Personale/Politico, Salute Mentale

Patente sospesa e pregiudizi su malattie mentali

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lamentavo il fatto di aver ricevuto minaccia di sospensione e invito al riesame solo ora che ho ottenuto il 75 % di invalidità dall’inps. la maggior parte dei commenti mi hanno realmente fanno pensare che se si potesse si richiederebbe la sospensione dei diritti alle persone come me. Volete toglierci anche il diritto di voto? forse potreste affidarci alla tutela di patriarchi come si faceva una volta?
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Posseduta da un diavolo laico

Mio padre soffriva di paranoia, ansia, cambiamenti d’umore repentini e attacchi di una violenza incontrollata che ho sperimentato sulla mia pelle. Suscitava terrore sentirlo tornare a casa e poi non gioiva ad essere contraddetto. Lui era l’autorità massima, il patriarca, senza dimestichezza reale col ruolo, con una schizofrenia di base che lo lasciava a mugolare quando non trovava il pranzo in tavola e a urlare e lanciare oggetti quando la famiglia dimostrava coi respiri la propria esistenza. Mia madre gli dava quella che si chiamava Valeriana, una sostanza vegetale per calmarlo, salvo poi giustificarlo per qualunque azione aggressiva e sessista contro i figli.

La prima femmina di casa era malata, non donna fatta e finita, senza aver avuto accesso al menarca per la sua anemia. L’unica figlia che visse il passaggio dall’infanzia all’adolescenza fui io, non senza traumi e ritorsioni. Quella femminilità sbocciata doveva subire mortificazioni, affinché fosse assoggettata al volere paterno. Se nell’infanzia tentavo di compiacere come potevo quel padre padrone, ascoltando mia madre che mi attribuiva ogni colpa per i suoi, di lui, scatti d’ira, nell’adolescenza mi ritrovai a tracciare un percorso nuovo. Ero la prima, in assoluto. Mia sorella era sempre stata in ospedale o a medicarsi e a studiare. Per mio padre non era neppure una donna. Era la malata, la croce nefasta di cui portare il peso. Poi c’ero io, apparentemente sana, tristemente introspettiva, dedita a letture e scrittura, in cerca di angoli di pace che mi salvassero dalle urla paterne e dalle moine educative materne.

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Gli effetti delle droghe legali

La biografia di Philip K Dick scritta da Emmanuel Carrére precisa come lo scrittore di fantascienza fosse un tossico che alternava calmanti e sonniferi e anfetamine. Per dormire e poi per restare sveglio e portare avanti il suo ritmo di lavoro, di scrittura instancabile per cui lo conosciamo dopo aver letto tantissimi suoi racconti. Non era l’unico. Tanti scrittori hanno fatto uso di droghe e tanti erano pazienti pschiatrici e tutti concordano nel dire che quel che è legale è droga, pur se non venduta dalla criminalità organizzata. Diverso è per i mercati in cui la sanità non è gratuita per cui certi farmaci si procurano anche sottobanco, come spaccio, sebbene si tratti di benzodiazepine.

Da noi non va bene parlare di marijuana, che pure calma e fa ridere, perché hanno deciso sia più dannosa di altri farmaci che io ho ingerito per quindici anni. Calmanti, ansiolitici, stabilizzatori dell’umore, roba per dormire, per stare sveglia, per connettere e regolare ritmi irregolari. Ho provato, con calma a fare senza ma quel che succede non mi è mai successo quando mi facevo le canne di marija. Prurito dappertutto, bruciori sparsi, malesseri tremendi, insonnia costante, cervello che brucia, panico incontrollato, perché quel che i farmaci non insegnano è la resilienza. Dunque non puoi farne a meno, si diventa dipendenti. Ti chiedi se ne hai abbastanza per finire il mese, ti preoccupi di quante pillole restano, poi ti chiedi a cosa serva esere dipendenti da farmaci che ti rincoglioniscono o ti fanno restare vigile come una molla. Di fatto il problema non viene affrontato se non in termini totalmente antipsichiatrici e va da sé che non è così che si può spingere un malato mentale a stare meglio.

