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La depressione consapevole: forse ce la farò a uscirne

Riemergo, poco a poco. Sono stata impegnata a lottare per me stessa e devo dire che oggi di me mi importa. Sono seguita da una diversa psichiatra che mi ha prescritto altri farmaci che sono stati utili a farmi raggiungere e mantenere un buon ritmo sonno/veglia. La notte dormo e al mattino mi sveglio e non è poco. Riesco a finire una cosa alla volta invece che farne mille tutte assieme senza concludere niente. Sono seguita da una dietologa che mi ha spiegato come mai negli anni non ho mai mantenuto un peso decente. L’endocrinologa ha detto che la mia tiroide è da buttare.

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Lo stigma sui disturbi mentali: io sono proprio come voi!

Lei scrive:

Sono una donna di 24 anni, in terapia da quasi 2 e sempre da quasi 2 uso uso psicofarmaci. Soffro di DOCDP, cioè, disturbo ossessivo compulsivo della personalità, fin da quando me lo posso ricordare (prima infanzia) e di depressione da quando avevo 10 anni che, se entro 2 anni non viene curata adeguatamente, si trasforma, come nel mio caso, in depressione cronica. Soffro di ansia sociale e di disturbo da stress post-traumatico. Ho pensato a suicidarmi talmente tante di quelle volte che, se le impilassimo tutte, una sopra l’altra, lo zenit di questa piramide metaforica arriverebbe a toccare l’infinito punto dove due rette parallele, finalmente, si incontrano. Ora sto meglio. A volte ci penso e mi rattristo, perché non mi ricordo com’è successo. Prima ero là, al buio e ora qua e… Ma lasciamo perdere.

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A chi importa di una sopravvissuta?

lei scrive:

se sfiori la morte e sopravvivi ti senti invincibile. quello che non metti in conto è il fatto che devi badare al trauma successivo. vivo con la paura da anni oramai. come posso spiegare… non trovo le parole. mi sono persa e ho sopravvalutato la mia capacità di rinascere. è sparito il ricordo delle sue mani attorno al mio collo. sparito il rumore delle ossa rotte. a distanza di anni ricordo cose diverse, coloro la realtà di differenti sfumature. faccio di tutto per nascondere agli altri la mia sofferenza perchè non voglio essere considerata una vittima. una sopravvissuta, casomai, ma non una vittima. sono sopravvissuta ad una guerra contro un sistema di valori che mi ha sconfitta. credevo di poter sfidare la sorte, di poter dominare il pregiudizio, dirigerlo, addomesticarlo con l’amore, il sesso, con offerte tangibili che fungono da mediazione tra te e il resto del mondo.

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Sono stata maltrattata e licenziata per la mia omosessualità

Lei scrive:

Cara Eretica,
Non immagini la mia paura nello scriverti (…).

Sono stata licenziata. Niente di nuovo.
E invece sono stata cacciata, umiliata, offesa e molestata per ben due anni.
La causa: la mia omosessualità.
Dei datori di lavoro, i classici uomini squallidi, sposati con figli che ad ogni donna che passa sbavano.

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Mi voglio bene: amatevi anche voi!

Lei scrive:

“Cara Eretica,
è da qualche mese che seguo la tua pagina e sono sempre stata indecisa se scriverti o meno perché, nonostante ci sia l’anonimato, condividere quel che si sente è comunque un’impresa.
Ho 24 anni, sono una ragazza e non so da che parte iniziare.

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Quando la bulla è una professoressa

Lei scrive:

Cara Eretica,

Vorrei raccontarti una storia che mi è tornata in mente oggi, non so perché dopo tanto tempo. Se possibile, vorrei rimanere anonima.

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25 anni, uomo, bianco, eterosessuale e vi racconto la mia disperazione

Lui scrive:

Vorrei rimanere anonimo, perchè è nell’anonimato che ho vissuto tutta la mia vita. Ho 25 anni, sono uomo, bianco, eterosessuale, non ho mai dovuto affrontare situazioni di violenza o prevaricazione indotta da qualcuno, il mio genere non mi ha mai causato disagi o difficoltà in ambito lavorativo. Per questi motivi mi sento in difficoltà, la mia componente persecutoria e punitiva costante mi convince che sto togliendo spazio alle donne, che le mie lamentele gridate dalla mia posizione di privilegiato sono inopportune.

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#26N #NonUnaDiMeno – non verrò alla manifestazione ma vi seguirò da lontano

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Cara Eretica,

il 26 novembre non andrò alla manifestazione nazionale contro la violenza di genere perché non posso lasciare mia madre che sta male ed è affidata alle mie cure e in ogni caso non sarei in grado di fare il trasloco del mio corpo per portarlo a roma. è un corpo pesante, il mio, perché ho cicatrici di ferite che ancora non si sanano. sono una ex tossicodipendente e campo con la pensione di mia madre sperando che non muoia perché altrimenti non saprei come fare. io e mia madre siamo costrette a stare insieme anche se non siamo mai andate d’accordo. lei ha bisogno di me e io di lei e quello che viviamo rappresenta un ottimo motivo per partecipare al corteo. ci sarò a distanza, pensando che due donne, io e mia madre, sono costrette alla precarietà, alla dipendenza economica e alla cura anche se vorrebbero essere lontane a vivere altre esperienze.

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