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Perché non ho mai lasciato il mio papà violento

Lei scrive:

Mio padre mi leggeva I Miserabili per darmi la buonanotte. Il giorno dopo mi tirava addosso ogni cosa perché si era arrabbiato per niente. In casa mia era lui ad avere le mestruazioni, tanto per usare uno stereotipo sessista che etichetta le donne come suscettibili dei rapidi cambiamenti d’umore. Esistono tanti uomini che invece li hanno, i cambiamenti d’umore, ed è difficile separare i sentimenti di odio e amore che suscitano in eguale misura.

Si dice che i padri violenti non devono stare con i figli. Ma se i figli vogliono stare con loro? Io da piccola l’ho subìto, questo è vero, ma da grande ho scelto di stare con lui, pur conoscendo le sue paranoie, le sue incoerenze. Sentivo che aveva molto da insegnarmi e in effetti l’ha fatto. Quando si smette di essere adolescenti si guarda un genitore come persona, non per compatirlo ma perché quello che fa e dice è più facilmente comprensibile.

Quando mia madre è morta di infarto all’età di 40 anni non mi restava che lui, un uomo tutt’altro che solido. Pieno di contraddizioni e debolezze. Ma so che ha fatto del suo meglio e l’ho apprezzato per questo. In cuor suo mi ha amata e lo dimostrava quando era un po’ più lucido. Lui soffriva di attacchi di ansia fin da bambino. Veniva picchiato dalla madre se non tornava a casa con un pezzo di pane. Ha fatto di tutto pur di sopravvivere in un dopoguerra disastroso che ha massacrato e impoverito molte persone.

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I figli non possono stare con uomini che fanno violenza sulle loro madri

Lei scrive:

Mamma, ho preso la materia con 28…” – sono state queste le ultime parole che ho potuto dire a mia madre prima che morisse. Non le ho detto “ti voglio bene” o “sei una grande donna”. Le ho solo detto di aver preso 28 e lei era contenta. Un attimo dopo mio padre, divorziato da mia madre da dieci anni e denunciato varie volte per minacce e abusi, è riuscito a entrare in casa nostra ed è cominciato il litigio. Ho sentito le urla al telefono ed ero atterrita, paralizzata dalla paura. Non sono riuscita a muovere un passo o a smettere di ascoltare e chiamare la polizia. Quello che so è che ad un certo punto la voce di mia madre si è spenta e mio padre ha cominciato a singhiozzare e a dire cose tipo “è colpa tua… sei stata tu“.

Questo è successo molti anni fa ma non posso smettere di pensarci e di certo non posso perdonare mio padre che padre per me non è mai stato. Si vantava di pensare a sua figlia, ma se avesse davvero pensato a me non mi avrebbe portato via la mia mamma, il mio pilastro, il mio più grande punto di riferimento. Mio padre è andato in carcere anche grazie alla mia testimonianza. Inizialmente ha detto che lei era scivolata ma è morta per le botte e per strangolamento. Una caduta non può giustificare tutto questo. Ma mi fa male pensare che lui ci abbia provato, da vigliacco qual è sempre stato ha provato a negare. Poi, al processo, non riusciva a guardarmi negli occhi e quando ho raccontato di tutte le sofferenze che ha fatto patire a mia madre si vedeva che era contrariato. In cuor suo continuava a pensare che lui non aveva colpe. D’altronde le testimonianze delle mie zie e dei nonni lo hanno discolpato di tutto.

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A proposito di madri Vs ChildFree

Lei scrive:

Cara Eretica, qualche tempo fa si parlava dell’annosa questione “mamme vs childfree”.

È da un po’ che rifletto su questo e sono convinta che fare la guerra alle madri non ci aiuterà mai nell’essere accettati come cf, perché tanto loro quanto noi siamo frutto della stessa mentalità maschilista.
Non è contro le madri che dobbiamo alzare la voce, non è con loro che dobbiamo prendercela.

Di recente ho avuto una conversazione inaspettata e, a parer mio, molto interessante con una mia collega.
Lei ha due bambini, è una donna che si impegna nel suo lavoro e che sta cercando di crescere i figli al meglio delle sue possibilità.

