Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze, Violenza

Il lamento del maschilista e le donne screditate e colpevolizzate

Dopo il mio post di recensione sul libro X di Valentina Mira mi ha scritto un tale. La faccio breve: le vere vittime sarebbero gli uomini che non possono più fare un complimento ad una ragazza senza ricevere una denuncia per molestie. Vere vittime maschi che non possono restare da soli con una donna perché ella li denuncerà per stupro. Vere vittime sempre e solo gli uomini che temono le reazioni delle donne incontrollabili che legittimamente si difendono ed esigono sia rispettato il proprio diritto al consenso e alla gestione della propria sessualità.

Questi maschilisti lanciati nella diffusione della cultura dello stupro, a screditare le pochissime donne che denunciano, raccontando che le loro accuse sarebbero false non hanno le idee molto chiare quindi provo a chiarire un punto.

Le donne, fin da bambine, crescono nella pasura di restare sole con ragazzini, ragazzi, uomini, familiari, nonni, padri, parenti, amici, fidanzati, mariti, ex, perché potrebbero essere vittime di abusi, stupri, percosse, ricatti psicologici, violenza economica e sessuale.

Le donne, fin da piccole, vengono educate a tenere le gambine strette, a non “provocare”, a sentirsi in colpa qualunque cosa loro accada, a non svelare i segreti viscidi di famiglia, a non denunciare per non dover affrontare la “colpa” e la “vergogna” che ricadrà su di loro e sulle loro famiglie.

Le donne, fin da piccole, devono temere di respirare troppo, parlare troppo, pretendere troppo, avanzare richieste e rivendicare diritti, perché diversamente saranno chiamate isteriche, uterine, puttane, quelle che non sanno stare al proprio posto.

Le donne, fin da piccole, vengono educate a mantenere un ruolo di genere che non hanno scelto, viene imposto perché hanno una vagina. Educate al dovere della cura familiare, alla riproduzione di discendenza da patriarchi vari, alla sottomissione mansueta, a comprimere la percezione dei disagi che avvertono per ogni abuso al punto che tante vengono poi colpite da depressione, autolesionismo, disturbi di vario tipo, non ultimo l’intento di suicidarsi.

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X: lo stupro raccontato in un libro

A scrivere è Valentina Mira. Pubblica Edizioni Fandango. Pubblicato credo un anno fa ne ho ascoltato l’audiolibro. Un romanzo in forma di lettera al fratello che continua ad essere amico dello stupratore. Un fratello che non le ha creduto. Uno stupro in un clima di festa da cinghiamattanza e rock di estrema destra, nella Roma che ospita anche un editore molesto di cui la protagonista è vittima. Perché uno stupro non denunciato e sminuito crea un cortocircuito nella vittima al punto da farla sentire in colpa, sbagliata, comunque sporca. Così lo descrive l’autrice con un linguaggio duro e diretto, in ogni pagina che tiene incollato il lettore o chi ascolta l’audio. Non so se sia un caso letterario o meno, perché ogni giorno negli ultimi anni ho ricevuto storie vere di donne che hanno vissuto anche di peggio, dunque non mi sconvolge né mi apre nuovi squarci di consapevolezza sulla materia.

Forse può essere utile a chi non mastica la questione, a chi non pensa sia importante uno stupro quando non ci sono lividi visibili, quando tutto viene messo a tacere per il quieto vivere e per mancata solidarietà familiare. Quel che descrive Valentina disinnesca il motto fascista “non toccate le nostre donne” (ché tanto le possiamo toccare solo noi) ma anche l’azione difensiva patriarcale che interviene solo quando a non essere coinvolti sono uomini estranei, stranieri forse, comunque lontani. Grande ipocrisia patriarcale che restituisce alle donne l’unica scelta possibile. Bisogna difendersi da sole, recuperare autostima senza l’aiuto di padreterni e patriarchi, svelare complicità e collusioni tra maschi privilegiati che si supportano l’un l’altro, perché quel privilegio non sia mai scalfito e perché le donne vittime non godano della credibilità e della sicurezza necessarie a tradurre percezioni in azioni di ribellione.

