La posta di Eretica, R-Esistenze, Storie

Se anche la malattia è tutta colpa mia

Lei scrive:

ti seguo con interesse da anni. Vorrei condividere la mia storia, se avrai la pazienza di leggerla. Perché so che forse, almeno tu, non mi giudicherai. Ho provato a farlo con un’altra persona prima di te, ma lei mi ha giudicata eccome.

Mi viene sempre in mente un proverbio giapponese che dice: se cadi sette volte, rialzati otto. Vorrei chiedere all’antico saggio giapponese dopo quante volte sia lecito non rialzarsi più.
Nessuno sembra chiedersi cosa succede da grande a una persona che subisce abusi fin da piccola. Evidentemente le persone guardano troppi film hollywoodiani col lieto fine, dove basta un po’ di caparbietà e resilienza per ottenere qualsiasi cosa e per cambiare la propria vita. La realtà è ben diversa. Mio padre è una persona violenta e profondamente disturbata. Mia madre era una persona fragile. Non mi ha mai difeso nei confronti degli abusi di mio padre. Forse perché non ne era in grado. O forse perchè, anche se in maniera diversa, era un po’ abusante anche lei. I miei parenti, sia da una parte che dall’altra, hanno sempre fatto finta di non vedere. Anche se, silenziosamente, disprezzavano mio padre. Ma non era affar loro. Non erano affar loro le sue offese, le sue urla, i suoi schiaffi, le sue palpatine al sedere. Chissà perché la vergogna invece di essere del violento, ricade sulla vittima. Ero io quella che si doveva vergognare. Era mia la colpa di tutto.

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Le Pazze, R-Esistenze, Scrittura

Le Pazze – ottavo capitolo

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8

Ci ritrovammo in piedi, a Piazza Marina, tra Corso Vittorio Emanuele e Porta Felice, a Palermo. Non c’erano carrozze, quindi potevamo escludere di essere nel passato. Non c’erano neppure automobili né la normale ressa attorno al negozio che vendeva pane con la milza. Tutto era chiuso. Forse era troppo presto per fare il conto con un possibile futuro palermitano, ma era il mio ambiente. Finalmente ero nel mio elemento naturale. Un luogo di cui conoscevo quasi tutto, incluse le follie sparse un tanto al grammo, per ogni singolo abitante. Noi non avremmo fatto eccezione. Saremmo state un po’ com’erano tutti. Bastava solo adeguarsi e tentare di non apparire troppo strane. Le altre, fiorentine, assieme a Cecco, guardavano i dintorni con meraviglia. Non sapevano nulla della mia città natìa. Se Firenze era stata costretta a tornare agli orti e alla pesca, Palermo sarebbe stata in preda alla siccità e agli acquazzoni di ottobre. Non sapevo come potevamo cavarcela. Quello che riuscivo a vedere erano strade vuote e suggerii di avviarci per percorrere il centro storico. Salendo per la Vuccirìa, poi Ballarò, poi a destra per andare verso il teatro dell’Opera e continuando per Piazza Politeama.

Deviammo verso il quartiere del porto, a Borgo Vecchio, passando per il mercato ancora chiuso e tentando di raggiungere il mare. Restammo fermi vicino ad un chiosco che da quel che ricordavo vendeva angurie a fette. Era difficile stabilire in che modo il futuro di Palermo si fosse sviluppato. Sembrava una città abbandonata, il sole alto, era mattina o l’ora della pennichella. Non riuscivo a capire. Consigliai di tornare indietro, vicino al Teatro Massimo. Forse si sarebbero fatti vivi i turisti e i carretti siciliani in bella mostra. Potevamo incontrare il tizio che vendeva la grattatella, ghiaccio e limone. Pensare alle cose buone di Palermo mi faceva veniva l’acquolina in bocca. Poi un tale si avvicinò e osservando le nostre divise da lavoro fiorentino condensò il suo parere in un “minchia” di benvenuto. Si chiamava Totò e disse che per dei turisti come noi avrebbe fatto volentieri da guida. Risposi che non eravamo turisti e che ero palermitana anch’io. Voleva spillarci dei quattrini ma quando udì il mio accento si tirò indietro e provò a consigliarci.

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R-Esistenze

NO AL DDL MAIORINO e alle politiche calate dall’alto sulle nostre vite

da Ombre Rosse

NO AL DDL MAIORINO e alle politiche calate dall’alto sulle nostre vite.

Siamo molto preoccupate e arrabbiate dal crescente avanzamento del modello neo-abolizionista in Europa. Dopo Svezia, Francia e la proposta di legge in Spagna, in Italia viene proposto l’ennesimo disegno di legge che prevede la criminalizzazione del lavoro sessuale attraverso multe e, in caso di recidiva, carcere per i clienti. Non ci stancheremo mai di ribadirlo che la criminalizzazione non è mai la soluzione e continueremo a smascherare l’ipocrisia che si cela dietro a questa ideologia neo-abolizionista: criminalizzare non significa cancellare il lavoro sessuale, ma spingerlo ancora di più verso un contesto di violenza, clandestinità e pericolo.

