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La terza via: stare accanto alle vittime di violenza vuol dire rispettare le loro scelte

Anni fa commisi un grave errore. Una mia amica era spavalda, disponibile e sessualmente attiva. Molto più attiva di me. Quando uno stronzo la stuprò mentre lei, ubriaca, stava lì ferma sul pavimento con gli slip strappati, io la accompagnai in ospedale perché non si risvegliava. Era andata in shock per aver bevuto troppo e io sapevo che non era colpa sua ma non potevo fare a meno di guardarla male. L’ho trattata male. Freddamente. Pensavo davvero fosse colpa sua. Quel periodo la lasciai sola e non riuscii a dirle nulla che la facesse sentire meglio. Quando discutemmo della possibilità di denunciare lo stupratore lei disse di no perché non voleva stare sulla bocca di tutti e non voleva avere ripercussioni. La mia rabbia nei suoi confronti aumentò e il perché era semplice: non faceva nulla di quello che io avrei voluto facesse. Ma io non stavo nei suoi panni. Non avevo vissuto quello che aveva vissuto lei. Eppure mi sentivo in diritto di sprecare parole per farla sentire sempre più colpevole.

Poi mi disse che era rimasta incinta, gravida dello stupratore. Voleva abortire ma all’epoca non esistevano neppure i consultori, anche se l’aborto era legale. Lei non voleva andare in ospedale perché in quel posto ci si conosceva un po’ tutti e anche questo l’avrebbe resa un bersaglio di critiche e giudizi. Preferì chiedere dei soldi allo stupratore per abortire presso un privato e in un’altra città. Questo per me fu una specie di tradimento. Perché si era rivolta a lui? Ero troppo egocentrica e ferita per capire che non aveva nessun’altra scelta. Lo ha fatto per sopravvivere e si è comportata come doveva data la situazione in cui si trovava. Lui andò con lei. Io rimasi a casa. Quando la incontrai di nuovo le mie prime parole furono “te la sei voluta” e la sua reazione fu di stanchezza. Era ovvio dato che perfino io le davo contro.

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Abolizionismo della prostituzione: una questione di classe, razza e genere

[guarda il video El abolicionismo, una cuestión de raza y de clase, Linda Porn, 2018: https://youtu.be/tkkNrPMrQUA]

Post originale QUI. Scritto da Linda Porn*.

(Traduzione di Margherita e Angela del gruppo di lavoro Abbatto i Muri)

Il movimento abolizionista è nato come un movimento guidato da élite conservatrici e religiose dell’epoca vittoriana contro una legge promossa da Napoleone I che, individuando le prostitute come focolai di infezione, le obbligava ad essere sottoposte a controlli medici obbligatori per dimostrare il proprio stato di salute e quindi essere in grado di lavorare. Alcuni membri del movimento hanno definito il regolamento “lo speculum”, imposto dallo Stato stupratore. Le abolizioniste combattevano per sottoporre ai controlli non solo le prostitute, ma anche i clienti.

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Panni sporchi: dalle Magdalene laundries a Ruhama. In Irlanda si preferisce ancora purificare e redimere le prostitute

Post in lingua originale QUI.

Scritto da Maggie McNeill (traduzione di Giulia e Fiore)

“L’umanità è la lavandaia della società che strizza in lacrime i suoi panni sporchi.” Karl Kraus

Le Magdalene Laudries irlandesi sono state il risultato di una pratica secolare iniziata nel Tredicesimo secolo. Sebbene la Chiesa abbia sempre considerato la prostituzione un “male necessario”, il fervore religioso del 1200 portò “La Chiesa (e la maggior parte dei governi) a tollerare la professione ma cercò di redimere il maggior numero di prostitute possibile insegnando loro “l’errore della loro condotta”, eventualmente rinchiudendole nelle Magdalene homes.

Le condizioni di queste case variavano da tollerabile a terribile in base alle sovvenzioni e alla gestione generale; poche si occupavano delle ex-prostitute a tempo indeterminato mentre cercavano loro un marito, la maggior parte invece erano semi-prigioni in cui le donne venivano “purificate” insegnando loro “il valore di un lavoro onesto” (in altre parole estenuante e non retribuito) attraverso un regime serrato fatto di lunghe ore, minime razioni e regole ferree in cui le sorveglianti leggevano passi della Bibbia o trattati didattici.

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Le femministe radicali e il loro pregiudizio nei confronti della sessualità maschile

Uno dei temi ricorrenti nelle discussioni tra donne è quello della sessualità maschile. Così emergono anche alcuni stereotipi espressi dalle donne stesse. Le preferenze personali non possono essere messe in discussione ma quel che noto sempre è quella tendenza a generalizzare sovrapponendo il proprio sentire a quello di tutte le altre.

Se a lei non piace la penetrazione dirà che “ogni penetrazione è stupro”, mettendola dal punto di vista della femminista radicale Dworkin che di preconcetti contro la sessualità maschile ne aveva davvero moltissimi. Di conseguenza a tutte le donne alle quali piace la penetrazione viene detto che sono traditrici della causa. Il pregiudizio sulla sessualità maschile in questo caso soffoca gli stessi desideri di molte donne. Le femministe radicali, quelle della seconda onda, si scontrarono molto su questo punto con le altre femministe dette sex positive. Le ultime erano quelle che non criminalizzavano la sessualità maschile e non chiedevano che se lo mozzassero prostrandosi pentiti per tutto il male che altri uomini avevano fatto alle donne.