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Conflitti atavici di famiglia

Se madre e padre e sorella mi hanno targata come pecora nera, disertrice dei ruoli di cura e sfuggita all’abbraccio morboso e mortale del rapporto che univa tutti attorno alla tirannia del male di mia sorella, a mio fratello è toccata la parte del tutore della madre addolorata, martire e agnello sacrificale, mi ha colpevolizzato e trattato da infante pur essendo più piccolo di me, mi ha fatta sentire inetta e inadeguata. Mi ha comunicato dopo un mese del decesso di mia sorella solo per chiedere documenti e non mi ha chiarito per tempo di che situazione debitoria lei soffriva e ora pesa solo su di me, non so per quale ragione, né su di lui né su mia madre, ugualmente potenziali eredi. Ho tempo dieci anni per rinunciare all’eredità e lo sto facendo ma i debiti incombono e hanno già deciso che prima devo pagare e poi se ne riparla. Non sono inezie ma migliaia di euro che non ho.

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Dormire come i bimbi

Provo a farlo di notte e mi sveglio tre ore dopo. Poi più tardi mi torna sonno e vado a letto e non riesco a concludere nulla nel frattempo. La mente è annebbiata è tutto mi scorre addosso trattenendo solo il dolore, le paure che mi immobilizzano e questa in sintesi è la condizione in cui mi trovo ora. Di nuovo non riesco a uscire e non ricevo visite. I capelli sporchi e il prurito ovunque, come se qualcosa mi mordesse sotto la pelle. Mi sento male e non so perché o come fare a stare meglio. La psichiatra ha aggiunto un farmaco per dormire ma è uguale. Non voglio tornare al reparto psichiatrico per provare a essere presente anche se non lo sono.

Questo è tutto. Inizia un’altra giornata di agonia

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Il fratello con pregiudizi su malattie mentali

Quello che mi ha comunicato della morte di mia sorella, i cui debiti ricadono su di me, dopo un mese e solo per ragioni burocratiche. Sa dei miei problemi ma dice che devo affrontarli e mi manda messaggi ansiosi perché non ho ancora ottenuto rinuncia da avvocato incaricato.

Come un uomo d’altri tempi pone uno stigma sulle malattie mentali. La sua ultima lettera di anni fa mi scaricava addosso vagonate di livore ostile di merda adolescenziale mai evidentemente superata.

Preoccupato della vita di una madre alla quale è legatissimo mi ha sempre vista come la pecora nera, quella che dava problemi o peggio li inventava. Tutto ciò che mi riguardava era solo un capriccio e ora che devo risolvere un problema di debiti che non so come pagare per via della sua fretta a chiudere le questioni di successione pare sempre che sia tutta colpa mia.

Poi si chiedono perché io non possa chiedere aiuto alla mia famiglia. Non l’ho fatto e non posso farlo. Loro sono causa dei miei problemi coi loro legami disfunzionali e il modo di farmi sentire sempre orfana e indesiderata o inadeguata rispetto alla efficienza martirizzante della santa madre.

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Invalidità al 75%

Hanno impiegato poco per farmi sapere e non mi sembra abbastanza ma forse è sufficiente a non farmi pagare ticket e farmaci e farmi iscrivere alle liste protette.

Devo muovermi entro trenta giorni e trenta sono i giorni che restano per pagare il debito di mia sorella defunta e non so che fare.

Non mi lavo da giorni e non mi muovo dal divano. Urlo dentro e sono in silenzio. Tutto mi piove in testa quando avrei dovuto ricominciare e non so come fare. Sono bloccata e la vita scivola via.

