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Limbo, un libro di feminist/fantascienza di Eretica

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E’ la prima volta che scrivo qualcosa e oso pensare che qualcun@ vorrà comprarlo per leggerlo. Troppo lungo per un post. E’ un libro, che potete trovare in versione kindle (digitale, da scaricare sul vostro computer o telefonino – e se volete QUI trovate un estratto del libro) e in versione cartacea da ordinare su Amazon (c’è disponibilità immediata). Editor Antonella Garofalo e Grafiche e prefazione di UnaManu. Vi lascio alla lettura della presentazione, se può piacervi. Spero di si. Un abbraccio a tutt* e buona lettura!

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SWERF e TERF. Due sigle inglesi che stanno per “Femministe Radicali che Escludono le Sex Workers” e le persone “Transgenere”.
Molti in Italia conoscono femminist* che queste sigle inquadrano molto bene. Sono per lo più persone che evitano il dialogo con chi non è allineato al loro pensiero, e usano l’insulto e l’infamia contro chi considerano un “avversario”. Paradossalmente, camminiamo fianco a fianco nelle marce, eppure loro vorrebbero etichettare come non femminista tutto ciò che non è swerf e terf. Eppure sono sempre esistiti, i femminismi. Plurali. E questa è sempre stata una ricchezza per il movimento femminista.

Negli ultimi decenni, a livello globale, la seconda onda del femminismo è tramontata per lasciare spazio alla terza onda. Il concetto di intersezionalità è diventato cruciale e imprescindibile nelle lotte femministe. Il concetto di “differenza” basata sul sesso biologico è sempre meno accettato e riconosciuto, perché si presta male alle esigenze intersezionali.

Abbiamo scoperto che il patriarcato eteronormativo non nuoce solo alle donne cisgenere, bianche, benestanti, occidentali.
Altre minoranze hanno lottato per affermare la loro voce, ed è diventato evidente che non si può combattere il patriarcato se non si combattono l’omofobia, il razzismo, la sessuofobia e tutti quei sistemi di oppressione da cui il patriarcato trae forza e consenso.

Abbiamo scoperto che il colonialismo culturale, pur se benintenzionato, non è una risposta alle esigenze di liberazione di tutti. Che solo la lotta a partire da sé è una lotta efficace. Che non si possono “liberare” con la forza altri individui, non è così che funziona la liberazione.

Molte persone cresciute a pane e seconda onda non sono state in grado di fare questo salto. Sono rimaste ancorate ad una visione binaria del genere, per loro indissolubilmente legato al sesso, ed ad una visione romanzata e negativa e del sesso e dell’industria del sexworking.

Ma mentre loro rimanevano chiuse nei loro circoli, il mondo si è svegliato intorno a loro. Le sexworkers si sono organizzate e hanno fatto rete, le persone trans hanno preso consapevolezza di sé e delle proprie peculiari istanze. Con l’arroganza dell’autorità che queste persone pensavano di detenere in quanto mostri sacri della seconda onda, quando queste voci sono diventate troppo alte per essere ignorate la risposta è stata odio.

Come osano le donne transgenere chiamarsi donne? Come osano gli uomini transgenere tradire il loro sesso? Come possono esistere sexworkers che hanno scelto, lucidamente, il loro tristo destino?

Eppure queste persone esistono, sono politicizzate e organizzate, sono femministe. La loro vita, voce, opinione ha un valore che non può essere ignorato. La terza onda le ha accolte, ed abbiamo scoperto qualcosa di sorprendente: le loro istanze aiutano la lotta di tutt*.

Rimuovere lo stigma dal lavoro delle sexworkers significa rimuovere lo stigma sulla sessualità, distruggere la rigida visione patriarcale del sesso al femminile come qualcosa di sempre sacro, sempre intimo, sempre fatto “per amore”. Significa liberare la sessualità femminile dal fardello della procreazione per forza, dell’amore per forza, della sacralità per forza.