Premetto che conosce le mie posizioni cf e che non mi ha mai giudicata per questo.
Quel giorno stavamo lavorando su un articolo da pubblicare (ci occupiamo di linguistica) in cui si indagano le spie del maschilismo viste attraverso la lente della lingua italiana, che ovviamente riflette la società che l’ha generata e che la usa, come qualsiasi altra lingua del mondo.

Io stavo valutando la possibilità di tradurre l’articolo anche in inglese e lei mi ha detto di non avere il tempo di farlo.
Le ho risposto che non era assolutamente un problema perché avrei potuto occuparmene io insieme ai nostri colleghi di lingua inglese e lei ha ribattuto, con tono seccato:
“Bello avere tanto tempo a disposizione, vero?”.

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Uomo picchia la figlia della compagna: “non sono meno femminista se critico anche lei”

Lei scrive:

Cara Eretica ho letto le tue considerazioni sulla vicenda della bambina picchiata dal convivente della madre. Capisco in linea di massima quello che vuoi dire ma mi trovo in disaccordo su molte cose. Non provo livore nei confronti di questa donna e men che meno voglio demonizzare le “madri cattive”. Per me quelle madri sono semplicemente umane come lo sono anch’io. Non siamo perfette, a volte i figli arrivano e ci rendiamo conto di quanto sia difficile prendersi cura di loro. So quanto sia facile mollare un figlio ad altri per prendere anche solo una boccata d’aria ma questa madre racchiude in se’ caratteristiche che mi preoccupano. Non si tratta di una madre che esprime consapevolmente egoismo per prendere tempo per se stessa. Non è una donna come quelle che ti raccontano storie difficili che tu pubblichi sul blog. Parliamo di una donna senza strumenti culturali, che non può e non sa emanciparsi da una situazione di degrado. Non è tanto il fatto che abbia dato ospitalità ad un uomo violento che mi preoccupa ma il fatto che chiaramente questa donna è una persona irrisolta, una che in televisione (l’ho vista dalla D’Urso) ha interpretato il ruolo della beddamatresantissima che a te non piace (neppure a me).

Lei, insomma, non è una di noi. Non è una donna che si mette in discussione e che analizza se stessa. Lei è una di quelle che rafforzano la retorica da “ventennio fascista” di cui parli. Lei contribuisce a realizzare la trappola che la terrà in ostaggio, prigioniera. Le tue critiche sono giuste ma credo sia opportuno fare dei distinguo affinché io, donna che non ha amato da subito il proprio bambino e che lo ha lasciato volentieri da parenti e vicini di casa, possa dirmi diversa. Quella donna è chiaramente vittima di ignoranza e pregiudizi. Lei parla per stereotipi, si adegua al bisogno di oggetti di indignazione del pubblico (ha detto in tv che vuole che lui marcisca in galera). Non è il mio nemico ma non è neppure una mia amica. Non stiamo dalla stessa parte e questo credo bisogna dirlo. Giusto sottolineare quanto siano gravi gli insulti che ha subìto ma altrettanto giusto dire che non mi considero meno femminista perché lei non mi piace. Non mi piace affatto.

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Lei difende il “patrigno” violento? Riflessione sulla retorica del martirio delle madri ” perbene”

Opera di Zidzi Slaw Beksinski

 

Appartengo alla categoria di donne che si è “rifatta una vita”. Non capisco esattamente che vuol dire ma è così. Nel senso che la vita è sempre la stessa. Non l’ho rifatta. Sono semplicemente andata avanti. Non sono migliore di altre donne e non le giudico. Se hanno deciso di stare con altri uomini che non sono i padri biologici dei loro figli le capisco. Perciò non penso di essere superiore a nessuno quando dico che mi irritava molto avere a che fare con un uomo che si permetteva il lusso di usare un tono autoritario con mi@ figli@. Se un “estraneo” interferiva con le mie scelte educative mi incazzavo moltissimo. Ma non ero sola. I miei mi hanno aiutata molto e so che la solitudine, specie nel ruolo materno, può togliere forza e anche lucidità. Perciò non mi vanto di non aver voluto nessuno in casa mia e di mi@ figli@. Diciamo che è semplicemente capitato. Il mio ex era un violento, mi ha quasi uccisa e di su@ figli@ se ne fregava. In ogni caso credo avrei pensato che la creatura stesse meglio con me che con lui. Anche quando sono stata cattiva, violenta io stessa, egoista e tutto quel che può fare sentire in colpa una madre in questi casi.