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Il tempo perso

A essere malata e con il panico da debiti non miei. Non riesco a risollevarmi. Oggi ho ricevuto l’ennesima raccomandata intimidatoria e il fiato è morto. Chiamata al 118 e ho deciso di non farmi ricoverare. Se non resto presente devo delegare e non vorrei anche se non ce la faccio più.

Tutto mi sembra tempo che non recupererò mai. Potrei fare cose costruttive e mi struggo per paura e ansia. Vorrei dormire a lungo ma non posso farlo e mi sento sfinita.

Scusate l’assenza

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Dubbi da insonne

La psichiatra ha aggiunto un altro farmaco alla collezione che devo assumere per favorire il mio sonno. Devo tenere un diario nel quale raccontare delle ore in cui dormo e quelle in cui resto sveglia. Poi devo incontrarla e verificare insieme se la terapia funziona. Sono un po’ scoraggiata, perché mi sembra di tornare alle tante situazioni passate, con altri psichiatri, quando il farmaco in più diventava la speranza di poter stare meglio e inevitabilmente, dopo l’assuefazione, bisognava aumentare le dosi, fino al’annichilimento.

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I debiti della sorella defunta

Ho perso i contatti con mia sorella quando anche a causa della mia depressione mi sono sottratta al ruolo di cura che veniva richiesto in famiglia per via della sua malattia che tutto e tutti aveva monopolizzato nel corso degli anni. il distacco è stato graduale ma soprattutto dovuto all’enorme incomprensione sui ruoli imposti e sull’incapacità di fronteggiare la faccenda in modo razionale. Per anni ho detto loro di assumere qualcuno soprattutto perché l’assistenza a mia sorella ha monopolizzato il tempo e l’attenzione di mia madre, morbosamente legate, senza che ciascuna riuscisse a realizzare un modo per rendere indipendente l’altra. Non erano affari miei fintanto che la questione non mi veniva imposta in termini di sensi di colpa, di totale sottovalutazione dei miei problemi di cui non sapevano e poco volevano sapere. Quella volta che tentai di aiutare mia sorella fui espropriata della mia casa e della mia vita. Per cercare lavoro mi trasferii lontana, ma per telefono continuavano i lamenti di mia madre che comunque non voleva sottrarsi a quel ruolo. Mio padre prima di morire mi disse che erano così morbosamente legate e che morta l’una l’avrebbe seguita l’altra. Per fortuna così non è stato, soprattutto per l’impegno di mio fratello che si è assunto il carico di una donna anziana con grande nostalgia e rimpianti per il passato. Con la mia famiglia i miei conflitti non si sono attenuati ma nel tempo, lenite le ferite, abbiamo intrapreso una comunicazione quasi formale, burocratica. Per loro sono io che li ho abbandonati e per me è stato arduo tentare di superare tutte le fasi depressive senza coinvolgerli e consapevole del fatto che le malattie mentali in famiglia venivano sempre all’ultimo posto. Prima c’erano le malattie concrete. Quelle visibili e tangibili che mostravano mia sorella in attesa costante di attenzioni e assistenza. Farei un torto a lei se mi limitassi a descriverla solo come supplice di attenzioni. Viveva la sua dipendenza con grave frustrazione. Mia madre credo non abbia mai rinunciato a immaginarsi mai assolta per quella malattia che pensava derivasse da un problema genetico. Così hanno pagato entrambe e io sono stata negli ultimi tempi troppo fuori da tutto per potere anche solo concepire un impegno di quella portata. Quando mesi fa lei è morta ho ricevuto un enigmatico messaggio da mio fratello che diceva “se ne è andata”, semplicemente. Me lo comunico’ un mese dopo. Chiedeva documenti e faceva richieste burocratiche per l’espletamento di tutto ciò che c’era da fare, la chiusura del conto in banca, i sospesi, tutto ciò per cui i parenti dovevano presenziare per definire l’assenza in vita di una donna che ha lottato, infine stremata, e se ne è andata.

