Comunicazione, Critica femminista, Recensioni

La ragazza di neve: perché il libro è meglio della serie tv

Javier Castillo ha scritto un gran libro, che ho letto tempo fa e tutto d’un fiato. Non solo abbatte alcuni stereotipi sul genere ma costruisce con perizia personaggi e critiche sociali sulle leggi che dominano gli Stati Uniti, luogo in cui la sua storia è ambientata. C’è una giornalista che supera uno stupro di gruppo e diventa una combattente al punto da beccare criminali e denunciarne l’esistenza attraverso i suoi articoli e poi c’è il rapimento di una bambina in un contesto in cui c’è un uomo cui viene rifiutata l’assicurazione per ulteriori tentativi di procreazione medicalmente assistita, c’è il padre della bambina, l’assicuratore che nega l’istanza, e solo dopo c’è la donna, la finta madre, che per tutto il tempo immagina di aver fatto un grande errore e capisce solo alla fine che è stata dominata da un folle che spara al vicino perché non scopra nulla.

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Il lamento del maschilista e le donne screditate e colpevolizzate

Dopo il mio post di recensione sul libro X di Valentina Mira mi ha scritto un tale. La faccio breve: le vere vittime sarebbero gli uomini che non possono più fare un complimento ad una ragazza senza ricevere una denuncia per molestie. Vere vittime maschi che non possono restare da soli con una donna perché ella li denuncerà per stupro. Vere vittime sempre e solo gli uomini che temono le reazioni delle donne incontrollabili che legittimamente si difendono ed esigono sia rispettato il proprio diritto al consenso e alla gestione della propria sessualità.

Questi maschilisti lanciati nella diffusione della cultura dello stupro, a screditare le pochissime donne che denunciano, raccontando che le loro accuse sarebbero false non hanno le idee molto chiare quindi provo a chiarire un punto.

Le donne, fin da bambine, crescono nella pasura di restare sole con ragazzini, ragazzi, uomini, familiari, nonni, padri, parenti, amici, fidanzati, mariti, ex, perché potrebbero essere vittime di abusi, stupri, percosse, ricatti psicologici, violenza economica e sessuale.

Le donne, fin da piccole, vengono educate a tenere le gambine strette, a non “provocare”, a sentirsi in colpa qualunque cosa loro accada, a non svelare i segreti viscidi di famiglia, a non denunciare per non dover affrontare la “colpa” e la “vergogna” che ricadrà su di loro e sulle loro famiglie.

Le donne, fin da piccole, devono temere di respirare troppo, parlare troppo, pretendere troppo, avanzare richieste e rivendicare diritti, perché diversamente saranno chiamate isteriche, uterine, puttane, quelle che non sanno stare al proprio posto.

Le donne, fin da piccole, vengono educate a mantenere un ruolo di genere che non hanno scelto, viene imposto perché hanno una vagina. Educate al dovere della cura familiare, alla riproduzione di discendenza da patriarchi vari, alla sottomissione mansueta, a comprimere la percezione dei disagi che avvertono per ogni abuso al punto che tante vengono poi colpite da depressione, autolesionismo, disturbi di vario tipo, non ultimo l’intento di suicidarsi.

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X: lo stupro raccontato in un libro

A scrivere è Valentina Mira. Pubblica Edizioni Fandango. Pubblicato credo un anno fa ne ho ascoltato l’audiolibro. Un romanzo in forma di lettera al fratello che continua ad essere amico dello stupratore. Un fratello che non le ha creduto. Uno stupro in un clima di festa da cinghiamattanza e rock di estrema destra, nella Roma che ospita anche un editore molesto di cui la protagonista è vittima. Perché uno stupro non denunciato e sminuito crea un cortocircuito nella vittima al punto da farla sentire in colpa, sbagliata, comunque sporca. Così lo descrive l’autrice con un linguaggio duro e diretto, in ogni pagina che tiene incollato il lettore o chi ascolta l’audio. Non so se sia un caso letterario o meno, perché ogni giorno negli ultimi anni ho ricevuto storie vere di donne che hanno vissuto anche di peggio, dunque non mi sconvolge né mi apre nuovi squarci di consapevolezza sulla materia.