Il romanzo parla di una donna che per definizione viene definita colpevole del proprio destino, una vittima tra le tante che non denuncia perché teme di non essere creduta, una vittima sviata nella necessità di un ordine sociale che colloca i patriarchi al vertice e le donne al margine, interrotto il quale interviene solo il caos che un sistema maschilista non saprà più dominare. Un inno alla forza, al coraggio delle vittime e un monito per gli uomini complici, che sanno ma non dicono, che assistono ma restano imbrigliati nella rete ambigua e subdola degli stupratori. Un ritratto dello stupratore che ritiene di non essere tale, perché processa la vittima e assolve sé stesso, perché qualunque sia l’ideologia che permea le sue azioni resta un maschio, bianco, stupratore, avvolto e artefice della cultura dello stupro, tutto teso a individuare nemici esterni invece di guardarsi dentro.

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#Legittimadifesa: quando la violenza è economica

Mio padre teneva i soldi che guadagnava lavorando e li spendeva come voleva salvo distribuire una paghetta a mia madre che doveva, attraverso quella, pensare alla spesa, alle bollette, a tutte le esigenze dei figli. Mia madre non ebbe mai in comune il conto con mio padre e quando le chiesi perché non lo lasciava, giacché lui mi massacrava di botte, lei disse che non voleva finissimo in mezzo alla strada. Una delle cose che mio padre fece fu quella di privare mia madre perfino di una minima proprietà della nostra casa che lei aveva ricevuto in eredità dai genitori. Dunque tutto era sotto il controllo ansioso e paranoico di un uomo che pensava di essere l’unico a poter gestire per bene le nostre vite e l’economia familiare.

A differenza di ciò che si pensa, e traggo ciò dalle tante storie ricevute e ascoltate in tanti anni, questa forma di subdola violenza non è affatto isolata ma è molto diffusa. Ho letto spesso frasi come “lui non mi picchia e mi compra quel che mi serve”, si afferma questo senza capire che in quel preciso istante, quando è lui a decidere cosa serva a te e cosa no, tu non hai il controllo della tua vita e della sfera economica che pure, secondo contratto matrimoniale, ti appartiene. Le nostre nonne tentavano di supplire a questo genere di carenze mettendo sotto il materasso i soldi risparmiati dalla spesa. Le signore più giovani si chiedono come faranno a mollare il marito violento se non hanno lavoro e reddito e pensano di non avere diritto a nulla di quel che il marito guadagna. I mariti, d’altro canto, fanno di tutto per far credere che innanzitutto solo a loro spetta l’onere di guadagnare per la famiglia, lasciando alla moglie il compito della cura e dell’educazione dei figli, e se più moderni sollecitano la moglie a trovarsi un lavoro solo perché uno stipendio non basta più, come a risollevare l’ansia del patriarca, giammai per l’indipendenza stessa della donna.

Se un uomo ha manie di controllo spinge la donna a depositare anche il proprio stipendio sul conto del marito, perché lui solo potrà gestire con oculatezza quei soldi. Mio padre diceva che mia madre era spendacciona, nulla di vero, in realtà lui era l’unico che gestiva risorse familiari per accumulare beni di cui godeva in solitaria. La favola della femmina che non sa gestire il denaro e lo sperpererebbe in cose frivole giunge intatta fino a noi, perché la cultura non cambia, al punto che l’ex marito si oppone al pagamento degli alimenti per i figli adducendo come motivazione la natura sperperatrice e intrinsecamente avida della ex moglie. Non li spenderebbe per i figli ma per andare dal parrucchiere e fare la manicure. Profumi e imbellettamenti e niente balocchi per me, narrava una antica canzone che resta nell’aria come un mantra utile ai maschilisti.