Accogliere le donne e gli uomini transgenere significa mettere in discussione cosa sia l’appartenenza di genere, l’identità di genere, il costrutto sociale di cosa è donna e cosa uomo. Ripensare da zero i ruoli di genere. Gettare luce sul privilegio maschile, soperchiarne i meccanismi.

L’intersezionalità è la più grande ricchezza che il femminismo poteva sperare.
Eppure la resistenza delle matriarche è violenta, non lesina l’uso di autoritarismi e fascismi, e si crogiola nei suoi argomenti ad auctoritatem.

Questo romanzo ha il preciso scopo di mostrare i paradossi di questa resistenza, e lo fa raccontandoci un futuro distopico in cui queste matriarche hanno un potere politico e economico, oltre che accademico.
È ironico, paradossale, irriverente. È eretico.

Una Manu

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L’anticapitalismo di convenienza delle missionarie del nuovo ordine femminista

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Vi ricordate il pezzo della femminista Nancy Fraser che ad un certo punto dichiarò come il femminismo, un certo femminismo, quello bianco, coloniale, ricco, che aveva deciso di non considerare la differenza di classe (e neppure di razza in verità) mentre diffondeva il verbo sulla questione della violenza sulle donne, fosse l’ancella del capitalismo? Ve la ricordate? Vi sintetizzo i punti salienti del suo discorso e anche di tante considerazioni lette e fatte dopo. Le femministe si erano concentrate troppo sulla questione della violenza domestica senza considerare gli aspetti intersezionali del problema e favorendo la diffusione di concetti neutri, perché abilmente usati dalle filo/capitaliste, al punto che la questione della violenza sulle donne diventò un brand utile a chiunque per attrarre consenso per partiti, istituzioni, governi (vi ricorda niente?), donne ricche e perfino di destra, che se ne fregavano delle rivendicazioni delle donne sull’aborto o sul diritto di cittadinanza delle migranti, ma ripetevano a memoria parole svuotate di senso giusto per legittimare paternalismo e industria del salvataggio, composta da polizie e istituzioni varie, oltreché di organizzazioni varie finanziate apposta per dedicarsi al problema anche se del problema non sapevano proprio nulla.

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Manifesto femminista in supporto dei diritti delle sex workers

images3Il “Manifesto femminista in supporto dei diritti delle sex workers” gira in rete da qualche anno, sottoscritto da singole o da associazioni, fino ad ora non è mai stato tradotto in italiano. Lo ha fatto per noi Martina (revisione di Isabella). Forse potrebbe essere un ottimo punto di partenza per un manifesto femminista dello stesso tipo firmato dalle femministe italiane. Voi che ne dite? Noi ci siamo. Fate circolare, se volete e potete. Per adesioni potete lasciare un commento qui o scrivere a abbattoimuri@grrlz.net. O, che è pure meglio, inviate le adesioni a network@sexworkeurope.org (in inglese). Buona lettura!

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Come firmatari* di questo manifesto, esprimiamo il nostro supporto per l’autodeterminazione delle sex workers e il riconoscimento del sex work come un lavoro. Come per i diritti delle donne, i diritti riproduttivi e per l’uguaglianza tra i generi, minacciati lungo l’Europa e l’Asia Centrale, siamo solidali con le sex workers, che affrontano molteplici forme di violenza: strutturali e istituzionali, fisiche e interpersonali. A proposito della sistematica oppressione che le sex workers affrontano, chiediamo a tutt* i/le femminist* di concentrare i loro sforzi nell’includere e amplificare le voci delle sex worker nel movimento, e di smettere con la promozione di dispositivi giuridici che si sono dimostrati dannosi per i diritti delle sex workers.