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R-Esistenze

Proposta Maiorino danneggia la vita delle sex workers in Italia

dalla pagina del Comitato per i diritti civili delle prostitute

GRIPS, il Gruppo Italiano di Ricerca sulla Prostituzione e sul Sesso Work avverte:

La proposta di Maiorino è pericolosa per i diritti e la vita delle persone impegnate nel lavoro sessuale

Il disegno di legge n. 2537, firmato dal senatore Maiorino, introduce la punizione del cliente come via principale per determinare la riduzione della prostituzione e del traffico per sfruttamento sessuale.

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Comunicazione, Critica femminista, Culture, La scrittura delle donne, Pubblicazioni

La scrittura delle donne è ora un libro

Eccomi: Ho deciso di aggiungere un bel po’ di capitoli, con note a pie’ di pagina e farne un libro. Lo trovate QUI in versione ebook e QUI in cartaceo. Spero vi piacerà. Nel frattempo continuo a scrivere di Pazze e corpi colonizzati.

Un abbraccio a tutti e tutte 

Eretica Antonella

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Antisessismo, Culture, La scrittura delle donne

La scrittura delle donne: capitolo tre

Ancora scrittura per la libertà. Continua da QUI. Stavolta è un po’ saggio e un po’ pamphlet polemico. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


Capitolo tre: molte donne scrivono dopo aver cresciuto i figli.

Quando chiedevo a qualcuna: perché non scrivi? Rispondeva che c’erano cose più importanti. La cura della casa e dei figli. La scrittura veniva considerata come un hobby per ricche e credo siano le ricche ad aver dato questa impressione. Le donne povere non potevano permetterselo e soprattutto non potevano vivere la contraddizione di amare la scrittura e dover crescere dei figli. Se amavano la scrittura passava comunque in secondo piano. La differenza di classe era ed è ancora discriminatoria in questo senso. Non perché certe donne non abbiano qualcosa da dire ma solo perché non ne hanno il tempo e non possono concedersi il lusso di lasciare versi sulla natura dell’esistenza e sul vivere quotidiano. Se non capite quanto la differenza di classe e di genere sia importante in questo caso è bene che ve lo ricordi. Bisogna avere un reddito e una stanza tutta per sé per poter scrivere di qualunque cosa. Non ci sono altri modi, non ancora. In un mondo stretto nel privilegio maschile e in quello dei ricchi alle donne povere non resta che vivere con la colpa di sentirsi inadeguate qualunque cosa facciano. Vengono giudicate per qualunque cosa, dal modo in cui tengono la casa, dal filo di polvere intercettato dalla suocera, dalla cucina che dovrebbe essere il loro regno sebbene non credano alla storia di Cenerentola, dal modo in cui vestono i bimbi, come lavano i loro visi, come li spidocchiano, li pettinano, li vaccinano, li accompagnano a scuola e tutto il resto. Le donne devono rispondere sempre a qualcun altro o a qualcun’altra del proprio operato.

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La scrittura delle donne: capitolo due

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Capitolo due: donne scrittrici e nobili.

Ho lavorato per un po’ di tempo nella città di Palermo e tutte le scrittrici che venivano proposte erano quasi sempre appartenenti a famiglie nobili. Alcune vivevano all’estero e altre elargivano memorie della loro vita nobiliare, con acuta descrizione dei loro ambienti, le ville in cui vivevano, la genealogia che le caratterizzava. Le donne del Sud che scrivevano libri appartenevano ad una classe differente e quando leggevo le memorie dei racconti passati, con riti delle parenti a recitare il Rosario, con la descrizione esatta del momento in cui si consumava un pasto o una bevanda tipica del luogo, mi sentivo inadeguata. Dopo molto tempo compresi il perché. Non avevo mai vissuto in una villa, in casa non c’erano parenti che sgranavano rosari, non c’era il momento del dolce o della bevanda pomeridiana, non c’era nessuno che mi servisse un pasto a parte mia madre quando ero piccola. Palermo si divide in due contesti precisi, la classe nobiliare e la massa. Catania ha una natura più borghese e industriale ma Palermo continua a conservare quella divisione anche nelle memorie e nella pubblicazione di libri ad opera di donne che non rappresentano tutte le altre.

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La scrittura delle donne: capitolo uno

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Capitolo uno: reddito e una stanza tutta per sé. 