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#LegittimaDifesa e il controllo maschile del parto

Credo sia necessario ampliare il capitolo sulla legittima difesa che dovrebbe essere rivendicata dalle donne ponendo la necessaria attenzione al controllo patriarcale sulle nascite. Infantilizzare le donne, cioè ritenerle incapaci di assumersi la responsabilità di portare a termine la gravidanza, ovvero generare prole che diventi discendenza diretta del patriarca di turno, è una delle forme più gravi di violenza di genere con l’ausilio a volte della scienza, che collude col patriarcato, altre volte della morale sociale e religiosa.

Se le donne sono descritte come bambine incoscienti e inadeguate va da sé che il controllo del loro utero sarà rivendicato dagli uomini. Il nocciolo attorno al quale si basano molte discussioni sul diritto di scelta delle donne in fatto di riproduzione ruota proprio su questo. Così di volta in volta si trovano difetti che riportino le donne ad una condizione di dipendenza e minorità affinché si affidino alle sicure mani di medici e mariti che potranno decidere in loro vece.

Non è un caso se per esempio si minaccia spesso di togliere i figli alla donna che soffre di anoressia nervosa o altro genere di malessere, come se questo inficiasse la capacità stessa della donna in quanto madre. Ci sono casi in cui lo Stato si riappropria dei figli di queste donne stabilendo che esse siano non in grado di crescerli adeguatamente. Non ci si pone il problema dell’assenza di risorse, reddito o casa, tentando di sopperire alla povertà che può derivare da disagi e disabilità. Non si offrono a queste donne strumenti per poter crescere i figli senza che dipendano da nessuno. Si preferisce toglierli e affidarli a istituti lasciando alle donne quel senso di totale fallimento e lo stigma che finirà per accompagnarle a imperitura memoria.

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#LegittimaDifesa per le donne contrasta col potere del patriarcato

Continua la riflessione su questo. Anche grazie alle testimonianze che sto pubblicando sulla pagina (ringrazio chi le inviate perché è doloroso). La destra spinge per la legittima difesa quando si parla di danno alla proprietà o più nel dettaglio se un uomo straniero si introduce in casa il bianco vuole avere il diritto di sparargli come nel far west. La legittima difesa è sempre uno strumento in mano a bianchi, ricchi, maschi. Così negli Usa.

Perché è così difficile parlare di legittima difesa per le donne che subiscono violenza di genere? In passato la donna era parte della proprietà che l’uomo riteneva di aver diritto di difendere con le armi, ovvero di distruggere per rimettere a posto l’onore della famiglia (delitto d’onore). All’uomo, dunque, non alla donna vittima di abusi, viene dato consenso sociale nel caso in cui egli decida di agire più per vendetta, non per legittima difesa. Alla donna viene detto che può rivolgersi a istituzioni patriarcali, a militari patriarchi, a patriarchi in generale, affinché ripristinino l’onore rubato o restituiscano un minimo di giustizia. Dopodiché, tra le mille foto di volanti e divise che vediamo accompagnare gli articoli di cronaca in cui si parla di femminicidio, in un costante marketing istituzionale, quei patriarchi arrivano sempre dopo che tutto si è compiuto, quando lei è morta o i giudici sono chiamati a valutare l’entità del danno che una donna stuprata ha subito presumendo culturalmente che lei sia presunta colpevole e lo stupratore presunto innocente.

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Posseduta da un diavolo laico

Mio padre soffriva di paranoia, ansia, cambiamenti d’umore repentini e attacchi di una violenza incontrollata che ho sperimentato sulla mia pelle. Suscitava terrore sentirlo tornare a casa e poi non gioiva ad essere contraddetto. Lui era l’autorità massima, il patriarca, senza dimestichezza reale col ruolo, con una schizofrenia di base che lo lasciava a mugolare quando non trovava il pranzo in tavola e a urlare e lanciare oggetti quando la famiglia dimostrava coi respiri la propria esistenza. Mia madre gli dava quella che si chiamava Valeriana, una sostanza vegetale per calmarlo, salvo poi giustificarlo per qualunque azione aggressiva e sessista contro i figli.

