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#PerchèSonoFemminista: lo sono perché non voglio seguire le norme imposte

Lei scrive:

Sono femminista per tante ragioni. Principalmente perché vengo anche io da una famiglia disfunzionale, dove un padre profondamente maschilista ha sempre abusato psicologicamente, verbalmente e fisicamente di mia madre, una donna che per le sue condizioni economiche ha visto in questo matrimonio una liberazione dalla sua posizione di subalternità economica e sociale. Non sapeva che sarebbe diventata diversamente subalterna, subalterna di mio padre. Non conosco una persona più arresa al suo destino di lei, e di questo soffro da quando ho memoria.

Sono femminista perché mia sorella è lesbica, e quella stessa madre che ha subito tanto non è stata capace di accettare sua figlia perché ormai completamente soggiogata e plagiata dall’eteronormatività e dal patriarcato. Sono femminista perché un giorno forse accetterò la mia bisessualità, non sono ancora pronta, ma ci sto lavorando. Sono femminista perché il primo mio grande amore ha abusato di me e io non lo sapevo finché non l’ho saputo. Mi ha fatto bene liberarmi dalla necessità di rientrare nella normatività patriarcale, quella che detta regole sui corpi e sul modo di essere, vivere e pensare, mi ha fatto bene capire che nessun* è colpevole (tranne qualcuno) e che siamo tutti work in progress.

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Essere un uomo e dirsi femminista è già un po’ sessista

Di Miguel Shema

Pubblicato l’8/01/2019 su bondyblog (traduzione di Elisabetta e Florence del Gruppo Abbatto i Muri)

Il femminismo non deve essere una questione per sole donne. Per il nostro blogger Miguel Shema però, vantarsi di essere femminista non è particolarmente valorizzante per un uomo. Si tratta invece di decostruire le proprie rappresentazioni e di rendere normali quei comportamenti dei quali ci si vorrebbe inorgoglire. Brandire il proprio femminismo come uno stendardo significherebbe quindi, nonostante le intenzioni, perpetuare una forma di sessismo.

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Perché sono femminista

Lei scrive:

Ho sempre avuto un cuore femminista, ma ho avuto tanta difficoltà a tirarlo fuori, a tirar fuori la rabbia, mi sono sentita sempre un po’ fake come femminista perché avevo una sola idea di femminismo, di donna indipendente, forte, in carriera, un’idea che mi ha trasmesso mia madre, che a suo modo era femminista pure lei. Era titolare dell’attività di famiglia perché l’aveva ereditata dai suoi genitori, lei e mio padre lavoravano insieme, anche sei lei si occupava pure della casa e di crescere tre figlie, mia madre si è fatta in quattro per tanti anni per riuscire a fare tutto, e mi diceva sempre di studiare perché dovevo lavorare perché poi una donna che non lavora nella coppia non ha potere di decidere, per lei lo studio era fondamentale per stare quasi alla pari di un uomo, “quasi” perché comunque lui restava sempre il capofamiglia.

Era anche un discorso classista perché per loro l’unica strada possibile per una donna di una famiglia rispettabile era lo studio, potevi lavorare se avevi un titolo, fare la domestica non era tanto onorevole, per loro se non facevi un lavoro d’ufficio era più giusto stare a casa. Poi nella visione dei miei genitori ovviamente non c’era indipendenza, non c’era divertimento, se sei donna devi solo andare a scuola, studiare e al momento giusto trovare un brav’uomo da sposare. Una ragazza seria per loro non fa tardi la sera e se esce in quel caso i genitori sanno dov’è con chi starà e rientrerà all’orario stabilito da loro.

