Limbo – L’Industria del Salvataggio – un estratto dal libro di Eretica

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QUI ho pubblicato la splendida prefazione al mio libro firmata da UnaManu. In basso vi regalo un estratto dal mio libro: Limbo. L’industria del Salvataggio. Inizia così. Il resto dovrete scoprirlo da sol* 🙂

Buona lettura!

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1. Save the Women

Mani come vetro tagliente. Rovistano tra le mie cosce. Non ne capisco la ragione. Spiegano che è per questioni di sicurezza. Mi hanno fermata mentre stavo urlando dissenso durante una manifestazione. Dicevo basta alla politica economica e alla precarietà. Io e altra gente volevamo andare sotto il palazzo della Banca che ha rilevato il debito di Stato e aumentato i prezzi delle tasse. La polizia ora mi obbliga a scoprirmi. Ancora mani che aprono glutei e spremono seni. Lo sbirro più alto in grado penetra l’ano con due dita. Tirano i capelli, osservano le narici. Lamento il fastidio per il pugno in bocca.

Tre agenti. Continuano a toccarmi. Visibilmente eccitati. Respingo d’istinto altre mani che vogliono godere della mia vagina. Guadagno un labbro sanguinante. Uno mi tocca e l’altro mi tiene ferma. Dura un tempo infinito. Sono esausta. Infine chiudo gli occhi e crollo sul pavimento gelido.

Mi lasciano andare all’alba con una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Trovo all’uscita gli amici che mi aspettano. Mi chiamo Erèsia e ho appena subito uno stupro.

Registro un video messaggio per il sito del movimento. Racconto com’è andata. Sono arrabbiata. Voglio che tutti sappiano. Quello che mi hanno fatto non è giusto. E’ stata una tortura. Il video viene condiviso ovunque. Il virus si diffonde. Mi aspetto una reazione, probabilmente una denuncia. Sono pronta a combattere. Volevano addomesticarmi, impartirmi una lezione, farmi sentire fragile. Volevano farmi paura. Non ci sono riusciti. Nessuno può piegare la mia volontà e poi cos’altro può succedermi di peggio.

Dopo qualche ora ecco arrivare tre soldatesse della privata industria del salvataggio specializzata in violenza sulle donne. Quando la Banca rilevò il debito di Stato, privatizzò alcune aree di polizia e consentì che l’Industria di Salvataggio e altre aziende di altri Imprenditori Morali si munissero di eserciti propri. La principale industria di salvataggio del paese si chiama Save the Women. Ha sportelli d’ascolto per raccogliere denunce in ogni città e ha sviluppato anche una rete di carceri e misure di sicurezza che fanno sentire le donne davvero al sicuro. L’esercito di Save the Women viene utilizzato anche per altre mansioni. L’ordine pubblico, talvolta, è di loro competenza.

Le soldatesse mi chiedono in cosa consiste la mia denuncia. Racconto quanto mi è successo. Sono cresciuta guardando spot di Save the Women dappertutto. Televisione, internet, sugli schermi luminosi per le strade. Parola d’ordine è “denunciare”. Affidati a Save the Women, leggevo. Risolveremo i tuoi problemi. Saremo sempre con te.
Hanno una divisa grigia con strisce rosa. Capelli ordinati. Volti sorridenti e gradevoli. Mi invitano a registrare la denuncia presso la loro sede. E’ una formalità. Non c’è nulla da temere. Sarò di ritorno molto presto.

La sede centrale di Save the Women è stata inaugurata lo scorso anno. Sembra una città nella città. Si estende per almeno un chilometro e dentro l’area recintata ci sono alloggi, shopping center, un carcere, qualche asilo nido. Mi portano a firmare le dichiarazioni dentro una stanza a 500 metri, a destra, dall’ingresso del campo militare. Non riesco a dimenticare la brutta sensazione di claustrofobia provata durante la perquisizione appena il giorno prima.
Aspetto per un po’ e infine arrivano. Due militari con la mascherina in faccia. Non so chi siano. Uno mi blocca di sorpresa. L’altro inietta un liquido trasparente. La stanza gira. La vista si offusca. Sento una voce che mi dice “E’ per il tuo bene!”. Poi è solo buio.


2. Il processo

Mi trovo in una stanza con una finestra che lascia intravedere un cortile senza uscita. Vedo tutto attorno un muro alto almeno sei metri e forma un quadrato con una torretta a sinistra. Lì c’è un uomo armato. Sono seduta su un letto e la porta è chiusa. Non riesco a uscire. Aspetto infuriata e poco dopo arriva una delle poliziotte di Save the Women che siede accanto a me e dice di calmarmi.

– Dopo quello che è successo non dovresti agitarti. Ti abbiamo dato un calmante, per farti ricordare meglio. Sei sicura che ad aggredirti siano stati i poliziotti?