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Ancora una campagna antiviolenza che colpevolizza le donne

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Gabriella mi segnala una terribile campagna contro la violenza sulle donne. Naturalmente è tutta colpa della donna, perché non confida nelle istituzioni, perché crede ancora che lui possa cambiare e inoltre è necessario presentare la donna piena di lividi non rispondendo alle stesse richieste che chi si occupa di comunicazione da tempo fa a chi promuove queste sbagliatissime campagne antiviolenza.

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Come il Governo e le Lobby Cristiane hanno manipolato la vera ricerca sul Sex Work

Il sex work non è uguale alla tratta. Il sex work è lavoro.

Il sex work non è uguale alla tratta. Il sex work è lavoro.

Pezzo in lingua originale pubblicato QUI. Traduzione di Antonella. Buona lettura!

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In che modo il Governo e le Lobby Cristiane hanno Addomesticato la Vera Ricerca sul Sex Work

di Jupiter Fitzgerald

Nell’ultimo decennio, e con una certa competenza, ho duramente lavorato come sex worker. Ho portato avanti la mia attività in bar e stanze d’albergo, sul set di porno femministi e in torbidi peep show. Ho lavorato anche nel mondo accademico, un affare presumibilmente altrettanto torbido. Se c’è qualcosa che ha avuto un impatto notevole, qualcosa che ha prodotto uno spostamento culturale in entrambe le mie occupazioni nel corso degli ultimi 10 anni è stata la crescente attenzione – a dirla tutta una vera e propria ossessione – per il sex trafficking. Questa non è la prima volta nella storia recente in cui acculturati “beneintenzionati” rivolgono la loro attenzione alla più subdola e spregevole delle creature – La Puttana.

Così come documentato dalla storica Judith Walkowitz — che negli ultimi 30 anni ha condotto ricerche sulle controversie legate alla sessualità nel 19esimo secolo, la rappresentazione del pericolo sessuale nella Londra tardo-vittoriana emerse come proiezione di una diffusa instabilità politica e culturale. A causa delle ansie della borghesia legate alla scalata verso l’alto delle donne sex worker durante il passaggio del secolo, la narrativa riferita al pericolo sessuale circolava quale giustificazione per il controllo dello stato sui corpi delle donne povere e sul loro comportamento sessuale. [Read more…]

Roma negata di Scego – Bianchi. L’Italia rimossa tra percorsi postcoloniali e ritorni di colonia

da Carmilla (Via Incroci De-Generi)

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Da noi il viaggio di migrazione si chiama tahrib e il sentimento del viaggio si chiama buufis. Ho sempre trovato la parola buufis una parola allo stesso tempo inquietante e bellissima. Nella lingua corrente buufis significa gonfiare. Si gonfia una ruota, un palloncino. Ma si gonfia anche la speranza. Ed è questo significato della parola che si è imposto in questo triste ventennio di guerra civile somala.Buufis, mi ha detto una volta un ragazzo richiedente asilo, è come l’amore, è qualcosa di inspiegabile, ti prende alle viscere e tu non sai bene perché. E’ la voglia, mi ha detto, che hai di cambiare vita, di migliorare la tua situazione. Ilbuufis ti fa scappare da guerre, dittature, da torture, da stupri. Ma il buufis l’ho visto anche in Italia, nei giovani che vanno in Germania o Inghilterra in cerca di lavoro, per cambiare situazione di vita.

Igiaba Scego, Rino Bianchi, Roma negata. Percorsi postcoloniali nella città, Ediesse, p. 44

Il buufis, ossia la voglia di viaggiare intesa come diritto alla mobilità e insieme alla conoscenza, attraversa e muove i percorsi postcoloniali di Igiaba Scego e Rino Bianchi in una Roma negataripercorsa in un alcune tappe fondamentali scandite non solo da monumenti, strade, piazze, ma anche dai volti fotografati dall’obiettivo di Rino Bianchi. Un processo, dunque, di attraversamento e di riappropriazione dello spazio urbano, volto a decolonizzare lo sguardo e risignificare gli spazi, rivendicando una storia comune.
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Smontare narrazioni tossiche. La prostituta nigeriana