Vi siete mai chiesti perché la maggior parte degli scrittori famosi sono uomini? Semplicemente perché potevano. C’erano scrittrici che dovevano firmarsi con nomi da uomini per poter essere pubblicate. Diversamente le donne dovevano badare alla famiglia e alla casa ed eventualmente elevare il prestigio del marito. Delle mogli degli scrittori sappiamo molto poco a parte forse per gli autori contemporanei. Gli scrittori paraculo dicevano che le proprie mogli li ispiravano e le trattavano da Muse anche se poi erano semplicemente le loro serve. Altri scrittori ebbero rapporti molto conflittuali con le donne che non riuscivano a trovare spazio per sé stesse dove c’era già una prima donna. La prima donna era il marito, ovviamente. Gli scritti delle donne sono stati per lungo tempo disprezzati ho sminuiti a rango di romanzetti rosa. Si diceva che solo gli uomini potessero scrivere di argomenti interessanti perché le donne erano legate hai emotività e sentimenti che derivavano dal possedere un utero.  I romanzi scritti dalle donne venivano interpretati come troppo intimisti, troppo autoanalitici o autobiografici. In realtà le donne avevano un immaginario vastissimo e riuscivano a interpretare intere epoche in poche righe, riuscivano a dare vita a generi letterari a loro preclusi eccellendo in ogni caso.  

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Alla moglie dello scrittore: Ti prego, scappa!

Ho sognato uno scrittore conosciuto a Palermo, che mi invitava in casa a prendere un caffè. Una casa antica, di quelle che raggiungi attraverso scale di pietra e marmo, con le volte in corrispondenza dei pianerottoli. La casa aveva tetti alti, si trovava nei pressi di Ballarò, a servirci il caffè però non fu lui ma una donna. Lui mi parlava della sua maniera moderna di vedere le cose e poi si faceva servire da una donna che allontanò come se non fosse all’altezza di assistere alle nostre conversazioni. Lei aveva da fare, si giustificò lui, deve rassettare. Lui evidentemente non l’aiutava. Quella grande casa, vanto per lui e prigione per lei, la quale uscì in fretta e poi tornò con i cannoli freschi comprati chissà dove. Le dissi di sedersi, volevo parlare con lei, e lui ne fu offeso, come se il suo prestigio ne fosse offuscato, uno scrittore che mi concede di incontrarlo e io presto attenzione alla sua cameriera. Le chiesi se era felice e cosa pensava delle cose scritte dal marito e lei con dovizia di particolari tratteggiò un’opinione frutto di una complessa osservazione del lavoro che veniva svolto mentre lei serviva caffè e cannoli.

Lui l’artista e lei la serva che gli permetteva di poter scrivere senza pensieri di sorta. Le dissi che scrivevo anch’io e mi sarebbe piaciuto ascoltare la sua storia e lei con modestia disse che non era nulla di importante, la sua fortuna era stata quella di conoscere un uomo d’arte, il petto dell’artista si gonfiò con orgoglio, la moglie stava ricucendo un abito proporzionato alle nuove misure, sapeva come mercanteggiare e vendere il prodotto del marito. La venditrice era lei, lui solo un innocuo manutentore con la divisa d’ordinanza da intellettuale che indossava per averla ereditata dai genitori. La donna si comportava come si comporta ogni madre di famiglia siciliana che io abbia conosciuto. Non ne avevo mai vista una che solleticava tanto l’ego del marito, nonostante lui non facesse un cazzo in casa. La vera artista era lei e lui colse il mio pensiero sebbene io continuassi a discutere dei suoi progetti e di come egli aveva tratto spunto da fatti storici per determinare una narrazione sconclusionata sui fatti siciliani. Gli dissi che non mi intendevo di storicità, preferivo la fantascienza, ad esempio quella in cui un uomo portava il caffè alla donna intenta a scrivere un libro e mi chiedevo se mai mi sarebbe stato permesso di immaginare una visione simile, fuorché in situazioni nobiliari, come spesso accadeva alle scrittrici conosciute siciliane.

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Ledere la dignità per il tuo bene

Ci sono casi in cui qualcuno lede la tua libertà individuale e la tua dignità dicendoti che lo fa per il tuo bene. Avviene spesso per esempio nella cura dei minori quando si dice ad un bambino di non fare una determinata cosa altrimenti incorrerà in una punizione. Per paura di quella punizione il bambino limiterà le sue azioni. Mio padre mi diceva sempre che la mia testa era guasta e che solo lui avrebbe potuto condurmi per la retta via. Così mio padre mi picchiava e quel che ne traevo era solo paura e non un insegnamento che poteva regalarmi saggezza ed esperienza.

La stessa cosa mi diceva il mio ex marito che voleva insegnarmi come diventare donna senza che lui stesso fosse ancora divenuto uomo. Ogni metodo autoritario attinge al sentimento della paura immaginando che sia necessario suscitarla in nome di un bene superiore. Si può trattare della tua salute o dello studio, si può trattare di qualunque tipo di esperienza che vi riguarda, e in ogni caso verrà meno l’ascolto nei vostri confronti perché nessuno darà valore alla vostra voce.

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