Forse può essere utile a chi non mastica la questione, a chi non pensa sia importante uno stupro quando non ci sono lividi visibili, quando tutto viene messo a tacere per il quieto vivere e per mancata solidarietà familiare. Quel che descrive Valentina disinnesca il motto fascista “non toccate le nostre donne” (ché tanto le possiamo toccare solo noi) ma anche l’azione difensiva patriarcale che interviene solo quando a non essere coinvolti sono uomini estranei, stranieri forse, comunque lontani. Grande ipocrisia patriarcale che restituisce alle donne l’unica scelta possibile. Bisogna difendersi da sole, recuperare autostima senza l’aiuto di padreterni e patriarchi, svelare complicità e collusioni tra maschi privilegiati che si supportano l’un l’altro, perché quel privilegio non sia mai scalfito e perché le donne vittime non godano della credibilità e della sicurezza necessarie a tradurre percezioni in azioni di ribellione.

Il romanzo parla di una donna che per definizione viene definita colpevole del proprio destino, una vittima tra le tante che non denuncia perché teme di non essere creduta, una vittima sviata nella necessità di un ordine sociale che colloca i patriarchi al vertice e le donne al margine, interrotto il quale interviene solo il caos che un sistema maschilista non saprà più dominare. Un inno alla forza, al coraggio delle vittime e un monito per gli uomini complici, che sanno ma non dicono, che assistono ma restano imbrigliati nella rete ambigua e subdola degli stupratori. Un ritratto dello stupratore che ritiene di non essere tale, perché processa la vittima e assolve sé stesso, perché qualunque sia l’ideologia che permea le sue azioni resta un maschio, bianco, stupratore, avvolto e artefice della cultura dello stupro, tutto teso a individuare nemici esterni invece di guardarsi dentro.

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#Legittimadifesa: quando la violenza è economica

Mio padre teneva i soldi che guadagnava lavorando e li spendeva come voleva salvo distribuire una paghetta a mia madre che doveva, attraverso quella, pensare alla spesa, alle bollette, a tutte le esigenze dei figli. Mia madre non ebbe mai in comune il conto con mio padre e quando le chiesi perché non lo lasciava, giacché lui mi massacrava di botte, lei disse che non voleva finissimo in mezzo alla strada. Una delle cose che mio padre fece fu quella di privare mia madre perfino di una minima proprietà della nostra casa che lei aveva ricevuto in eredità dai genitori. Dunque tutto era sotto il controllo ansioso e paranoico di un uomo che pensava di essere l’unico a poter gestire per bene le nostre vite e l’economia familiare.

A differenza di ciò che si pensa, e traggo ciò dalle tante storie ricevute e ascoltate in tanti anni, questa forma di subdola violenza non è affatto isolata ma è molto diffusa. Ho letto spesso frasi come “lui non mi picchia e mi compra quel che mi serve”, si afferma questo senza capire che in quel preciso istante, quando è lui a decidere cosa serva a te e cosa no, tu non hai il controllo della tua vita e della sfera economica che pure, secondo contratto matrimoniale, ti appartiene. Le nostre nonne tentavano di supplire a questo genere di carenze mettendo sotto il materasso i soldi risparmiati dalla spesa. Le signore più giovani si chiedono come faranno a mollare il marito violento se non hanno lavoro e reddito e pensano di non avere diritto a nulla di quel che il marito guadagna. I mariti, d’altro canto, fanno di tutto per far credere che innanzitutto solo a loro spetta l’onere di guadagnare per la famiglia, lasciando alla moglie il compito della cura e dell’educazione dei figli, e se più moderni sollecitano la moglie a trovarsi un lavoro solo perché uno stipendio non basta più, come a risollevare l’ansia del patriarca, giammai per l’indipendenza stessa della donna.

Se un uomo ha manie di controllo spinge la donna a depositare anche il proprio stipendio sul conto del marito, perché lui solo potrà gestire con oculatezza quei soldi. Mio padre diceva che mia madre era spendacciona, nulla di vero, in realtà lui era l’unico che gestiva risorse familiari per accumulare beni di cui godeva in solitaria. La favola della femmina che non sa gestire il denaro e lo sperpererebbe in cose frivole giunge intatta fino a noi, perché la cultura non cambia, al punto che l’ex marito si oppone al pagamento degli alimenti per i figli adducendo come motivazione la natura sperperatrice e intrinsecamente avida della ex moglie. Non li spenderebbe per i figli ma per andare dal parrucchiere e fare la manicure. Profumi e imbellettamenti e niente balocchi per me, narrava una antica canzone che resta nell’aria come un mantra utile ai maschilisti.