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Rifiuto i miei genitori e mi va bene così

Lei scrive:

Cara Eretica, ti seguo da ormai molto tempo e vorrei raccontarti la mia storia.

A volte si chiediamo se sia possibile e giusto rifiutare i propri genitori ed io penso proprio di sì.
Ti spiego anche perché.

Sono nata in una città del Sud Italia 35 anni fa ed ho trascorso un’ infanzia da reclusa in una famiglia borghese finto-comunista in cui l’unica cosa che contava era lo studio, uno studio matto e disperatissimo.
Non mi è stato mai chiesto come stessi e che sogni avessi, l’importante era portare a casa ottimi voti.
In realtà non bastava neanche avere ottimi voti, bisognava distinguersi ed essere superiori agli altri, nessuno doveva avere i miei stessi voti, un altro studente bravo quanto me non era concepibile.

Non esistevano amicizie vere, infatti non sono rimasta in contatto con nessuno dei miei compagni di scuola, non esisteva la possibilità di uscire, di fare un giro la sera, esistevano solo i libri, ai quali mi sono aggrappata con ogni forza per non impazzire, per ritagliarmi una via di fuga, un pezzetto di vita che fosse solo mio e lontano dal loro controllo.

Va da sé che io non potessi neanche frequentare un ragazzo.
Ad un certo punto mi sono anche convinta che essere nata donna fosse stata la più grande disgrazia della mia vita e che se fossi diventata lesbica avrei quantomeno avuto meno problemi con mio padre, perché avrei potuto frequentare delle ragazze spacciandole per semplici amiche.

Mio padre era ed è rimasto ancora oggi un troglodita emozionale, incapace di comunicare, abituato solo alla sopraffazione verbale e fisica.
Mi fa malissimo scrivere questo di lui, perché nonostante tutto gli voglio bene.

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Quando lui si fa chiamare “padre” solo per egoismo

Sono figlia di una coppia separata. Si sono separati quando io avevo pochi mesi, perciò non ricordo niente della loro vita in comune. Sono cresciuta con i miei nonni, in effetti, dato che mia madre ha sempre lavorato molto. Quando ero piccola faceva fino a tre lavori al giorno perché i nonni erano affettuosi ma a parte una pensione minima non disponevano di molto. E poi a mia madre è sempre piaciuto essere indipendente. Da sola è riuscita a comprare l’automobile a rate, abbiamo ristrutturato casa per ottenere una cameretta per me e mi ha fatto regali che non si sarebbe potuta permettere. Mi ha mandata all’estero quando ero al Liceo, perché diceva che è importante conoscere una lingua straniera. Mi ha fatto frequentare corsi privati sull’uso del computer e di diversi programmi di gestione. Dopo il liceo mi ha consigliato di proseguire gli studi scegliendo informatica perché secondo lei per trovare un buon lavoro, ovunque io scelga di vivere, o conosci bene il computer o ti laurei in medicina e io non amavo medicina. Ho frequentato anche un corso d’arte moderna perché mi piaceva disegnare e così a parte l’informatica ho appreso l’arte grafica.

Ora ho 28 anni, lavoro realizzando programmi informatici e mia madre aveva ragione: posso lavorare dove voglio e chiedere anche la cifra che voglio, sebbene il mercato non sia così facile come lei pensava. C’è concorrenza ma io sono brava e quindi affidabile. Ho avuto molte difficoltà all’inizio perché in Italia pensavano che una donna non potesse svolgere questi compiti. All’estero non è così e quindi posso perfino scegliere. Attualmente vivo in Norvegia e guadagno bene. Penso di completare due anni di lavoro qui, mettere da parte qualcosa e poi emigrare ancora verso un paese in cui fa più caldo. Mi piacerebbe vivere in Spagna o in Portogallo, perché no. La mia vita perciò non è così male nonostante io non abbia mai avuto rapporti con mio padre e lui si sia tenuto alla larga dai doveri nei nostri confronti e da noi. Alla fine ho imparato da mia madre tutto quello che c’era da imparare: una donna non deve dipendere da nessuno e mia madre si è data da fare affinché io potessi studiare e imparare come essere indipendente.

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