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Quel malefico patto tra catto/fascisti, arcilesbiche, femministe radicali anti/sexworker e anti/gpa

Facciamo un po’ d’ordine. Prima c’era il femminismo che cercava la parità e basta. La seconda onda femminista è quella che poi è stata giudicata tipica delle ancelle del capitalismo. E’ il femminismo liberale, quello che ignora le differenze di classe, di razza e di genere (ebbene si, perché tutto per loro resta nel valore binario uomo/donna). Negli Stati Uniti si chiama Femminismo Radicale (quello di Dworkin e McKinnon) e usa argomenti quali la violenza domestica, sulle donne, per appiattire il discorso sul tema in maniera generica, affinché si dimentichi la differenza di classe. Sono per lo più donne bianche, etero, benestanti, determinate ad assumere il comando di tutte le donne. Non hanno nulla a che fare con il precariato e ancora oggi tendono a fare proselitismo insultando le femministe della terza onda, cioè noi, quelle intersezionali, inclusive di vari generi e certamente anticapitaliste, con una grande attenzione alla differenza di classe e a quella di “razza”. Siamo quelle che non amano il colonialismo culturale. Siamo quelle che dagli anni ’90 combattono contro le femministe radicali che continuano a realizzare crociate contro il porno, il sex working, la differenza dei generi, includendo trans, postgender e quel che ciascuno vuole essere. Oggi ce l’hanno con la gestazione per altri, quella di donne che fanno da quaranta anni figli per le coppie etero. Solo che adesso li fanno anche per le coppie gay e questo ha fatto indispettire le femministe radicali al punto da fare alleanze con forze reazionarie, fasciste, conservatrici, omofobe, pur di non far riconoscere i diritti ai figli delle coppie gay.

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Donna che ha superato la menopausa cerca uomo più giovane con cui fare sesso

Nel corso della mia vita ho avuto diverse relazioni e la cosa che consideravo più importante è sempre stata l’affinità sessuale. Stare con una persona che non mi piace non è bello e so che dico questo perché me lo posso permettere. Ho un lavoro, sebbene precario, e sono abbastanza autonoma da non aver bisogno di una presenza costante nella mia vita. A chi mi dice che dovrei fare figli e pensare alla vecchiaia dico che sono già una donna matura e quando rischierò di essere dipendente da qualcuno preferisco scegliere di finirla. Che vita sarebbe dopotutto?

Tante donne che ho incontrato restano con uomini che non desiderano più. Non fanno sesso da tanto tempo e restano insieme per paura del cambiamento, perché non hanno il coraggio di lasciare un posto sicuro per lanciarsi di nuovo nella costruzione di una vita basata sulla precarietà. Ma vedo i loro volti, le loro espressioni, e so che non sono felici. Possono raccontarsela mille volte e in vari modi ma la verità è che se non fanno del buon sesso sfioriscono, stanno male e finiscono per sognare ad occhi aperti qualcuno che le faccia sentire di nuovo vive. Sembrano parole vuote, luoghi comuni, e rispetto ogni scelta e ogni preferenza possibile. Ciascuno trova felicità come e dove vuole. Io non riesco a trovarla nella staticità, nella routine e non importa se sono adulta, non più così attraente e con molti chili in più. Non mi affido ad una persona ringraziando il cielo di averla trovata.

Voglio e chiedo del buon sesso. Una vita affettiva che dipenda dal presente e scambi intelligenti e sensuali. Non piaccio a molte persone, ne sono consapevole e non è più facile come lo era quando avevo 20 o trent’anni ma non importa se ricevo un rifiuto. Mi piace provarci. Non virtualmente perché di amanti virtuali ne ho avuti e non mi soddisfano tanto. Alla fine preferisco mollarli quasi subito. Mi piacciono uomini in carne e ossa più giovani, come ad alcuni uomini piacciono donne più giovani. A loro è permesso e a me no? I tempi sono cambiati e non mi considero patetica o sola nelle mie decisioni.

Mi piace innamorarmi e sentire una passione che non resta per sempre ma sono felice di poterla provare perché dà senso alla mia vita, mi spinge a fare scelte creative e mi fa sentire bene. Mi piacciono più giovani, legati alla voglia di esistere, generosi nel sesso e che mi mostrino desiderio, con attenzioni e approcci che rispettano me, come donna, come persona, per la mia intelligenza e il mio corpo. Ci sono tanti uomini single là fuori e per quanto possa sembrarvi strano mi capita frequentemente di incontrare uomini di vent’anni meno di me che vogliono accasarsi. Io invece no, nel modo più assoluto. Lo stereotipo della donna adulta che vuole una persona accanto non mi appartiene.

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Racconti di donne che sfidano la morale e amano persone più giovani

Love and Fortune è una serie tv tratta da un manga evidentemente interessante. La serie è disponibile su Netflix con sottotitoli in italiano, per chi ha voglia di vederla.

Ambientato in Giappone, parla di una donna che sfida la morale comune per seguire i propri sogni. Combatte contro stereotipi che la vorrebbero sposata e con figli, lascia il fidanzato e si innamora di uno studente del liceo con le sue stesse passioni: il cinema, i film, l’arte visiva. Nonostante le difficoltà economiche decide di lasciare il suo lavoro aziendale per realizzare un progetto che le sta a cuore.

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