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L’invenzione di Dracula e altri miti misogini e sessisti

Una delle storie che viene citata sul libro Mostruoso Femminile è quella di Mercy Brown, ragazza morta in New England, a Exeter nel Rhode Island. L’ultima di una serie di vittime morte nella sua famiglia per tubercolosi fu ritenuta responsabile del contagio del fratello che per esorcizzare il male bevve una pozione fatta di organi della sorella. Mercy fu trafitta, da ciò che si narra, con un paletto e poi ridotta in cenere. L’ignoranza in materia di contagio sulla consunzione (ingerire organi di una malata non era il massimo per evitare la tubercolosi) e quella sui gradi di decomposizione di un cadavere fece ritenere che i gas esalati dal corpo fossero giudicati un “gemito” e che la crescita di capelli e unghie (al ritrarsi della carne continuano a crescere dopo la morte per un breve periodo) rappresentassero la prova che la ragazza fosse in realtà una non-morta, una vampira contagiosa e dispettosa che dopo essere crepata per malattia doveva perfino essere impalata e punita al suono di molti Amen.

Ci sono vari casi della cronaca ottocentesca tardo europea che sono contrassegnati da simili pregiudizi, alcuni risalenti ad epoche lontane e territori orientali in cui si davano i morti in sacrificio a vari Dei per evitare che la loro sfortuna si abbattesse sui parenti in vita. Nelle nostre zone puritane invece capitava di seppellire vive alcune persone in coma. Cosa che creò l’abitudine di collegare un campanellino alla bara, nel caso il morto volesse segnalare la propria vitalità. Per i vampiri invece, responsabili di tutti i mali del mondo, si preferiva fissarli al terreno con il paletto, per evitare che andassero in giro indisturbati, poi si poneva la lapide in fondo per bloccare corpo e testa della persona deceduta.

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#LegittimaDifesa e il controllo maschile del parto

Credo sia necessario ampliare il capitolo sulla legittima difesa che dovrebbe essere rivendicata dalle donne ponendo la necessaria attenzione al controllo patriarcale sulle nascite. Infantilizzare le donne, cioè ritenerle incapaci di assumersi la responsabilità di portare a termine la gravidanza, ovvero generare prole che diventi discendenza diretta del patriarca di turno, è una delle forme più gravi di violenza di genere con l’ausilio a volte della scienza, che collude col patriarcato, altre volte della morale sociale e religiosa.

Se le donne sono descritte come bambine incoscienti e inadeguate va da sé che il controllo del loro utero sarà rivendicato dagli uomini. Il nocciolo attorno al quale si basano molte discussioni sul diritto di scelta delle donne in fatto di riproduzione ruota proprio su questo. Così di volta in volta si trovano difetti che riportino le donne ad una condizione di dipendenza e minorità affinché si affidino alle sicure mani di medici e mariti che potranno decidere in loro vece.

Non è un caso se per esempio si minaccia spesso di togliere i figli alla donna che soffre di anoressia nervosa o altro genere di malessere, come se questo inficiasse la capacità stessa della donna in quanto madre. Ci sono casi in cui lo Stato si riappropria dei figli di queste donne stabilendo che esse siano non in grado di crescerli adeguatamente. Non ci si pone il problema dell’assenza di risorse, reddito o casa, tentando di sopperire alla povertà che può derivare da disagi e disabilità. Non si offrono a queste donne strumenti per poter crescere i figli senza che dipendano da nessuno. Si preferisce toglierli e affidarli a istituti lasciando alle donne quel senso di totale fallimento e lo stigma che finirà per accompagnarle a imperitura memoria.

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#LegittimaDifesa per le donne contrasta col potere del patriarcato

Continua la riflessione su questo. Anche grazie alle testimonianze che sto pubblicando sulla pagina (ringrazio chi le inviate perché è doloroso). La destra spinge per la legittima difesa quando si parla di danno alla proprietà o più nel dettaglio se un uomo straniero si introduce in casa il bianco vuole avere il diritto di sparargli come nel far west. La legittima difesa è sempre uno strumento in mano a bianchi, ricchi, maschi. Così negli Usa.

