Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Lui minaccia di uccidermi: aiutatemi finché sono ancora viva!

Lei scrive:

Buongiorno, questa signora è una signora del mio paese, vorrei pubblicassi la sua lettera. Più che altro è una richiesta di aiuto da una condannata a morte. Grazie!

E suggerendole di farsi seguire da un centro antiviolenza, uno tra i tanti esistenti in Italia, ecco la sua storia. La pubblichiamo anche perché quando le cose vanno storte è facile dire che le vittime non si sono ribellate e non hanno parlato. Lei parla. Ascoltiamola!

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“Mi chiamo Serena Giordanelli, ho due figli di 8 e 11 anni, se scrivo questa lettera è perché mio marito non mi ha ancora ammazzata. Ha promesso che lo farà, ha già ucciso mia sorella Annalisa il 27 gennaio del 2016: l’ha strangolata e massacrata con un piede di porco perché la considerava colpevole della nostra separazione. Ha confessato, ora è in carcere ma vuole uccidere anche me: mi ha scritto che me la farà pagare, le guardie hanno trovato nella sua cella una lettera indirizzata a una persona di sua fiducia. Dice: “Lei va a camminare la mattina in direzione del porto, basta un colpo secco alla testa, mi raccomando scegli delle persone fidate. Se non l’ammazzi almeno mandala sulla sedia a rotelle, è l’unica cosa che può darmi un po’ di pace”.

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Antisessismo, Autodeterminazione, R-Esistenze, Recensioni

Ecco il video che racconta di Stefania Noce. Per non dimenticare!

Vi ricordate di Stefania Noce? Voglio sperare di si ed è proprio per non dimenticare che Bibi Bozzato ha deciso di divulgare il video che qualche anno fa aveva montato per raccontare la vicenda. Nel suo video sono registrate le voci dei genitori, Ninni e Rosetta. Si cerca di mettere in evidenza il fatto che quel femminicidio non è stato un “raptus” ma il frutto di una precisa volontà di offendere che ha portato l’assassino, ora condannato definitivamente all’ergastolo, a tentare di manomettere l’auto della madre di Stefania, a prendere la mira per colpire con una balestra e poi c’era il possesso di una serie di armi una delle quali è diventata lo strumento attraverso il quale lui ha tentato di uccidere la nonna di Stefania, poi ha ucciso il nonno che tentò di difendere la nipote e infine si scagliò violentemente contro Stefania uccidendola. Lei non voleva più stare con lui, aveva detto no e questo figlio di buona famiglia, italiano (capisci Salvini?), aveva fatto quello che normalmente si attribuisce a persone di altro ceto sociale. Come se gli assassini si distinguessero per classe o razza.

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Antiautoritarismo, Critica femminista, R-Esistenze

Sentenza di Bologna: il femminicidio non si previene con la galera

La sentenza di Bologna. Non ho letto le motivazioni ma solo quello che dicono i giornali e dunque ci sono tante cose che non possiamo sapere. Quello che so è che come previsto ha scatenato un’ondata di indignazione da parte di chi ritene che il carcere sia una soluzione. Non è la motivazione, l’attenuante della gelosia, che ha indignato la maggior parte delle persone, quanto piuttosto il fatto che la pena sia stata ridotta a 16 anni. Ma non è forse questo il tempo medio passato in carcere da chi uccide la moglie? 15 anni, a volte 10. Dipende da tante cose e questo riguarda poco il fatto che il femminicida sia stato coinvolto in un programma di reinserimento della società. Il carcere è un strumento di controllo sociale, serve a gettarvi dentro la gente come immondizia affinché la società possa deresponsabilizzarsi per quel che succede. Ma per noi che ci occupiamo di cultura quanta differenza può fare se un femminicida passa in carcere trenta o sedici anni? Nessuna. Il carcere non è un deterrente. Il carcere non risolve ed è infatti una questione che interessa a chi applica un metodo giustizialista su quel che dovrebbe invece essere risolto in termini di prevenzione e educazione al rispetto dei generi.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

I figli non possono stare con uomini che fanno violenza sulle loro madri

Lei scrive:

Mamma, ho preso la materia con 28…” – sono state queste le ultime parole che ho potuto dire a mia madre prima che morisse. Non le ho detto “ti voglio bene” o “sei una grande donna”. Le ho solo detto di aver preso 28 e lei era contenta. Un attimo dopo mio padre, divorziato da mia madre da dieci anni e denunciato varie volte per minacce e abusi, è riuscito a entrare in casa nostra ed è cominciato il litigio. Ho sentito le urla al telefono ed ero atterrita, paralizzata dalla paura. Non sono riuscita a muovere un passo o a smettere di ascoltare e chiamare la polizia. Quello che so è che ad un certo punto la voce di mia madre si è spenta e mio padre ha cominciato a singhiozzare e a dire cose tipo “è colpa tua… sei stata tu“.

Questo è successo molti anni fa ma non posso smettere di pensarci e di certo non posso perdonare mio padre che padre per me non è mai stato. Si vantava di pensare a sua figlia, ma se avesse davvero pensato a me non mi avrebbe portato via la mia mamma, il mio pilastro, il mio più grande punto di riferimento. Mio padre è andato in carcere anche grazie alla mia testimonianza. Inizialmente ha detto che lei era scivolata ma è morta per le botte e per strangolamento. Una caduta non può giustificare tutto questo. Ma mi fa male pensare che lui ci abbia provato, da vigliacco qual è sempre stato ha provato a negare. Poi, al processo, non riusciva a guardarmi negli occhi e quando ho raccontato di tutte le sofferenze che ha fatto patire a mia madre si vedeva che era contrariato. In cuor suo continuava a pensare che lui non aveva colpe. D’altronde le testimonianze delle mie zie e dei nonni lo hanno discolpato di tutto.

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Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Un uomo dà fuoco alla ex: ministro Salvini, questo è anche un suo fallimento politico

Ancora un femminicidio commesso dall’ex che “non accettava la separazione”. Lei non è morta ma gravissima perché lui l’ha picchiata, speronata mentre lei tentava di fuggire con l’auto e poi le ha dato fuoco. Come ho già scritto la violenza di genere non ha nazionalità ma la sua radice risiede nella cultura maschilista. Il fatto che il ministro dell’Interno risponda al mancato intervento istituzionale, dato che il crimine è stato commesso nonostante le tante denunce presentate dalla vittima, con la sua solita propaganda è indice di totale impotenza e disinteresse da parte delle istituzioni. Non è di certo il Codice Rosso (ma non c’è già il codice rosa?) che risolve la situazione.

Ministro Salvini, si sta arrampicando sugli specchi e lei lo sa bene. E mentre lei continua a istigare odio contro gli immigranti, considerati da lei la vera emergenza nazionale, le donne continuano a crepare per mano di uomini che per cultura continuano a risiedere nel tempo in cui ancora vigeva il delitto d’onore. E’ la cultura che deve cambiare. Di leggi ce ne sono già e non è responsabilità delle vittime il fatto che le istituzioni non abbiano risposto alle loro denunce. Si è sempre detto che lo stalking sia il primo violento segnale che avverte di un futuro delitto. Un uomo che non accetta la separazione comincia a perseguitare la vittima e in seguito la uccide perché non riconosce il diritto alla libera scelta della donna.

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Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

O la dai ad un “italiano” o non ti lamentare se ti ammazzano

Lei scrive:

Ciao Eretica,
vorrei segnalare questa serie di commenti sotto all’articolo di Bergamonews che trovi a questo link.
A volte i “commenti”, con il loro carico di odio razziale e colpevolizzazione ad ogni costo della figura femminile, mi provocano più ribrezzo ed angoscia delle notizie stesse.
Non è sufficiente che una ragazza della mia stessa età, a pochi km da me (non che età e vicinanza geografica cambino la gravità di quanto accaduto), sia stata uccisa dal proprio ex per aver osato prendere la decisione di lasciarlo, per aver scelto per se stessa, da donna libera, di chiudere una relazione. Non basta. Dobbiamo anche vedere persone (tante…troppe), adulte e apparentemente ragionevoli, incolpare e infangare con nonchalance, indignati ma per le ragioni più sbagliate.
Parafrasando, ma non troppo: vanno con gli stranieri e poi si lamentano se vengono ammazzate. Ghe sta bè (le sta bene).