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#Bologna – 1/2/3 febbraio – A Lesbicx si parla di inclusione e intersezionalità

Uno, due e tre febbraio a Bologna si celebra Lesbicx. Un evento in cui il movimento lesbico si incontra per ribadire alcuni principi e raccontare le proprie rivendicazioni. Paola Guazzo, una delle relatrici dell’evento, lo introduce così:

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Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero Black nel discorso femminista bianco

Di Ariane Poisson

(articolo originale qui – traduzione di Antonella e Leda del Gruppo Abbatto i Muri)

Contesto: l’intersezionalità come nuovo trend femminista

Il termine intersezionalità fu coniato dall’accademica femminista nera Kimberlé Crenshaw nella sua pubblicazione del 1989 “Demarginalizzare l’intersezione di razza e genere: una critica femminista della dottrina dell’antidiscriminazione, della teoria femminista e delle politiche antirazziste” e le radici culturali di questa teoria si basano su discorsi portati avanti dall’abolizionista (della schiavitù afroamericana negli USA, NdT) Sojourner Truth e la studiosa di Liberazione Nera Anna J. Cooper nel 19esimo secolo. In una parola, l’intersezionalità teorizza che l’esperienza di oppressione sistemica cui è sottoposta una donna nera non è la somma di ciò che opprime un uomo nero sommato all’oppressione subita da una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha permeato il discorso femminista bianco, ma i suoi termini sono divenuti vaghi, marginali e meno pregnanti. Tanto che, prima di esplorare la teoria di Crenshaw sull’intersezionalità, in quanto donna bianca si dovrebbe chiaramente identificare cosa l’intersezionalità è e non cosa possa essere per me. L’intersezionalità non è universale e non tutte le intersezioni delle identità sono su uno stesso piano, specialmente quando una intersezione include la bianchezza. Non importa quali altri assi di discriminazione sono in gioco, la bianchezza conferisce un supporto tale per cui a chi ne beneficia non sarà dato di sperimentare l’impatto totale dell’oppressione o dell’invisibilizzazione smascherate dalla teoria intersezionale.

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Il maschilismo è la più dannosa forma di oppressione

Il maschilismo è una cultura basata sulla conservazione del privilegio maschile. Quel privilegio consente ad alcuni il perpetuare di situazioni di schiavitù nei confronti di chiunque i maschilisti ritengano inferiori. Ragionando in senso intersezionale il maschilismo oggi non può fare a meno di essere accostato al razzismo, all’autoritarismo, al classismo. Questo non vuol dire che tra le persone nere non vi siano maschilisti o che tra gli antirazzisti e gli antifascisti non vi siano persone sessiste, anzi. Significa invece che il maschilismo è una delle culture di oppressione, su larga scala, in qualunque longitudine e latitudine vi troviate, che accomuna molte persone: uomini e anche donne che il maschilismo lo veicolano come niente fosse. Un’altra forma di oppressione è la bianchezza, il razzismo, e l’altra il classismo. Persone ricche che schiavizzano quelle povere. Persone bianche che schiavizzano quelle nere. Se consideriamo una scala gerarchica tra le varie tipologie di oppressione troviamo uomini che opprimono donne e opprimono altri uomini o le persone gay, lesbiche e trans perché non si conformano alla loro idea di società. In questo caso parliamo di uomini etero.

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Parto “naturale”? Il nemico non è la medicalizzazione

Lei scrive:

Negli ultimi decenni si è assistito a un cambiamento nella visione del parto.

Quando sono nata io, nei primi anni ’80, apparentemente mia mamma non aveva grandissime aspettative a riguardo, se non che mi tirassero fuori nel modo più sicuro per entrambe le parti in causa. Mi ha raccontato di ricordare pochissimo dell’effettivo travaglio e del momento di espulsione, non perché “i dolori tanto si dimenticano” quanto perché era stata opportunamente sedata.

Adesso un simile atteggiamento viene guardato con sospetto e indignazione: il parto non è più soltanto il momento dell’uscita del bambino dal corpo materno ma un’*esperienza*, che deve essere vissuta appieno, deve essere magica, mistica, soddisfacente, deve essere “un bellissimo ricordo”, deve farti provare appieno l’energia del corpo femminile eccetera eccetera, bla bla bla.

Il corpo femminile è “fatto per questo”, non c’è “niente di più naturale”, è “fisiologico”: gli eccessivi interventi medici rendono il processo più difficili, anzi, perché si ostinano a intervenire? Non sarebbe meglio partorire direttamente a casa, in modo da poter fare il parto in acqua, il parto ipnotico, il parto orgasmico, magari aiutate solo da un’ostetrica e una doula, senza ‘sti medici che si ostinano a stare tra le palle, magari per salvare la vita del bambino?

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