Perché è così difficile parlare di legittima difesa per le donne che subiscono violenza di genere? In passato la donna era parte della proprietà che l’uomo riteneva di aver diritto di difendere con le armi, ovvero di distruggere per rimettere a posto l’onore della famiglia (delitto d’onore). All’uomo, dunque, non alla donna vittima di abusi, viene dato consenso sociale nel caso in cui egli decida di agire più per vendetta, non per legittima difesa. Alla donna viene detto che può rivolgersi a istituzioni patriarcali, a militari patriarchi, a patriarchi in generale, affinché ripristinino l’onore rubato o restituiscano un minimo di giustizia. Dopodiché, tra le mille foto di volanti e divise che vediamo accompagnare gli articoli di cronaca in cui si parla di femminicidio, in un costante marketing istituzionale, quei patriarchi arrivano sempre dopo che tutto si è compiuto, quando lei è morta o i giudici sono chiamati a valutare l’entità del danno che una donna stuprata ha subito presumendo culturalmente che lei sia presunta colpevole e lo stupratore presunto innocente.

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Critica femminista, Culture, Violenza

Quando per la donna uccidere un uomo è legittima difesa?

La risposta parrebbe essere: mai!

Secondo la legge devono esserci ripetuti episodi di maltrattamenti ma evidentemente devono essere stati denunciati. E ci deve esser una situazione di reale pericolo, diversamente non viene considerata una difesa legittima ma un assassinio.

Per tentare di capire bisogna fare una premessa: una donna non denuncia e se è vittima di violenza molto spesso è terrorizzata e non ritiene, per questioni psiclogiche e per disistima, di poter essere creduta. Spesso molte riferiscono che le stesse famiglie non credono ai loro racconti e le incoraggiano a resistere per il bene dei figli. Si viene a creare una situazione di terrore nella quale una donna, manipolata e offesa dal marito violento, non ritiene di avere nessuna via d’uscita. Le botte non arrivano mai da sole. Un violento le accompagna con svalutazioni e spinte all’isolamento della donna. Non ti vorrà nessuno. Te lo meriti, è colpa tua, non dovevi fare questo o quello. Dunque qual è la via d’uscita che una donna in queste situazioni trova? Generalmente, giacché il rapporto di forza fisica è impari, decide di uccidere il marito nel sonno. Da sveglio non potrebbe avere la meglio. Ma uccidere nel sonno significa per la legge che lei non è in oggettivo e immediato pericolo e che ha premeditato l’assassinio. Non si tiene conto della cosiddetta sindrome della donna maltrattata, più conosciuta negli Usa, che impone alla donna di sentirsi in pericolo sempre, finanche quando lui le dorme accanto. Lei soggiace al di lui controllo e non riesce a salvarsi se non immaginando una via definitiva per sé e i figli. Le donne che uccidono gli uomini, per la maggior parte, senza voler giustificare le loro azioni, lo fanno in situazioni di violenze ripetute e mai denunciate. Situazioni di cui sapevano i vicini e i familiari ma venivano taciute. Situazioni perfino conosciute dai figl vittime di violenza assistita ai quali si impone lo stesso regime di omertoso silenzio.

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Personale/Politico, Salute Mentale

Patente sospesa e pregiudizi su malattie mentali

la discussione inizia qui

lamentavo il fatto di aver ricevuto minaccia di sospensione e invito al riesame solo ora che ho ottenuto il 75 % di invalidità dall’inps. la maggior parte dei commenti mi hanno realmente fanno pensare che se si potesse si richiederebbe la sospensione dei diritti alle persone come me. Volete toglierci anche il diritto di voto? forse potreste affidarci alla tutela di patriarchi come si faceva una volta?
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Donne che amano i serial killer

Guardando una puntata di Dark Tourist, su Netflix, si possono vedere decine di donne, giovani, in tour per toccare con mano o evocare il fantasma del serial killer Jeffrey Dahmer. Quest’uomo, ormai morto ammazzato in prigione dopo aver subito una condanna di diversi ergastoli, attirava giovani asiatici o afroamericani in locali omosessuali e poi li violentava, squartava, alcuni li usava come cavie per renderli docili e di compagnia, altri li smembrava e ne mangiava i pezzi. Aveva progettato un altare con teschi e pezzi di cadaveri che lui era pronto a contemplare dalla sua poltrona. Questa la storia che potete approfondire ovunque.