La prima femmina di casa era malata, non donna fatta e finita, senza aver avuto accesso al menarca per la sua anemia. L’unica figlia che visse il passaggio dall’infanzia all’adolescenza fui io, non senza traumi e ritorsioni. Quella femminilità sbocciata doveva subire mortificazioni, affinché fosse assoggettata al volere paterno. Se nell’infanzia tentavo di compiacere come potevo quel padre padrone, ascoltando mia madre che mi attribuiva ogni colpa per i suoi, di lui, scatti d’ira, nell’adolescenza mi ritrovai a tracciare un percorso nuovo. Ero la prima, in assoluto. Mia sorella era sempre stata in ospedale o a medicarsi e a studiare. Per mio padre non era neppure una donna. Era la malata, la croce nefasta di cui portare il peso. Poi c’ero io, apparentemente sana, tristemente introspettiva, dedita a letture e scrittura, in cerca di angoli di pace che mi salvassero dalle urla paterne e dalle moine educative materne.

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Le storie di #tuttacolpamia su spotify

Ho messo online alcune delle storie che fanno parte della campagna #tuttacolpamia. QUI in ebook (Qui in cartaceo) e su Anchor ho cominciato con la lettura delle storie che potete ascoltare anche su spotify. Fatemi sapere se vi aggrada e se volete partecipare scrivetemi abbattoimuri@gmail.com

Il periodo per me è nero ma devo pur fare qualcosa per mettere in relazione i miei contributi e restituirvi quel che mi date in termini di supporto. Un bacione

Eretica Antonella

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Negli Usa la legittima difesa vale solo per l’uomo bianco: il caso di Brittany Smith

La parte legislativa relativa alla legittima difesa, così come il possesso e l’uso di un’arma per sparare all’aggressore o a chi viola anche solo una proprietà, negli Usa è retaggio di politiche razziste, a tutela dei linciaggi contro uomini appartenenti a minoranze, nativi, afroamericani, latini, cino-americani e contro donne appartenenti alle stesse minoranze che giammai potevano difendersi dal bianco stupratore colonizzatore e razzista.

Leggi create in difesa del diritto dell’uomo bianco a massacrare chiunque egli voglia non possono chiaramente diventare strumento di difesa per donne che ammazzano il proprio stupratore. In quel caso, come si spiega nel documentario che trovate su Netflix, si chiede alla donna perché non abbia delegato la propria difesa al poliziotto, all’istituzione patriarcale di turno. Se non chiami la polizia perché temi ritorsioni e se ti difendi mentre rischi la tua vita o quella di un familiare si decide che hai l’intento di uccidere.

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La lezione di Fëdor Dostoevskij ne I Fratelli Karamazov: delitti e castighi, la severa/inutile punizione dello Stato e l’indulgenza “materna” della Chiesa

Il dettaglio sul romanzo potete approfondirlo leggendolo, ne vale la pena. Per il resto, se si tiene conto del fatto che l’impero romano si è appropriato di archetipi e miti religiosi ebraici, antecedenti alla presunta venuta di Cristo, per poi scagliarsi contro ogni forma di dissidenza, eresia, altra religione, cultura, giustificando razzismo, colonizzazione, misoginia, schiavitù, chi più ne ha più ne metta: per un bel pezzo della storia occidentale stato e chiesa hanno camminato di pari passo, osannando l’urgenza di quella o della tal’altra crociata, imponendo corversioni forzate, istituendo luoghi di raddrizzamento di femmine impudiche, regalando a suore e preti chiavi da secondini per ammansire chiunque non soddisfacesse i loro criteri, giustificando guerre e devastazione in nome di Dio, censurando e controllando la sessualità di donne e uomini, stabilendo arbitrariamente chi possieda un’anima e chi no. Potrei continuare all’infinito.