A quanto pare con l’essere donna viene ancora oggi la colpa. A prescindere.
Un abbraccio a tutt*.”

Ps: il 90 e passa % di femminicidi vengono commessi da italiani. Le tante donne che vivono relazioni con uomini di altre etnie non muoiono ammazzate. Quando un femminicidio viene commesso da uno “straniero” non è un delitto etnico ma è violenza di genere. D’altro canto ai leghisti e ai razzisti delle donne non gliene frega niente (se ad ammazzarle è un italiano) salvo quando possono veicolare razzismo speculando sulla loro pelle. La pelle di donne morte e non di certo per i motivi addotti dai razzisti.

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Razia, 34 anni, affinché la sua morte non venga archiviata

Questo documento si riferisce alla spietata uccisione di una donna, Razia, da parte dell’ex marito, Rachid, entrambi richiedenti asilo in Francia senza che a lei sia stata garantita la minima protezione nonostante le tante denunce e il fatto che le donne di un rifugio abbiano tentato di proteggerla. Il documento (in basso in lingua francese) è stato tradotto da Benz.

Benz in premessa dice: “Questa traduzione si riferisce alla morte di una compagna in domanda d’asilo politico, Razia, uccisa dal suo ex-marito il 30 ottobre 2018, in pieno centro a Beçanson. Delle compagne femministe, hanno scritto un comunicato che ripercorre tutto l'”iter” di Razia e dei suoi figli per scappare dalle mani di quello che sarà il suo assassino. Nel testo sono analizzati i meccanismi che proteggono gli aggressori, dal settore amministrativo a quello giudiziario. Le responsabilità che non sono solo dell’assassino in questione, ma di tutto un sistema. Razia ha lottato con tutte le sue forze per continuare a vivere, ma non è stata creduta, non è stata protetta. Un pensiero pieno di rabbia e dolore vanno a questa magnifica donna che purtroppo non é più tra noi.”

Razia, 34 anni, affinché la sua morte non venga archiviata.

Il 30 ottobre 2018, Razia è stata infine pugnalata dall’uomo dal quale stava scappando, Rashid Askari, padre dei suoi figli. I rappresentanti dello Stato francese dichiarano oggi che per “mancanza di  prove” non si è potuto agire in tempo. Le persone che per quasi due anni hanno sostenuto Razia nella lotta per salvarsi la vita e quella dei suoi figli smentiscono questa versione.

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A #Catanzaro un altro femminicidio. Ragazze, non sottomettetevi mai a chi non rispetta le vostre scelte

Dopo una notte trascorsa a vomitare, per via di una influenza orribile, provo a riconciliarmi con il presente fino a quando non accendo la tv e sento al tg3 di una donna e del suo nuovo compagno uccisi dall’ex che non poteva sopportare che i due trascorressero un felice natale insieme. Giuro che è quello che in tv hanno detto. Ho sentito di tutto a proposito di pretesti per compiere un femminicidio con vittime collaterali, ma mai avevo ascoltato di un assassino che nomina il natale. Esprimere la solitudine interiore e la disperazione per buon rapporto finito, attraverso l’assassinio, non mi pare una buona cosa. Non è un metodo di comunicazione proprio di chi desidera ascolto. Poteva farselo donare da uno psicologo o da una parente o un amico che  avrebbero dovuto distoglierlo dall’obiettivo e dirgli che tutti abbiamo vissuto, più o meno, momenti tristi, ma mai abbiamo anche lontanamente pensato di ammazzare qualcuno. Semplicemente perché affrontiamo le sofferenze così come tutte le persone dovrebbero fare.

Se una persona dice che vuole andare altrove e vivere con un’altra persona di certo non spetta ad un ex manifestare prepotenza con la pretesa che lei sia sua o di nessun altro. La persona che vuole rifarsi una vita lontana da voi non è proprietà di nessuno e non può subire un delitto d’onore, perché di questo si tratta, commesso da chi non rispetta le sue scelte. Di mezzo ci sono sempre le scelte delle donne, la pretesa che essa si dedichi alla cura di un ex che pretende attenzioni – diciamo così – c’è di mezzo il non rispetto per il diritto di quelle donne a vivere secondo il proprio principio di autodeterminazione.

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