Quel che il documentario mostra invece non è soltanto il gusto dell’orrido da parte di giovani donne in cerca di sensazioni forti, ma cercano addirittura delle giustificazioni, qualcuna lo dipinge come un solitario bisognoso di compagnia, altre si offrono per curare chi abbia pulsioni del genere, con sindrome da crocerossina che sappiamo non salverà le loro vite. E’ davvero terribile non solo che esista un turismo di questo tipo, ma che attragga persone che possano immaginare ci sia fascino nello smembrare, violentare, mangiare corpi.

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Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Famiglia accentratrice

Qualcun@ sotto all’altro post ha parlato di famiglie che dovrebbero perseguire l’indipendenza e la felicità dei figli, se interpreto bene. Non la mia, no.

Quello che in casa mia era pressocché noto a tutti era il fatto che veniva esercitata in primo luogo una violenza economica (mio padre teneva lo stipendio e dava paghette minime alla mamma perché lei facesse tutto, pagamento bollette incluso). Poi c’era la violenza psicologica: tu non ottieni e non fai perché non vuoi. Mio padre lo recitava come un mantra: volere è potere. Chissà chi glielo aveva detto. Se fallivi erano cazzi tuoi. Ma l’incoraggiamento era una meteora e il controllo una costante. Potere e controllo, accentramento e dipendenza: questi i capisaldi della vita familiare. Qualunque cosa ti servisse dovevi pietire al padre, salvo vederlo sperperare soldi per acquisti mai concordati neanche con mia madre. Voleva essere qualcuno, un ricco possidente, ma era solo un piccolo borghese che non comprò la lavatrice a mia madre fintanto che non la pagò mia sorella, con lo stipendio che riceveva come supplente. Fino ad allora mia madre lavava i panni con acqua gelata, mancava poco che cercasse un fiume nei dintorni.

Quando la mia maestra obbligò mio padre a portarmi dall’oculista avevo già tre gradi e mezzo di miopia andati, persi. Si giustificò dicendo che i bambini mentono. Eppure ci terrorizzava anche quando facevamo i compiti perché aveva il vizio di usare lampade a minimo voltaggio, quasi buio. Si vedeva meglio con le candele. La malattia di mia sorella era colpa sua, i miei mali colpa mia, i mali di mia madre colpa di mia madre. Poi arrivava il momento di celebrare feste con parenti e lui fingeva di essere un bonario capo famiglia che tagliava il pane e lasciava a sua moglie la gestione di tutto il resto.

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La posta di Eretica, Personale/Politico, Salute Mentale

Figlia di una donna affetta da disturbi alimentari

Lei scrive:

Cara Eretica,

ti ringrazio molto per lo spazio che offri e per le cose di cui parli. Manca però qualcosa. Le conseguenze di certi disturbi riguardano anche chiunque stia attorno alla persona che ne è affetta. Mia madre, anoressica/bulimica, probabilmente senza rendersene conto, mi guardava con repulsione quando mangiavo “troppo”. Mi obbligava a fare passeggiate che compensassero il suo desiderio di controllo sul suo corpo e per estensione anche sul mio. Non voler fare attività fisica e non voler dare importanza al cibo che ingerivo per lei diventava un’offesa, la irritava e mi trattava male. Se è vero che dai figli si pretende che siano il riflesso di sé stessi allora io sono nata per dare a mia madre l’illusione di poter forgiare un’immagine corporea che avrebbe voluto per sé. La mia disobbedienza mi costrinse a riconoscere che lei aveva un problema e non voleva ammetterlo.

Quando cominciò ad affrontarlo e mi chiese scusa per avermi fatta sentire brutta e grassa non migliorò molto la situazione già tesa tra noi. Volevo solo fuggire da lei e non essere oggetto delle sue osservazioni svilenti che mi facevano sentire inutile, imperfetta, improponibile in qualunque contesto. Mi sono portata dentro queste emozioni controverse perché da un lato le volevo molto bene e la capivo perfino e dall’altro pensavo che lei fosse una figura deleteria per me. Sono diventata timida, introversa, con tendenza all’isolamento. Non mi sentivo a mio agio coi miei coetanei e questo mi ha esposto in una relazione con un uomo più grande che mi manipolava. Sono dientata una persona fragile, priva di autostima e solo dopo aver subito una violenza mi sono resa conto che mia madre probabilmente aveva vissuto le stesse cose o quanto meno simili. Era una vittima, lo ero anch’io per effetto delle sue ossessioni sul cibo e la magrezza.

