Il governo fa guerra ai poveri, le più povere sono le donne e in tante mi scrivono perché disabili, con figli, sole o di età superiore ai quaranta, non papabili per il mercato del lavoro che assume solo giovani a basso costo e senza esperienza o competenze da remunerare meglio.
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Il femminismo della paura fa male alle donne

Articolo di Ella Whelan in lingua originale su Spiked-Online. Traduzione a cura di Antonella del Gruppo di lavoro Abbatto I Muri.
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Che le donne siano in pericolo ogni volta che camminano in strada è semplicemente falso. Gli omicidi di Sarah Everard e Sabina Nessa hanno stimolato molti interrogativi profondi relativi alla violenza maschile contro le donne. I luoghi comuni che seguono tragedie come queste sono spesso prevedibili. C’è chi ha chiesto una migliore educazione sessuale. C’è poi chi vorrebbe che la pornografia fosse regolamentata, sostenendo che ciò impedirebbe agli uomini di sviluppare idee misogine. Molte di queste richieste si contraddicono a vicenda.
Continua a leggere “Il femminismo della paura fa male alle donne”Aboliamo le prigioni? – di Angela Davis
Qualche anno fa minimum fax pubblicò un libro radicale, Aboliamo le prigioni? di Angela Davis, che faceva piazza pulita di tutta una serie di luoghi comuni sulle carceri. Su Minima&Moralia ne hanno ripubblicato un estratto, che prendiamo in prestito.
di Angela Davis
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Le sex worker violentate dalle donne che non le ascoltano

Oggi mi sono ritrovata a vedere un episodio (il sesto) della terza stagione della serie danese Borgen. Parla di una donna che fa politica e che attraversa il mondo delle istituzioni a partire da posizioni di sinistra. Nella serie parlano di moderati ma in realtà le posizioni politiche sono a sinistra del partito laburista che è un gruppo di potere che si alterna alla destra nelle mansioni di governo. In ogni caso, che si sia d’accordo o meno sulle posizioni politiche descritte e vissute dalla protagonista, di nome Birgitte, tra i temi sviscerati, e si parla di questioni ambientali, di accoglienza e multiculturalismo contro l’avanzare delle destre xenofobe, di diritti per le coppie gay e diritti delle donne, di antiautoritarismo e antifascismo, viene raccontato anche del conflitto tra conservatori che paternalisticamente vorrebbero proibire a tutte le donne di prostituirsi e sex worker che chiedono diritti e riconoscimento della propria autodeterminazione.
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Il patto del potere maschile ha un nome si chiama patriarcato (riflessione a margine sul governo maschilista)

