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La violenza invisibile: “Non avevo lividi. Era comunque un abuso”.

Stavo con il mio ragazzo solo da pochi mesi quando lui ha suggerito di andare a vivere insieme, in una zona in cui non conoscevamo nessuno: avrei potuto finire l’università vivendo della mia borsa di studio, mentre lui avrebbe lavorato. «È la cosa più romantica che mi abbiano mai detto», gli ho risposto. Avevo ventidue anni e lui ne aveva ventuno.

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Essere femminista non significa essere più “maschio”

Quando desideri essere amata ti innamori di un “ti amo”. Anche se è fasullo, anche se te l’hanno detto per portarti a letto. Il letto, quel luogo che sembrava tanto mostruoso e che poi ho scoperto essere comodo e piacevole per dormire e farci molte altre cose. Ma prima di arrivare a queste connessioni lettifere ho vissuto con la paura di non piacere. L’insicurezza è una bestia orribile da sconfiggere. Non era innata, non ce l’avevo alla nascita. Me l’hanno trasmessa assieme alla propensione a vivere sempre in difetto, aspettandomi che per ogni momento felice ce ne sarebbero stati almeno cento di quelli infelici. Pensando di non meritarmela neppure quella felicità. Non credendo mai a nessuno quando mi diceva “sei bella!”. Così lasciavo prima di essere lasciata, non perché io fossi più figa ma perché ero semplicemente umana. L’amore è stata una tragica corsia in quell’autostrada densa di emozioni da attraversare. Ho impiegato molto tempo a liberarmi di tabù e preconcetti. Gliela devo dare prima o dopo? Devo accettare di farmi toccare o devo fermarlo non appena tenta di togliermi le mutandine? Se prendo l’iniziativa avrà paura? Succede tutto naturalmente o serve sentire le campane?

Come tante io ho vissuto di abbandoni e di incontri felici. Ho vissuto quel che c’era e quel che cercavo. All’inizio andava bene. Pensavo di godermela e forse lo facevo davvero. Quando finì la mia prima storia seria, tra botte e pianti, allora dissi a me stessa di aver capito: pensavo di non meritarmi di meglio e avrei cercato quel “meglio” in ogni persona incontrata. Pensavo di avercela fatta, ero comunque sopravvissuta alle sofferenze e invece dopo un po’ mi rendevo conto che le paure corrompevano le mie storie. Pensavo che tutto fosse semplice ma diventavo posseduta dall’irrazionalità. A pensarci bene però avevo in qualche modo ragione. Capivo se lui mi stava tradendo, se per lui era finita e di colpo smettevo. Non mi sembrava opportuno lottare per tornare indietro. Li cacciavo dalla mia vita e penso di aver fatto bene a preservare la mia integrità. Ma ero anche decisamente moralista. Oggi non mi comporterei così di fronte a quello che non chiamerei più neppure tradimento. Non soffrirei e non mi farei governare il cervello dall’irrazionalità. Fosse per me mi andrebbe bene anche un rapporto non esclusivo, perché se lo pretendi come tale poi devi rispondere a tutte le esigenze dell’altro. E se non ne ho voglia? E se voglio godere di qualche spazio di libertà?

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Un augurio di libertà

Lei scrive:

Sono fresca del mio 31esimo compleanno e torna in me la voglia di scrivere, di scrivere di me. E’ stato un anno molto lungo. Compiuti i 30, cifra che aveva su di me un certo peso, non saprei dire se sociale o esistenziale o un miscuglio di entrambi, mi è sembrato che tutto sia rotolato senza controllo. Leggo tante di queste storie che da un lato non mi sento diversa da molte donne, dall’altro questa consapevolezza non mi fa sentire meno sola. Avremmo tutte un profondo bisogno di condividere di più.

Ho festeggiato i miei 30anni con una certa emozione e aspettativa. Accanto a me c’era il mio ragazzo, che mi sarebbe piaciuto definire compagno ma che un compagno non è stato mai, la mia famiglia e i miei più cari amici e amiche. La gioia un po’ offuscata di questa tappa inevitabile. Ma dopo pochi giorni, a inizio del nuovo anno, mi sono invece trovata ad affrontare una separazione. Dopo 5 anni insieme, non sempre solidi certo, dopo una semi convivenza, dopo essere entrati in vario modo nelle reciproche famiglie, lui si tira indietro e non se la sente di condividere i miei stessi desideri, primo tra tutti quello di vivere insieme.