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Pagare visite non disdette per fobia da comunicazione: la burocrazia della salute mentale

Il giorno in cui mi resi conto di avere un problema cercai di rintracciare il capo del filo per raggomitolarlo e trarne l’illusione di poter tenere insieme il caos della mia vita. Lessi libri e articoli per tentare di razionalizzare quello che non potevo razionalizzare e alla prima seduta da uno psichiatra, specializzando in disturbi alimentari, andai con una diagnosi, dissi che stavo sprofondando nella depressione e nell’isolamento e che mi era quasi impossibile fare cose che per altri sembravano normali. Chiedere aiuto, rispondere al telefono, recarmi da un medico, andare in farmacia, organizzare una mia eventuale agenda di appuntamenti. Secondo le regole della Regione in cui vivo il reddito del mio compagno (pur se impiegato per la maggior parte nel pagamento dell’affitto e delle bollette) supererebbe di un minimo una certa fascia che non mi consente di pretendere la gratuità degli interventi sanitari e della prescrizione dei farmaci. Perciò per 15 anni ho pagato ticket e farmaci che secondo il ministero non rientravano in quella rete di necessità al punto da stabilirne la disponibilità gratuita per chiunque. La difficoltà di comunicazioni telefoniche e la totale alienazione di certi miei periodi di chiusura in me stessa mi hanno impedito di disdire alcuni appuntamenti e qualche giorno fa la burocrazia mi ha presentato il conto facendomi pagare non solo i ticket delle visite che non ho fatto ma anche le more per il ritardo del pagamento. Questi sono i paradossi che ho dovuto affrontare in questi anni in cui da un lato tentavo di tenere sotto controllo quel che potevo di me stessa e dall’altro venivo punita perché non ero in grado di farlo. 

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Il peso dell’anima

Sto sprofondando, lo sento, non riesco ad essere lucida, mi manca la scintilla, quel brillare che mi spinge a inventare storie in cui ciascuna possa ritrovare un pezzo di sé stessa. Non voglio tornare al mio lento pensare, non voglio tornare ad essere una figura ombra su un divano. Cerco di reagire ma il peso è imperioso, furioso, incrollabile nella tendenza a farmi scivolare verso il basso. L’umore non si assottiglia, non è mai leggero, il peso è consistente, mi pressa sul torace come se qualcuno rimanesse seduto sulle mie costole in ogni momento. Respiro a metà, senza ossigeno sufficiente cerco di riattivarmi ma non funziona. Non trovo la spinta, non so come fare, non so cosa fare. La psichiatra dice che i farmaci sono giusti, mi affido agli stessi, dunque cosa non va? Perché sto ritornando a sentire quel disagio molle, liquido, che mi attraversa come se sostituisse goccia dopo goccia il mio sangue?

Mi tremano le mani, non posso raggirare il mio stato nervoso, insiste, mi opprime. L’umore stabilmente oscuro, senza lasciarmi pensare ai momenti in cui tentavo il suicidio ma se non vedo una via d’uscita, se torno a formare la figura stanca senza capacità di inventare e scrivere, senza percepire la frase letta più volte, cosa dovrò fare. Come posso aggiustare le cose. La pesantezza mi rende incapace di alzare la testa o di dare spiegazioni a domande semplici. Non riesco a consolarmi o a confortare. Non posso fuggire e l’oppressione ritorna. Tutta l’elaborazione trascritta, il racconto delle esperienze passate, la sensazione iniziale di euforia per aver immaginato di poter vedere un raggio di sole. Oggi immagino una eclissi perpetua, il corpo non muove nelle direzioni che ordino, provo fatica a schiacciare un tasto dopo l’altro, per tentare di liberarmi e capire, come faccio sempre. Scrivere per fare emergere l’origine di un disagio, individuarlo, annientarlo, affrontarlo. Quel che sento è un flusso di legacci che mi tengono sospesa senza permettermi di scivolare e poter camminare con le mie gambe.

