Mattina. L’infermiera mi scopre il braccio senza aspettare che io sia sveglia. Inserisce il suka-sangue per le analisi di turno e poi mi lancia a stampo un pezzo di cotone per fermare il flusso. “Stringi forte” – mi fa. Poi mi ricorda che devo affrontare la via crucis tra reparti di ogni tipo. Le tassiste addette al trasporto dei pazienti sono simpatiche e discutono di elezioni. Non oso dire che non ho seguito un tubo.
Prima tappa. C’è un lettino con la carta bianca a rullo. Fuori un pezzo e avanti un altro. Per questi giri di solito porto musica alle orecchie ma Loro chiedono che io sia Presente. Anche se ho l’impressione che non gli freghi un cazzo che io lo sia davvero. Allora tolgo le cuffie, mi preparo a fornire le risposte di rito e si inizia. Braccio in su, tetta in dentro, capezzolo in diagonale, spremuta di pelle, vibrazioni sottocutanee e nel frattempo di là guardano, indagano, dicono. Si passa alla posa successiva. Altra stanza, altra foto.
Provo a esprimere la sensualità delle mie viscere. Non fanno caso ai miei sforzi. Mi infilano un tubo in gola e parlano tra loro, di cose che pensano io non capisca. “C’è internet, ‘sticazzi!” – penso. Non sarò un medico ma due cose le ho apprese, a furia di sentirne parlare e di approfondire. Scandagliano, osservano, sentenziano. Chissà come sono venuta bene quando trattenevo il conato di vomito. E penso che sono riusciti a trovare buchi che non sapevo di avere. Potrò dire che in assoluto non sono più vergine, ma proprio per niente.
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