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L’ordine del maschio ossessivo compulsivo

Ci vuole equilibrio in tutte le cose. Per esempio: mi fa piacere aver trovato un compagno che pulisce, lava, fa il bucato, aggiusta il letto e tante altre belle cose. Dico davvero, ne sono lieta, ma sarei più contenta se solo non mi osservassi come un falco che punta alla sua preda aspettando che io sbagli. Se lavo i piatti mi guardi per scorgere il difetto nel lavaggio, se stendo il bucato pretendi che lo faccia come lo fai tu. Se getto l’immondizia mi fai il terzo grado per capire se ho separato ogni grammo di qualunque cosa per la differenziata. Sono molto felice che tu ti senta così responsabile per il bene del mondo ma allora perché mi sento oggetto delle attenzioni di un ossessivo compulsivo che fa di tutto per rendermi insicura? Somigli a mia suocera, tua madre, ovvero colei che si incazza se ho riposto un piatto nello scaffale sbagliato. Sono talmente stufa di tutto questo che mi chiedo perché mai non dovrei lasciare tutto il lavoro a te. Controlli i piatti che ho appena lavato? Fai l’indagatore dell’incubo cercando residui non adeguatamente separati tra l’immondizia che ho appena confezionato? Vuoi il controllo di tutto? Perché è di questo che si tratta, no?

C’era mia madre che non lasciava che mio padre si avvicinasse alla cucina o ai figli, perché lei era più brava in tutto, accentrava ogni possibile attività casalinga, tutto restava sotto il suo controllo. Poi però rinfacciava al mondo i sacrifici fatti. Le serviva apparire come un agnello sacrificale per poi rimproverarti anche solo di aver respirato con movimenti diversi dai suoi. Perché, dico, non è possibile ottenere aiuto da parte di un uomo senza passare quello che sto passando io? Eppure sono stata paziente, ti ho insegnato cose che non sapevi, e ora ti vanti di farle meglio di me. Va benissimo, perché non sono alla ricerca del primato della casalinghitudine. Non ho tempo per questo. Ma neanche tu quel tempo ce lo avresti. Dunque? Non dirmi che lo fai per me. Lo fai solo per sentirti migliore di me. Io sono una che cede compiti, non sto lì a guardarti aspettando un tuo errore. Non sono quella che ti ruba le spugnette dalle mani perché non fai bene il tuo lavoro, giusto per dire “lascia stare… faccio io”. Non importa se tu impieghi tre ore per lavare lo stesso piatto che io lavo in pochi minuti. Non ti critico. Non ho problemi e non passo il dito sulla superficie dei mobili per vedere se hai lasciato qualche granello di polvere. Ma allora perché tu non sai fare altrettanto? Perché devo quasi sentirmi inutile in casa mia?

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L’artista quarantenne e le adolescenti “tentatrici”

Lei scrive:

Ciao Eretica,
ti scrivo perché sento che la mia storia debba essere conosciuta.
Perché bisogna smettere di preferire il silenzio ad una lotta, perché se vogliamo vivere in un mondo in cui le donne sono davvero libere di essere ciò che sentono di essere, senza sentirsi giudicate o ostacolate da stereotipi e pregiudizi, si deve combattere.
Bisogna mettersi in gioco, anche se ciò significa soffrire, anche se significa riaprire vecchie ferite.

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Buon 2019. Io scelgo di vivere!

Quando non mi reggevo in piedi mi aspettavo che mio padre mi sostenesse. In realtà mi diceva che se ero caduta era colpa mia, dunque avrei dovuto rialzarmi da sola. Se provavo a difendermi quando mi picchiava diceva che lo faceva per colpa mia. Quella parte non era una semplice caduta. Rialzarmi era troppo difficile. Io volevo solo leggere, scrivere, conoscere, vivere. Cominciai a pensare alla fuga fin da adolescente. Ma dove andare? E se lo avessi denunciato? La mia famiglia mi si sarebbe rivoltata contro. Lui era quello che manteneva economicamente tutti. Mi avrebbero trattato come un’appestata. Allora pensai che avrei dovuto attendere fino al termine degli studi ma lui disse che se avessi voluto frequentare l’università avrei dovuto farlo a mie spese. O studiavo da casa o niente. Questo avrebbe prolungato la mia prigionia.