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Depressione e disturbi alimentari: terapie punitive

In questi giorni non riesco a restare sveglia a lungo, dimentico le cose, perdo il filo logico dei pensieri. Mi sembra tutto sia ovattato. Eppure i farmaci sono gli stessi, dunque il problema risiede altrove. Dove? Col tempo dovrei assuefarmi ai farmaci, non dovrebbero indurmi un sonno maggiore. Ma qualcosa non funziona con il metabolismo e l’alimentazione. Sapete già che non si indagano le cause ma in Italia si promettono soluzioni miracolose agendo sui sintomi. L’anoressica viene munita di sondino nasoesofageo per la nutrizione coatta e alla bulimica si toglie il pane. In quindici anni di consultazioni con vari psichiatri nessuno mi ha fornito risposte esaurienti e per quanto io tentassi di capire e leggere molto sull’argomento non trovavo nulla che fermasse quella pulsione. Quando la psichiatria si arrende, perché è così, ti consegna al chirurgo bariatrico che ti affetta lo stomaco, come nel mio caso, in modo da farti sentire tutte le difficoltà della nutrizione con una striscia minuscola di stomaco, una digestione che non funzionerà mai più come prima, l’obbligo di assumere integratori perché non potrai assimilare certe vitamine, e gastroprotettori ogni giorno perché senza solo il passaggio di un morso di pane procura fastidio e se aggiungo altro anche dolore. I primi tempi sono stati disastrosi e le visite di controllo terminavano con conferme da parte mia del fatto che mangiare mi portava a frequenti rigurgiti, vomito spontaneo. Due cucchiai di pasta e un po’ d’acqua bastano per provocare un intenso bruciore e il rigurgito.

Quindi ho dovuto apprendere, facendo cavia di me stessa, nuovi modi di nutrirmi, distanziando i pasti, non mangiando mai oltre una certa quantità, non bevendo durante i pasti e neppure dopo, posso farlo a distanza di molto tempo. Non risolvendo la causa della pulsione tentavo l’abbuffata con risultati disastrosi. Notti a vomitare l’anima o, in alternativa, dato che non si digerisce come si dovrebbe, a restare incollata al cesso perché come conseguenza arriva l’incontinenza. Un sorso d’acqua e subito al cesso. Cino non digerito bene e diarrea per giorni. Per forza ho perso tipo 40 chili in breve tempo ma ne ho ripresi alcuni quando ho imparato a gestire il corpo amputato e a capire cosa in effetti mi procurava malessere oppure no. Non posso usare lo zucchero bianco o prodotti conditi con zuccheri trattati, il bruciore è insopportabile. Non posso mangiare certe robe farinose, sfoglie pronte o alcuni tipi di pizza e alcuni tipi di pane per via del lievito che gonfia quel morso occludendo lo spazio che serve a far passare il cibo. Frutta con troppi zuccheri diventa indigesta. Non ho mai avuto problemi con l’anguria, ora mangiarla mi provoca la diarrea. Entra ed esce intera. Il metabolismo non funziona. Questo mi appesantisce, non nel senso di chili ma nel senso di effetti come sonnolenza eccessiva o altri sintomi da confusione.

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Fame da Morire: la mia bulimia

Non riesco a venirne a capo e dunque penso che dovrò cominciare da capo, un po’ per volta, a riflettere ad alta voce, come ho fatto per la depressione. Il mio secondo step sulla bulimia. Perché ho fame, di cosa ho fame. Perché mi serve, perché mi sento in colpa e disperata, perché non mi riconosco, perché l’immagine che ho di me non somiglia a quella che vedo allo specchio. Perché non si placa questo bisogno di nutrimento non necessario. Perché mi sento così e come posso convivere con una parte di me che non conosco e non controllo ma che controlla me? La dipendenza da cibo non è diversa da qualunque altra forma di dipendenza ma del cibo non si può fare a meno e iniziare con un morso significa attivare il bisogno di affogare nel cibo. Un bisogno ossessivo e compulsivo che si placa solo se poi riesco a smettere o se per qualche giorno mangio normalmente e vedo che il mio peso scende. Non uso la bilancia da tanto, oramai, ma sento che il peso aumenta o scende. Lo verifico dagli abiti che mi vanno stretti o larghi. Mi porto dietro l’insicurezza, per quel che pare un danno al mondo intero, come una ladra mi nascondo, perché nessuno sappia, invece ora lo sanno, io lo so. Non mi vergogno ma nonostante questo non riesco a risolvere e c’è qualcosa da capire che non posso risolvere, forse non da sola.

