti ascolta e ti canticchia sappia distinguere. Non so chi sia, questo cantante di cui sento parlare solo ora, ma so che le parole:

“Ennesimo messaggio, dopo il “bip”
Ho provato a contattarti mercoledì
Perchè ho un amico che ti ha visto in centro
Che parlavi con uno e io non ci sto dentro
E no che non è mica detto che sia come penso
Ma da una settimana hai il cellulare spento

Lo so sono egoista
Un bastardo
Ma preferisco saperti morta che con un altro
(…)
Io che intaso di messaggi la tua segreteria
O che tu fai la scema in giro ma in segreto sei mia [Read more…]

Amanda Knox, documentario su Netflix: tra pregiudizi di genere e gogne mediatiche

Guardare il documentario su Amanda Knox, visibile su Netflix, mi fa venire voglia di urlare. Più lo ascolto e metto assieme i dettagli di questa terribile vicenda e più mi viene voglia di dire: ma dove cazzo eravate tutti quanti voi quando in pochissim* dicevamo che tutto si giocava sulla demonizzazione dei processati e sulla santificazione della vittima? Di più: si giocava sulla dicotomia santa/puttana e Amanda Knox non veniva giudicata solo in quanto promiscua, perversa, demoniaca, pazza, ma come conduttrice di un gioco erotico a base di sesso/droga/rock&roll (per droga si intende niente po’ po’ di meno che lo spinello). Una vittima di stupro e femminicidio non ha bisogno di essere definita in quanto santa per essere riconosciuta come vittima. Ma noi, qui, in Italia, sappiamo bene che se di lei, di Meredith Kercher, si fosse detto che si trattava di una normale ragazza come tante, le cui esperienze sessuali poco c’entravano con quel che le è successo e poco c’entravano con il processo alla ricerca di colpevoli da condannare, qualcuno, anzi, più di una persona avrebbe scritto che se l’era cercata. L’avrebbero detto eccome. Invece hanno trovato lei, Amanda Knox, che è diventata famosa suo malgrado, perché non penso volesse passare alla storia per la manipolativa e perfida fanciulla dallo sguardo di ghiaccio.

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Essere “uomo” non fa di me un carnefice

Questa è una vecchia campagna firmata Toscani per Donna Moderna. Orrenda perché attribuisce ruoli di carnefice e vittima in rapporto al sesso biologico e al genere.

Questa è una vecchia campagna firmata Toscani per Donna Moderna. Orrenda perché attribuisce ruoli di carnefice e vittima in rapporto al sesso biologico e al genere.

 

di Mario No

Sono stanco, enormemente, profondamente, emotivamente stanco.

Qui leggo che gli uomini – tutti gli uomini – sarebbero responsabili della violenza di genere, indiscriminatamente, fino a quando non accettano di avere un ruolo sociale nel dovere di dissociarsi, se non accettano di farsi marchiatori apponendo stigma sociale ad altri uomini, che una volta commessa violenza non sarebbero più “veri uomini”.

Su Internazionale invece l’accento si pone sulla rieducazione dell’uomo patologicamente violento, ma delle cause di questa violenza non se ne parla. E allora mi viene il dubbio che questa violenza si ritenga essere innata.

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