Il punto della questione è che la Chiesa continua a interferire nelle attività legislative dello Stato, puntando il dito contro donne che abortiscono, mentre svende indulgenze e accoglie nelle messe e nelle confessioni stupratori e assassini di donne. Spinge i parlamentari sponsorizzati dal Vaticano a criminalizzare gay, lesbiche, trans, poi accoglie in processione, a reggere le icone dei santi in sfilata per le strade, mafiosi e criminali.

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Vesper, fantascienza poetica

Vesper è il nome di una ragazzina che pratica biohaking, in un mondo post apocalittico in cui gli ingegneri genetici, quelli che fanno a gara per rendere inaccessibili risorse alimentari, usando brevetti per semi che durano solo un raccolto (pensate alle modificazioni create dagli ogm), hanno distrutto il ciclo vitale delle coltivazioni lasciando milioni di persone a crepare di fame. Le altre, i sopravvissuti, sono trincerati in cittadelle in cui creano organismi senzienti ma obbedienti per svolgere lavori che gli umani potrebbero fare (perché più fedeli) e continuano a sperimentare per prolungare la propria vita. Gli emarginati stanno in lande desolate in cui mangiano vermi (proteine), resti di raccolti andati a male e coesistono con una flora e fauna completamente modificata in un ciclo a catena che può essere spezzato per contagio da una scoperta, quella che la ragazzina fa: creare un seme durevole che contamini tutto per riportare alla vita il pianeta.

Temi attuali, non esattamente spettacolari, non c’è azione, non ci sono super eroi, ma tanti sentimenti umani e tanta speranza di sopravvivenza e la prova che l’ingegno non può essere massacrato dalla repressione di chi ruba tutto per sé a costo di uccidere il pianeta. Non bastano le parole a descriverlo. L’ho trovato poetico, delizioso, geniale, realistico, coerente e l’interpretazione degli attori splendida. Per chi ama il fantastico e le distopie postapocalittiche fuori dagli schemi date uno sguardo al film. Poi ditemi.

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La Madonna è stata stuprata

È proprio così. A meno che non pensiate sul serio che sia stata ingravidata per virtù dallo spirito santo. Se non vi è chiara la faccenda pensate ad Alien o a Divina Invasione (di Philip K Dick). Solo una narrazione maschilista e patriarcale ha potuto narrare come nobilitante il fatto di usare l’utero di una donna senza chiedere il suo consenso.

L’arcangelo non le ha chiesto in prima battuta “oh tu Maria vuoi essere ingravidata?”. E dire che all’epoca non si parlava proprio di diritto all’interruzione volontaria di gravidanza. Dunque che scelta aveva quella donna? Nessuna. Salvo fare un matrimonio riparatore con un vecchio che si è accollato la moglie incinta e non di lui.

Quando parliamo di diritto all’aborto, giacché i cattolici interferiscono con la nostra narrazione, serve capovolgere tutta la storia che ci è stata catapultata contro. Dal peccato originale per una cazzo di mela alla gravidanza non consensuale esibita come “dono” da patriarchi e maschilisti.

Se la storia fosse stata raccontata da una donna di sicuro molti dettagli sarebbero cambiati. Per esempio alla comunicazione di gravidanza Maria avrebbe potuto esigere una pillola del giorno dopo dall’arcangelo. Chi, a parte un patriarca, può immaginare che l’utero di una donna sia a sua disposizione per generare un erede ovviamente maschio? In tutta la vicenda il ruolo della donna si riduce alla traghettatrice non consensuale di un alieno, per quanto nobilitata, o alla curatrice di ferite del maschio linciato o alla concubina pentita e redenta in grazia di quel buon alieno al quale viene dedicata una società in sua adorazione.