Ho dovuto sospendere lo psicologo a pagamento, perché con il mio compagno bisognoso di cure non potevo contare sui soldi che metteva da parte per me. Quindi riparto da qui. Domani a mente più lucida. Per ora cerco di ascoltarmi, in silenzio, senza anestetici fisici o visivi. Continuando a fare ciò che mi ero ripromessa.

a presto.

Eretica Antonella

Personale/Politico, R-Esistenze, Salute Mentale

Dopo abbuffata: appunti da bulimica parte seconda

Sento lo strascico ancora oggi. Stamattina ho fatto colazione e lo strascico dell’abbuffata mi ha fatto venire sonno. Mi sento irritabile e se il sonno della notte con i farmaci inibisce la fase R.E.M. quindi non mi fa ricordare quello che sogno, di giorno è diverso e quel che ricordo è un incubo. Cercavo di parlare con mia madre ma chiudeva tutte le porte e ho sfondato diversi muri, scavalcato finestre e distrutto molte cose per riuscire a raggiungerla e per dirle che stavo soffrendo. Volevo solo dirle che sono bulimica e depressa e che questo mi procura una grande sofferenza. Nell’incubo lei non ascoltava ed era inutile qualunque cosa facessi perché anche la mia voce non sembrava uscire e il mio urlo restava muto. È possibile che lei fosse una mia proiezione ovvero che io cercassi di parlare con me stessa. Ho cercato di disinnescare dopo l’abbuffata per impedirmi di restare immobile e quindi ho spostato le mie cose e mi sono ripiazzata alla mia scrivania che mi ricorda una postazione di lavoro. Ho ricominciato a leggere il libro che devo finire ma l’irritazione non passava e il disinnesco non funzionava, il malessere continuava a circolarmi all’interno. Quindi il tempo del mio post abbuffata dura due giorni per ciò che riesco a capire ed è quello che riferirò alla mia psichiatra e ancora non credo di esserne uscita. Sembra uno scherzo ma quell’unica abbuffata porta ad altre esagerazioni e perdite di controllo e mette a rischio il mio equilibrio e mi fa stare male fino a questo punto. Lo scrivo per spiegare che essere bulimica non significa solo strafogarsi. Significa soffrire moltissimo ed è quello che credo succeda a molte altre che vivono la stessa esperienza. Sia che si tratti di bulimiche che di anoressiche. Il cibo dovrebbe far produrre al cervello ormoni del piacere. Ma qualcosa evidentemente non va e alla prima fase di anestesia segue tutto questo malessere che riesco a malapena a quantificare e si tratta di un solo episodio sperimentato su suggerimento della mia psichiatra prendendo appunti su ogni sensazione e su ogni effetto. Non riesco neanche a pensare a tutto quello che ho vissuto in passato inconsapevolmente. Spero che questo sia quantomeno utile a qualcun altra che vive lo stesso problema. Essere cavia di se stessa può essere utile per capire da dove inizia e dove finisce la sofferenza e come farla smettere. Cercherò di tenervi al corrente.

Ps: dimenticavo che il post abbuffata fa venire voglia di alienarsi in modi diversi pur di non pensare e io mi sto obbligando a pensare.

Un abbraccio

Eretica Antonella