Personale/Politico, R-Esistenze, Salute Mentale

Vedere fuori da me

Se si è depressi è difficile mangiare, dormire, uscire, mettere le scarpe, lavarsi, fare tutto. Ci si sente come in perenne rischio di essere risucchiati dalle sabbie mobili. Si perde il senso del tempo e infine si molla ogni capacità di evitare pericoli. Ci si potrebbe ritrovare ad attraversare una strada mentre il semaforo per i pedoni segna il rosso. Si perde il senso di mobilità ma anche quello di sopravvivenza.

E nelle fasi di recupero è difficile perché bisogna allenare la mente come fosse un muscolo. Gli altri non vedono impedimenti reali e temono di non cogliere i segnali. Chi sta vicino alle persone depresse vive l’ansia di non riuscire a intervenire in tempo qualora accadesse qualcosa di irreparabile e questo può essere definito disturbo da stress post traumatico. Quando la persona depressa non riesce a vedere nulla e tantomeno chi le sta vicino, quando non riesce a mostrarsi a nessuno salvo a chi la assiste, può diventare difficile per tutti.

Riuscire a vedere l’altro che non riesce a risolvere l’ansia è un progresso ma sarebbe utile che le strutture sanitarie prevedessero un servizio per assistere pazienti e chi si prende cura di loro. Allo stato attuale è già complicato assistere i pazienti, figuriamoci gli altri. Tuttavia curare questa malattia implica dover pensare al benessere di tutti. Mi chiedo perché non ci si pensa e perché devo preoccuparmene io depressa invece che le strutture sanitarie di competenza.

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Di sovradeterminazione si può morire

Oggi e domani a Firenze trovate due giornate fitte di interventi interessantissimi e riflessioni necessarie. Avrei dovuto esserci anch’io ma ho dovuto arrendermi al panico da uscita e quindi condivido qui ciò che avrei raccontato loro. Spero partecipiate all’evento e che il mio scritto vi sia utile. Buona lettura!

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Da quando è iniziato il mio inferno? Non lo so più. Mi sembra di essere da sempre intrappolata in ragnatele enormi. Districata una se ne forma subito un’altra. Cos’è cambiato dunque? Il fatto che ora riesco a parlarne, anche se non ancora fisicamente. Il fatto che non me ne vergogno, che su di me non fa più presa lo stigma e non ho più la necessità di dover apparire efficiente, sicura, perfetta come la società mi vorrebbe. Mostro la mia vulnerabilità e me ne frego dei giudizi, dei commenti ingiuriosi sul web. Non importa, perché poco a poco, nella mia vita, sono stata in grado di liberare piccoli pezzi di me. Il mio vissuto personale è diventato politico, la mia vulnerabilità è diventata motivo per dare una mano ad altr* che ancora restano nell’isolamento e nella paura di essere additat* come anormal*, disadattat*, pazz*.

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Se i malati mentali fossero considerati soggetto politico

Gli psichiatri che si rivolgono alle istituzioni affinchè i tagli alla sanità pubblica siano revocati sono sempre di più. C’è il serio rischio di ripiombare in situazioni manicomiali e questo però pare interessare poco all’opinione pubblica. In questa battaglia gli psichiatri sembrano sempre più soli. Molta gente spinge piuttosto affinchè si realizzi un maggiore controllo sociale. Le persone coinvolte, invece, perché affette da malattie mentali, sono massacrate da stigma e demonizzazione. Ciò vuol dire che si vergognano ad esprimersi e se non si raccontano non possono realizzare unità di intenti e rivendicazioni, non possono mai diventare un soggetto politico. I malati mentali non hanno voce.

Sono una di loro, depressa e con disturbi alimentari, ho ancora la fortuna di poter trovare persone competenti in un centro salute mentale e presso il reparto di psichiatria dell’ospedale di quartiere. Vedo le difficoltà del personale sanitario. Pur mancando di diverse unità cercano di elargire professionalità e competenza. Nel reparto sono molte le persone a cui medici e infermieri salvano la vita. Ti aiutano a sentire il sangue che torna a scorrere, carezzano e lavano i corpi di persone indifese, restituiscono loro speranza e nuovi obiettivi. Studiano con te nuovi dosaggi dei farmaci, svelano approcci multidisciplinari con rieducazione motoria, alimentare, con recupero sociale e reinserimento lavorativo. Ti tengono sveglia di giorno per donarti un buon sonno la notte.

Da testimone posso osservare i loro molteplici sforzi. Se il personale non è sufficiente però sono obbligati a usare la contenzione sui pazienti che altrimenti andrebbero in giro a spaventare gli altri. Pur essendo in pochi devono monitorare le persone con ideazioni suicidarie. Devono risvegliare in loro l’istinto primario di sopravvivenza. Devono impartire lezioni per insegnare ai pazienti di trovare uno scopo.