Non crediamo in future alchimie di alleanze che replicheranno il solito rimpasto neoliberista, anche se verrà garantito un empowerment in quote rosa: quello che non cambierà in ogni caso é che chi detiene le risorse ed il potere lo eserciterà a scapito delle fasce più deboli della popolazione.
Division 19 – il film/distopia che immagina l’era della tele-sorveglianza
Daspo Urbano, Guerra contro i Poveri e Gentrificazione
Sapete cos’è un Daspo Urbano? E’ un provvedimento voluto da Minniti e poi rafforzato da Salvini che ne ha ampliato gli ambiti di applicazione e lo ha incluso nel primo decreto su sicurezza e immigrazione. Continua a leggere “Daspo Urbano, Guerra contro i Poveri e Gentrificazione”
Per combattere il femminicidio non servono “pene più severe”
L’assassinio di Deborah ha aperto la discussione su proposte di revisione della legge sul femminicidio. Giulia Bongiorno dice che servono pene più severe ma appena pochi giorni fa, quando il ministro Salvini si sentì offeso per le frasi di Spadafora, improvvisamente la presentazione del Piano Antiviolenza in conferenza stampa fu cancellata. Continua a leggere “Per combattere il femminicidio non servono “pene più severe””
Testimonianza sulla violenza della polizia il primo maggio a Torino
La testimonianza di una nostra compagna sulla violenza della polizia al Primo Maggio di Torino.
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Cos’è il “femonazionalismo”?
L’accademica Sara Farris parla della “strumentalizzazione” delle donne migranti in Europa da parte dei nazionalisti di destra – e dei neoliberali.
Il corpo delle donne nella retorica securitaria
Questa è una tesina che Bianca ha scritto per il corso di politiche di genere dell’università di Padova. Questo lavoro ha per oggetto il corpo delle donne e l’uso strumentale che di esso viene fatto nella retorica securitaria e nella conseguente messa in atto di politiche di stampo emergenzialista e repressivo in Italia. Partendo da un caso specifico, l’omicidio di Giovanna Reggiani nel 2007, intende evidenziare il rapporto tra costruzione degli allarmi socialmente indotti e la strumentalizzazione del corpo femminile come elemento di legittimazione delle politiche securitarie. Lo scopo del presente lavoro è offrire degli spunti di riflessione per provare a smontare la retorica securitaria che vorrebbe vederci costrette a vivere nella costante paura, a non camminare per strada da sole, a non vestire in un certo modo; quella retorica che nel nome di una presunta maggior sicurezza vorrebbe legittimare la “caccia allo straniero”.
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Sentenza di Bologna: il femminicidio non si previene con la galera
La sentenza di Bologna. Non ho letto le motivazioni ma solo quello che dicono i giornali e dunque ci sono tante cose che non possiamo sapere. Quello che so è che come previsto ha scatenato un’ondata di indignazione da parte di chi ritene che il carcere sia una soluzione. Non è la motivazione, l’attenuante della gelosia, che ha indignato la maggior parte delle persone, quanto piuttosto il fatto che la pena sia stata ridotta a 16 anni. Ma non è forse questo il tempo medio passato in carcere da chi uccide la moglie? 15 anni, a volte 10. Dipende da tante cose e questo riguarda poco il fatto che il femminicida sia stato coinvolto in un programma di reinserimento della società. Il carcere è un strumento di controllo sociale, serve a gettarvi dentro la gente come immondizia affinché la società possa deresponsabilizzarsi per quel che succede. Ma per noi che ci occupiamo di cultura quanta differenza può fare se un femminicida passa in carcere trenta o sedici anni? Nessuna. Il carcere non è un deterrente. Il carcere non risolve ed è infatti una questione che interessa a chi applica un metodo giustizialista su quel che dovrebbe invece essere risolto in termini di prevenzione e educazione al rispetto dei generi.
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Salvini, sempre più umano. Un caso. Umano.
Leggendo dell’uomo legato mani e piedi e praticamente morto “durante l’intervento di polizia” ho sputato tutto il caffè che avevo appena bevuto. Grazie al Salvini di turno ho capito che non solo all’immigrato tocca la legatura mani e piedi (piedi?!?) ma, perché no, si potrebbe mettergli anche un bel cappuccio in testa in Guantanamo Style per poi consegnare il suddetto ad una bella folla di forcaioli affinché lo impicchino all’albero più vicino.
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Quelle femministe che attaccano perché sei troppo svestita o troppo vestita
Dal gruppo di abbatto i muri un’altra traduzione (grazie a Desirée) per facilitare la condivisione di un messaggio importante.
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Estetica dell’oppressione: il problema del senzatetto è davvero la mancanza di coperte?
Quando accadono eventi in cui si rende chiara la disparità di potere si generano linguaggi differenti che vengono percepiti dai sensi a seconda del significato che quei linguaggi comunicano. La contaminazione attraverso l’uso di parole, immagini e ogni altro mezzo di comunicazione avviene al fine di creare una sorta di parete protettiva per tutto quel che è oppressione. Quella con cui abbiamo a che fare è dunque un’estetica dell’oppressione.
Quando guardiamo un filmato in cui si vede una donna e un bambino tratti in salvo dall’imbarcazione di fortuna usata per migrare quello che vediamo è funzionale al sistema di oppressione. Vogliono dirci che non sono così cattivi da non fare passare proprio tutti. Usano l’immagine di una donna e del bambino come veicolo per legittimare la crudeltà come mezzo di controllo dell’immigrazione.
Quando vediamo un sindaco criticato perché ha gettato via le coperte di un senzatetto l’indignazione sale alle stelle. Quello che non vediamo però è il fatto che quel senzatetto vive in ogni caso tra l’indifferenza generale e quei cinque minuti di solidarietà non cambieranno la vita a lui e a nessun altro. Ha fatto bene il sindaco a buttare le coperte? Assolutamente no. Quello che sto dicendo è che al di là del gesto l’uso che di esso viene fatto serve a raccontare come il fastidio nei confronti della povertà sia dissimulato da molte persone.