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Posseduta da un diavolo laico

Mio padre soffriva di paranoia, ansia, cambiamenti d’umore repentini e attacchi di una violenza incontrollata che ho sperimentato sulla mia pelle. Suscitava terrore sentirlo tornare a casa e poi non gioiva ad essere contraddetto. Lui era l’autorità massima, il patriarca, senza dimestichezza reale col ruolo, con una schizofrenia di base che lo lasciava a mugolare quando non trovava il pranzo in tavola e a urlare e lanciare oggetti quando la famiglia dimostrava coi respiri la propria esistenza. Mia madre gli dava quella che si chiamava Valeriana, una sostanza vegetale per calmarlo, salvo poi giustificarlo per qualunque azione aggressiva e sessista contro i figli.

La prima femmina di casa era malata, non donna fatta e finita, senza aver avuto accesso al menarca per la sua anemia. L’unica figlia che visse il passaggio dall’infanzia all’adolescenza fui io, non senza traumi e ritorsioni. Quella femminilità sbocciata doveva subire mortificazioni, affinché fosse assoggettata al volere paterno. Se nell’infanzia tentavo di compiacere come potevo quel padre padrone, ascoltando mia madre che mi attribuiva ogni colpa per i suoi, di lui, scatti d’ira, nell’adolescenza mi ritrovai a tracciare un percorso nuovo. Ero la prima, in assoluto. Mia sorella era sempre stata in ospedale o a medicarsi e a studiare. Per mio padre non era neppure una donna. Era la malata, la croce nefasta di cui portare il peso. Poi c’ero io, apparentemente sana, tristemente introspettiva, dedita a letture e scrittura, in cerca di angoli di pace che mi salvassero dalle urla paterne e dalle moine educative materne.

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Gli effetti delle droghe legali

La biografia di Philip K Dick scritta da Emmanuel Carrére precisa come lo scrittore di fantascienza fosse un tossico che alternava calmanti e sonniferi e anfetamine. Per dormire e poi per restare sveglio e portare avanti il suo ritmo di lavoro, di scrittura instancabile per cui lo conosciamo dopo aver letto tantissimi suoi racconti. Non era l’unico. Tanti scrittori hanno fatto uso di droghe e tanti erano pazienti pschiatrici e tutti concordano nel dire che quel che è legale è droga, pur se non venduta dalla criminalità organizzata. Diverso è per i mercati in cui la sanità non è gratuita per cui certi farmaci si procurano anche sottobanco, come spaccio, sebbene si tratti di benzodiazepine.

Da noi non va bene parlare di marijuana, che pure calma e fa ridere, perché hanno deciso sia più dannosa di altri farmaci che io ho ingerito per quindici anni. Calmanti, ansiolitici, stabilizzatori dell’umore, roba per dormire, per stare sveglia, per connettere e regolare ritmi irregolari. Ho provato, con calma a fare senza ma quel che succede non mi è mai successo quando mi facevo le canne di marija. Prurito dappertutto, bruciori sparsi, malesseri tremendi, insonnia costante, cervello che brucia, panico incontrollato, perché quel che i farmaci non insegnano è la resilienza. Dunque non puoi farne a meno, si diventa dipendenti. Ti chiedi se ne hai abbastanza per finire il mese, ti preoccupi di quante pillole restano, poi ti chiedi a cosa serva esere dipendenti da farmaci che ti rincoglioniscono o ti fanno restare vigile come una molla. Di fatto il problema non viene affrontato se non in termini totalmente antipsichiatrici e va da sé che non è così che si può spingere un malato mentale a stare meglio.

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Le storie di #tuttacolpamia su spotify

Ho messo online alcune delle storie che fanno parte della campagna #tuttacolpamia. QUI in ebook (Qui in cartaceo) e su Anchor ho cominciato con la lettura delle storie che potete ascoltare anche su spotify. Fatemi sapere se vi aggrada e se volete partecipare scrivetemi abbattoimuri@gmail.com

Il periodo per me è nero ma devo pur fare qualcosa per mettere in relazione i miei contributi e restituirvi quel che mi date in termini di supporto. Un bacione

Eretica Antonella