Questo ci dice molto su quel che pensano gli antiabortisti fanatici delle volontà delle donne. Le ignorano e se quelle donne sono quasi morte le tengono in vita artificialmente per poter permettere un parto post mortem. Cosa che è accaduta con tanto di sentenze contro la volontà di parenti e perfino dell’altro genitore. Donne come uteri fatti per essere ingravidati. Ma se qualcuno invade il corpo di una donna a sua insaputa è stupro. Se non c’è consenso è stupro. Se una donna viene obbligata a portare avanti una gravidanza che non ha scelto è stupro.

Dunque smettano di toccare le donne, inclusa Maria. Se mancano posti ci sono tanti migranti che sono lasciati in mare a crepare, immagino per una questione di purezza della razza. Se vogliono figli demoliscano i muri securitari e smettano di criminalizzare lo straniero.

Il corpo è nostro e lo gestiamo noi.

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Donne politiche che criminalizzano e rubano la scena alle militanti femministe

Qualcuna scrive che il femminismo si dà la zappa sui piedi perché non ammette che le proprie istanze siano oggetto di normalizzata istituzionalizzazione. Beh, non è il femminismo che tenta di smantellare il diritto alll’ivg ma un certo gruppo di donne in politica che usa alcune delle istanze femministe come brand per riaffermarsi quando perdono consensi. Le stesse donne in politica che poi si oppongono al ddl zan, all’identità di genere, all’inclusione trans e ai diritti delle sex workers.

Queste donne sono le stesse che si intrufolano in manifestazioni di movimento per cavalcarle e trarne utilità normalizzando e spostando sempre più a destra il discorso politico femminista. Le donne non sono tutte uguali, non sono tutte femministe. Si concentrano sul diritto all’aborto oggi? Perché mai nelle amministrazioni a guida pd hanno approvato l’istituzione i cimiteri per embrioni obbligando le donne a scegliere tra scarto e sepoltura con tanto di nome all’embrione abortito? Perché mai le amministratrici dei comuni a guida pd hanno votato delibere per il decoro che penalizzano e sanzionano la presenza di sex workers in strada respingendole ai margini dove è più facile fare loro del male? Perché nelle amministrazioni a guida pd si sono discusse mozioni contro l’identità di genere appoggiando le deliranti e offensive teorie di transfobe che vorrebbero un femminismo solo per donne di nascita? Perché certe parlamentari pd hanno fatto strenua opposizione al ddl zan e non consentono che si parli di identità di genere e di violenza di genere?

Lo sdoganamento di certi destrismi l’hanno fatto loro dunque cosa vorrebbero dal movimento femminista adesso? Conviene si rivolgano ai contesti da cui pare traggano voti, quelli che permettono la pubblicazione dei loro articoli si Avvenire e Famiglia cristiana. Facciano fiaccolate con gente di chiesa, com’è naturale che sia a questo punto. E smettano di fare le vittime e descrivere le femministe che lottano per tutte come estremiste e cattive. Lo hanno già fatto, tentando di prendersi il merito per una grande manifestazione anni fa, presentandosi per essere intervistate e quando furono cacciate dissero che le femministe erano violente. Non è così. Io c’ero. Violenza è quella di chi tenta di accreditarsi come femminista quando in parlamento porta avanti istanze totalmente opposte.

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Inquisizione in Sicilia e Donne di fora