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Effetti collaterali

Una delle cose che non dicono delle terapie contro la depressione è quella che riguarda gli effetti collaterali. Vero che si cancella ogni proposito autodistruttivo e negativo ma altrettanto vero che per me le terapie coincidono con una discreta perdita di lucidità che recupero solo in tarda giornata, quando il rilascio prolungato delle benzodiazepine mi lascia un minuscolo margine per farmi riflettere sul mio stato.

Vediamo: Riesco a malapena a scrivere e per me scrivere equivale a respirare. Dimentico i pensieri e se mi sfuggono non posso scrivere un rigo, tantomeno posso elaborare letture stimolanti che per me erano facilissime da offrire a me stessa e ad altri. Dimentico le parole, anche le più semplici, e se la mia afasia mi obbliga a cercare su internet sinonimi che appartenevano naturalmente al mio eloquio si ripercuote anche sulla perdita di abilità di scrittura. Questa è una cosa che mi distrugge. Mi distrugge avere sempre la sensazione di aver dimenticato qualcosa di importante e avere sulla punta della lingua e dei neuroni parole e pensieri di cui alla lunga devo dichiarare la scomparsa.

Positivo per i disturbi alimentari è invece avere una traccia dietologica. Se perdo la strada per una crisi bulimica mi è più semplice tornare alla retta via. Questo mi fa starde bene con me stessa.

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Demoni

Il mio compagno parte. Resto sola. Si innesca un meccanismo distorto, quasi che il mio disturbo alimentare sia qualcosa di trasgressivo, da svolgersi di nascosto. Considero l’idea di fare spesa bulimica, con dolci e roba salata, schifezze del tutto inutili e dannose per la salute. Così dapprima spero che le piaghe d’Egitto si abbattano su supermercati e pasticcerie, come per voler ristabilire un minimo di caotica entropia. Poi, pur essendo atea, mi sorprendo a pensare al mio disturbo come a qualcosa di religioso. Penso ai dolci come fossero tentazioni e ai miei pensieri tutt’altro che antagonisti come a tentacoli che emergono dal terreno e giungono a me dritti fin dall’inferno.

Sto combattendo contro i miei demoni. E quest’ultima affermazione andrebbe bene se fossi una eccellente artista come Dostoevskij. In realtà sono solo una bulimica che si serve di varie scuse per protrarre il proprio problema. E sì, capita che tale disturbo sia del tutto cosciente.

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Critica del digiuno. Ovvero l’elogio della fame

Guardando una mia foto di molti anni fa mi vedo magra, fin troppo, eppure mi sentivo brutta. L’insicurezza era visibile nello sguardo, nei gesti, nei movimenti. Digiunavo per evitare che si vedesse la mia vulnerabilità. Eppure la mostravo per intero.

Avevo costantemente fame: di amore, approvazione, comprensione, solidarietà. Nei momenti in cui la fame si nutriva di emozioni positive remavo verso una solida sicurezza. Diversamente non bastava mai.

Pensavo che il digiuno mi offrisse l’opportunità di mostrarmi in pubblico forte e fiera. Non è nella magrezza però che si può rintracciare forza e fierezza. Mi vergognavo di aver mangiato troppo anche quando questo non mi derubava della bellezza. Pensavo di essere trasparente, che si notasse ogni cosa, che gli altri potessero scorgermi fin dentro le ossa. Mi sentivo nuda, ero già malata.

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L’Alcatraz per i pensieri incongrui

Sveglia presto, colazione, antidepressivi, poi seguo indicazioni della psichiatra. Concentrarsi sul “fare” per non far riemergere pensieri bui.

Pelo le zucchine e le metto a cuocere al vapore. Sono parte della dieta che facilita il mio metabolismo frenato dall’ipotiroidismo. Leggo qualche pagina di storia della fantascienza e scavo nella mia memoria per ricordare del 2001 Odissea nello spazio di Arthur Clarke, poi diventato un film di Kubrick.

A questo punto normalmente arriva l’impulso, la frenesia, il bisogno di fissare su carta o su un file digitale intuizioni e visioni. I farmaci però cancellano quella mia esigenza. Mi sembra di udire il clangore delle catene che bloccano la mia produzione mentale.

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In memoriam della libido

Depressione + farmaci = zero libido.

Questa devo segnalarla tra gli scomparsi. Ritrovarla è problematico. Recuperare un tocco di sensibilità idem. Provo ad esercitarmi ma non risponde. Mi dedico alla visione di esempi immaginari per verificare se laggiù qualcosa vive. Mi ritrovo a fare la critica cinematografica sulle apparizioni in video. Tanto sprimacciare ghiandole mammarie e prodursi in allungamenti di tuberi la cui coltivazione va accreditata ad una particolare tipologia di agricoltori. Fantasie calde, fantasie fredde, esercizi di coniugazione di verbi in altre lingue. Nulla che mi produca la minima sensazione di piacere.