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Da Incroci De-Generi:

In un intervento presentato nel 2005 al convegno “Il mito del buon italiano tra repressione del ribellismo e guerre civili” che aveva come oggetto i crimini sessuali del colonialismo fascista nel Corno d’Africa, Nicoletta Poidimani analizzava come la rappresentazione delle donne africane, somale, eritree etiopi, ma anche libiche, a partire dal colonialismo liberale di fine ottocento è stata volta al loro appiattimento sull’identità sessuale, per di più connotata da ipersessualità. Tale rappresentazione, culminante nel mito della Venere nera, è stata autorizzata anche all’inizio del fascismo per legittimare lo stupro coloniale e per convogliare forza-lavoro maschile in quei territori.

Venere Nera, anni 30

Venere Nera, anni 30

Il mito della Venere nera, calda, sensuale, lussureggiante, feconda, selvaggia, con una ipersessualità che attendeva solo di essere appagata dal maschio bianco, è durata fino alla proclamazione dell’Impero, quando la formazione di una identità imperiale italiana impose la necessità di rimuovere i pericoli per la contaminazione della purezza della razza bianca, contaminazione rappresentata dai figli meticci che nascevano a causa delle relazioni di concubinaggio, note come madamato. La Venere nera, lungi dal perdere i suoi connotati ipersessuali, comincia allora ad essere rappresentata come minaccia, alla quale il regime fascista contrappone, quale argine alla lussuria, la bianca purezza della donna italiana, morigerata madre e moglie.

Se da un lato il colono  doveva dimostrare di saper mantenere il controllo di sé per non insabbiarsi, da un altro l’ ardua impresa gli veniva facilitata dal massiccio trasferimento in colonia di italiane, alle quali spettavano compiti di tutela della razza non solo a livello biologico, ma anche sotto il profilo morale.
L’Italia non ha ancora fatto i conti con il suo passato coloniale, non ha ancora provveduto a decodificare e smontare comuni miti propagandistici quali quello del fardello dell’uomo bianco, degli italiani brava gente e della Venere nera, che rappresenta l’acme di una propaganda sessuata in cui si intrecciano politiche sessuali e politiche razziali. Questa mancanza di riflessione, di metabolizzazione e dunque di superamento di narrazioni coloniali, altamente tossiche, fa sì che queste riemergano anche sotto mentite spoglie. E’ il caso della prostituta nigeriana vittima di tratta, il casus per eccellenza impugnato dalle abolizioniste della prostituzione per muovere gli animi e le pance verso la necessità di combattere una piaga rappresentata, guarda caso, proprio dalla donna nera ai bordi delle strade. La prostituta nigeriana  è una narrazione tossica perché raccontata sempre dallo stesso punto di vista, nello stesso modo e con le stesse parole, omettendo sempre gli stessi dettagli, rimuovendo gli stessi elementi di contesto e complessità ( Wu Ming).

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I parlamentari europei ascoltino i/le #sexworkers invece che le abolizioniste

MDG: Prostitutes and members of the Union of Sex Workers demonstrate in Paris

Il Comitato del Parlamento Europeo e per la Parità di Genere decide in gennaio di sovradeterminare i/le sex workers in nome della salute e della sicurezza delle prostitute. L’approccio abolizionista, di stampo svedese, francese e anche britannico, è arrivato poi in parlamento europeo dove i parlamentari dovrebbero supportare il Rapporto Honeyball teso a dimostrare l’utilità dell’abolizionismo. Trovate in basso una lettera del Comitato Internazionale sui Diritti dei Lavoratori dell’Industria del Sesso in Europa che si oppone a tutto questo. Potete leggere anche il comunicato stampa che dall’Italia viene diffuso dal Comitato per i Diritti Civili delle Prostitute e dall’Associazione Certi Diritti.

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