Appunti di studio sull’inquisizione siciliana che dura più di quattro secoli ha inizio comunque con la fase del re Federico II, peggiorando con i monarchi successivi e con l’invio dei domenicani a capeggiare il sant’uffizio palermitano che svolgeva compiti per il Regno di Spagna che ci aveva colonizzato. Federico II aveva ereditato una situazione debitoria dal padre che continuava nel suo programma di colonizzazione senza progredire in senso commerciale. Per cercare di risolvere la questione come prima cosa cacciò i Mori dal Regno, quelli di religione musulmana, spesso traghettati fino a noi solo per imporgli la schiavitù, talvolta erano stati ragazzi rapiti dalle navi per metterli a lavorare e costretti a convertirsi nel frattempo. La cacciata dei Mori significava anche la sottrazione di tutte le proprietà e i beni che si lasciavano dietro. Dopo Federico II con Carlo V dapprima si realizzano dei veri e propri pogrom per gente indesiderata e poi si avvia una campagna nefasta che porta alla cacciata degli ebrei (con appropriazione dei beni lasciati indietro) che vivevano in gran numero In Sicilia. Alcuni furono costretti a pagare per avere diritto alla conversione al cristianesimo, ma continuando a praticare nel segreto delle proprie case la religione natia furono comunque scoperti e cacciati in numero spropositato, senza contare quelli che furono arrestati, processati e condannati come se vi fosse in mente un futuro olocausto già in atto per far soccombere ogni altra religione a quella cristiana.

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All’origine di stigmi e pregiudizi sulle malattie mentali e le donne

Ancora sulle malattie mentali e sulle origini dello stigma che pesa sulle persone affette da qualunque tipo di disturbo a partire dal medioevo e poi negli anni dell’inquisizione e in quelli successivi. Negli anni in cui la chiesa esercitò un’influenza terribile nei confronti della cultura medica, ancora di più nei luoghi colpiti dall’inquisizione cattolica per via della colonizzazione della Spagna (Inclusa la Sicilia), non solo venivano perseguite tutte le persone, in gran parte donne, che esercitavano ruolo da curatrici, ma in generale si descrissero le malattie di qualunque genere in un settore a parte definito demonologia. Le malattie erano considerate come il chiaro segno sul corpo delle persone dell’influenza del demonio. Tale influenza veniva trattata attraverso il rito dell’esorcismo praticato con metodi crudeli e in seguito unito in realtà alla consegna di misture di erbe prese in prestito da chi praticava medicina in senso alchemico e scientifico. Immaginate cosa dovesse voler dire per una donna con attacchi epilettici subire non solo lo stigma da parte della Chiesa ma anche il rito esorcista per allontanare il presunto demonio dal corpo malato.

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Di devianze, manicomi, stigmi e cose da ricordare se parliamo di malattie mentali

Le ultime affermazioni, gravissime, da parte di fascisti che continuano a parlare di “devianze”, riferendosi a disturbi fisici e/o mentali, richiedono una ulteriore analisi. Il punto è che si tratta di opinioni diffuse e ancora culturalmente legittimate, poiché siamo in un periodo di pieno revisionismo storico serve delineare un quadro di quel che era ed è in relazione alla psichiatria. Dalla monarchia al governo fascista, con il codice Rocco, la malattia mentale veniva definita devianza dalla norma in senso antisociale ed era trattata come un problema di ordine pubblico. Manicomi e carceri erano simili nel ruolo di contenimento della “devianza” per consentire maggiore tranquillità sociale. Lo psichiatra era  – per dirla alla maniera usata da Franco Basaglia – un funzionario del consenso che agiva in senso repressivo per lenire il conflitto di classe. Le istituzioni manicomiali erano strapiene di gente povera e che non rispettava le norme imposte. Non era diverso dalla destinazione d’uso fatta dai nazisti nei campi di concentramento. Quando Basaglia e i suoi colleghi arrivarono nel manicomio di Gorizia trovarono reparti stracolmi di persone definite come deviati cronici, la cui cronicità era documentata in appositi registri che venivano custoditi in questura. Si riteneva che il malato mentale fosse un criminale, veniva considerato tale, pur se non aveva mai commesso alcun crimine. I metodi usati per il contenimento di questi “deviati” andava dalla legatura mani e piedi, dall’imprigionamento con gabbie lucchettate disposte attorno ai materassi, dall’obbligo di indossare il “corpetto” o camicia di forza, dall’elettroshock punitivo, dalla strozzatura della persona malata mediante panno bagnato, premuto sulla faccia, mentre qualcuno versava altra acqua. Vi ricorda qualcosa? 

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