D’altronde se la terapia si basa sul fatto che bisogna appiattire le emozioni, affinché tu riesca a svegliarti e vivere la giornata senza avere attacchi di panico o cali d’umore, non dovresti sorprenderti del piattume molle che regna in qualunque parte del corpo.

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Incanto

“Aiuto!” – urlo, nel cuore della notte. Il mio compagno si sveglia e inizia a parlare con me. Gli dico che se il malessere persiste dovrebbe chiamare il neurologo. Lui chiede una spiegazione e io rispondo chiarendo che il mostro vuole mangiare i miei sogni e mi impedirà di svegliarmi. Solo a questo punto lui capisce che io sto dormendo e che mi trovo nel bel mezzo di un incubo.

Il sogno agitato è tipico per me da quando assumo farmaci antidepressivi e stabilizzatori dell’umore. Le medicine appiattiscono le emozioni e tengono a bada ansie e paure. Si liberano di notte. Così negli ultimi anni non mi è mai più capitato di fare un bel sogno.

Quei farmaci a volte mi paralizzano. So di dover andare al cesso ma non riesco ad alzarmi. Contraddire la paralisi è tremendo. Ripeto tra me e me che devo farcela e che non vinceranno le pillole. Vincerò io. Infine riesco a sollevarmi e procedo.

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Recupero

Dopo un crollo conseguente a disturbo depressivo il corpo ne risente. Si riparte da capo, come quando si rompe un osso e segue la riabilitazione dopo aver tolto l’ingessatura. Un attimo perché si rompa e mesi e mesi per recuperare. Così bisogna riallenare la mente affinché i neuroni funzionino come si deve e poi si riprende a faticare prima per risollevarsi e poi per reimparare a camminare.

Sarebbe comprensibile se fosse un problema visibile. Invece diventa meno scontato riuscire a farsi ascoltare da chi ti sta intorno se si tratta di malattia mentale. Normalmente si ricomincia con una nuova ripartizione di farmaci e poi con una rieducazione dei ritmi sonno-veglia e della alimentazione. Metabolismo di base e infine movimento, per quel che si può. Sembra impossibile ma la paralisi psicologica equivale ad una immobilità fisica. Serve una vera e propria ripresa della mobilità. Si reimpara a masticare senza digrignare i denti. Si fa attenzione a tutti quei movimenti che sono naturali per chiunque: funzionamento dell’intestino, metabolismo, mantenimento dell’igiene, esercizio muscolare, riattivazione dell’uso delle ginocchia, pochi passi al giorno per riuscire a restare in piedi.

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Sexual life di una depressa sobria

Mi chiedono: ma come funziona? Funziona?

Ogni disabilità immagino abbia proprie specificità al riguardo. Per me il punto è che depressione e farmaci coincidono con post menopausa. Non ho mai avuto problemi, anzi, sono sempre stata passionale, senza pudore, ma oggi non posso ruggire. Dunque se chiedi come funziona per me, depressa, ti dico che la vicenda è complessa. Sono frustrata perché non sento ciò che sentivo prima ma se devo accettare quel che mi accade, chiedo ascolto, dialogo, richieste esplicite.

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Pandemia e riacutizzazione depressione

Qualcuno chiede: ma qualche anno fa uscivi, venivi alle manifestazioni e partecipavi in giro. Che è successo? Ero già in terapia, non funzionava benissimo ma per lo meno ero riuscita a superare a tratti, non spesso, lo scoglio agorafobico. Poi la pandemia mi ha costretta a restare chiusa in casa. Infine avevo il terrore perfino di andare dal medico. Ho fatto i vaccini con molte cautele. Ho ricevuto una visita domiciliare da una psichiatra che comunque non mi reputava “grave”. Ho delegato il ritiro farmaci al compagno e tra noi si sono ingigantiti scogli mai affrontati, forse. Lui fuori, lavorava, io sempre a casa, sola, avevo staccato da tutto, non riuscivo più neppure a gestire la pagina, a scrivere, leggere, a fare nulla. Me ne stavo seduta sul divano ad abbuffarmi, vomitare, anestetizzarmi con sedativi e serie tv in streaming. Se dovevo affrontare il mondo esterno, vedere qualcuno, parlare al telefono, andavo nel panico. Il mio compagno non poteva ovviamente portare a casa nessuno perché io mi sarei chiusa in camera da letto. Lui frustrato, scandendo gli ultimi periodi, io completamente massacrata e senza forze.

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