Nel frattempo provavo a vivere la mia adolescenza come qualunque altra ragazza della mia età. Mi innamorai di un improbabile principe azzurro il quale mostrava aggressività verso il mondo. Io pensavo che non l’avrebbe mai rivolta contro di me. Era disposto a liberarmi dal pesante giogo violento causato da una famiglia disfunzionale. Gli credetti e pensai fosse una ottima scorciatoia. Con lui avrei potuto continuare a leggere, conoscere, scrivere. Divenne il mio salvatore, pronto a criticare mio padre e a coccolarmi per ogni schiaffo ricevuto. Quello che allora non sapevo è che il principe azzurro non esiste e che anche mio padre, a modo suo, pensava di voler difendermi dai mostri esterni. Quelli interni, invece.

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Felice anno nuovo e il dovere di fare da dama di compagnia

Per le feste tante persone si impongono di essere felici. Parlo di quelle che felici non lo sono per davvero. A me questo obbligo sta stretto. Se sono incavolata il giorno prima non capisco perché devo fingere di non esserlo quello dopo. Una delle cose che delle feste odio di più è dover rispondere a chi pensa che di mestiere tu faccia la dama di compagnia. Ti voglio tanto bene, stiamo insieme da anni ma questo non ti autorizza a pensare che io sia una tua appendice. Non sono obbligata ad accettare l’invito dei tuoi amici e non mi importa dei ricatti che mi imponi se per caso dico di no. Litighiamo vivacemente, ci siamo dette cose non molto carine, siamo di pessimo umore.

Io non sono di quella generazione di mogli/conviventi/compagne che fanno finta. Mi vuoi portare dai tuoi amici? Allora posso venire con la mia voglia di dirti il male che mi hai fatto. Non posso ricucire le ferite per una sera e poi fare finta che non sia successo niente. Non sono una donna di rappresentanza. Non sono tenuta a mostrare quanto siamo felici quando in realtà per oggi vorrei solo guarire le mie ferite. Non posso farlo se il tuo ricatto riguarda il fatto che tu guadagni più di me. Se è di soldi che si tratta allora pagami. Altrimenti: vuoi andare? Allora vai, da solo. Ma tu dici che se non vengo non vai neanche tu. Tanto per farmi sentire in colpa. Fai come vuoi. Io me ne starò qui ad oziare, senza dover sforzarmi di fare conversazione con persone che non conosco, perché non le conosco.

Non faccio molta vita sociale in generale. Ho le mie idiosincrasie, i miei limiti. Non puoi obbligarmi. Se invece proprio vuoi, come dicevo, allora firmiamo un contratto per cui mi paghi quando ti accompagno fuori e a casa però non devi pretendere niente. Io sono apparenza o sono sostanza. Non so essere le due cose. Non puoi volermene per questo. Non siamo più negli anni ’50. Non sono una compagna attaccata alla tua divisa pubblica. Non devo rappresentare il modello di vita perfetto che tu vuoi mostrare ai tuoi amici. Ma sono amici per davvero? Se non puoi dire come ti senti e non puoi andare da solo immagino non lo siano poi tanto. Dunque sono conoscenze. Il fatto che mi rinfacci cose che hai fatto per me e torni su questioni irrisolte con la violenza verbale che a volte ti contraddistingue mi fa pensare che tu non ti renda conto di quello che io faccio per te. Sono niente se non ti seguo nel tuo itinerario di facciata. E dunque cresci, per favore, e non pretendere che il mondo ruoti attorno a te. Non pretendere di censurare i miei sentimenti, le mie emozioni. La rabbia è solo una di queste. Non ammazzare le mie critiche dicendo che se non vengo allora è già finita. Mettiamo la parola fine, se il nostro rapporto conta così poco da non poter sopravvivere ad una scansata prova pubblica.

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