La guardo con i pugni stretti dalla rabbia e capisco che c’è qualcosa che non va. La sua bocca è inespressiva, come il resto della faccia. Mi chiedo se sono addestrate a non far emergere mai i loro sentimenti. Ha i capelli di un biondo slavato e nella targhetta è scritto Silvia e poi la lettera V. che dovrebbe essere l’iniziale del suo cognome. Non le do modo di insistere e annuisco. Ovvio che si. Per chi mi ha presa? – Vorremmo darti modo di riflettere, perché vedi? Il fatto è che questi poliziotti sono sottoposti a grande stress e talvolta tra loro c’è una mela marcia, ma altre volte è solo un eccesso di zelo. Per un attimo penso che mi stia prendendo per il culo ma, invece no. È serissima. Sta dicendo seriamente quel mare di cazzate. Muove lentamente le mani, ed è un gesticolare calcolato, se crede di ipnotizzarmi si sbaglia di grosso.

– Mettermi le dita nell’ano sarebbe un eccesso di zelo? Toccarmi i seni? Darmi un pugno in faccia.
Mentre lo dico sfioro il labbro inferiore con le dita. Sanguina ancora e lei sembra non accorgersene.

– E sei sicura che sia stato un poliziotto a colpirti? Perché il loro è un lavoro molto difficile e spesso sono l’unica salvezza per le donne in pericolo.

Il suo tono volge al lamento e la sua voce è rauca, bassa, quasi che fossimo due amiche che parlano in confidenza.
– Ne sono certa, si. È quello che ho detto e mi avete promesso di raccogliere la mia denuncia.
Non cambia espressione. È immobile e il suo sguardo è fisso.

  • –  Vorrei farti notare che se li denunci avremo meno personale per le strade a combattere il crimine…
  • –  E se sono loro a commetterlo chi mi protegge?
    La interrompo sempre più infuriata e infastidita. Mi sta toccando la mano e tenta di stabilire una specie di complicità. Sottraggo la mano quasi che mi avesse colpito una fiamma.

– Ti lascerò qui a riflettere ancora un po’ e poi vorrei farti fare il giro della cittadella di Save the Women.

Esce senza voltarsi indietro e richiude la porta dietro di sé. Sento la chiave che gira due, anzi tre volte. Non sono libera di uscire. Quei poliziotti hanno commesso un crimine e mi rinchiudono in una sorta di galera fino a che non aggiusto la mia denuncia.
Dico a me stessa che se si tratta di un gioco di resistenza, loro non vinceranno. Io posso restare chiusa nella stanza per tutto il tempo che vorranno, ma di certo non cambio idea. La sera qualcuno apre e mi porta un vassoio con un intruglio a base di cipolla fritta e di fagioli. Odio la cipolla quasi quanto odio i fagioli. Ma io non ho bisogno di mangiare. Non toccherò nulla di quello che mi porteranno. Devono liberarmi. Urlo forte.

– Vi è chiaro che non mangerò? Aprite questa dannata porta. Nessuno risponde. Dopo almeno otto ore rinchiusa tra quattro mura non posso resistere alla tentazione di bere. Apro la bottiglia scura e trovo una bevanda calda, pare sia birra e io odio la birra calda. Penso che se la berrò dovrò anche urinare e attorno a me non vedo un cesso. Male che vada la farò dentro la bottiglia o a condimento dei fagioli.

Il mattino dopo mi sveglia una tizia in grembiule verde e dice che mi attendono nella stanza C1. Dritto e in fondo a destra. Finalmente posso muovere le gambe e forse cercare anche qualcuno che mi disinfetti il labbro che di tanto in tanto, quando senza volerlo lo sfioro con i denti, continua a sanguinare. Trovo la poliziotta Silvia V., e altre tre donne ben vestite. Indossano abiti di colore scuro, grigio, nero, marrone, hanno dei nastri fissati all’altezza del petto. Il colore è rosa. Sono di Save the Women. Finalmente mi ascolteranno.

Mi chiedono di sedermi e la prima, quella in abito marrone, comincia a parlarmi.
– Gentilissima Erèsia… che nome buffo
Condivide con le altre una risata. Che cazzo ci troverà da ridere non lo so.

– Dicevo, carissima, volevo dirle che abbiamo visto il video e quello che le chiediamo è molto semplice.

Mi lascia in sospeso e spera che io chieda di che si tratta. Cosa dovrei fare esattamente? Mi accorgo che la terza a destra, quella in nero, mi fissa in modo strano.

– Lei deve ritrattare. – continua – deve dire che si è sbagliata e noi le promettiamo che i tre agenti subiranno una punizione. Li obbligheremo a fare un corso di aggiornamento per insegnargli come devono comportarsi con le donne e poi vedrà che continueranno a esserci utili sulle strade.

Si aspetta che io salti di gioia o immagino che si aspetti che le tiri un pugno sul naso. Dalla sua faccia capisco che attende, qualunque cosa io faccia. Se anche avessi voglia di darle un pugno in faccia sono convinta che di certo non potrei. Sento la voce della donna in nero.

– Se lei non ritratta, cara signorina, ci vedremo costrette a dare seguito alla denuncia per resistenza a pubblico ufficiale. Perché comunque lei ha resistito all’arresto e uno degli agenti ha riportato delle lesioni.

Mi guardo intorno e penso di essere dentro a un incubo. Non è Save the Women questa? Non mi trovo forse nella sede centrale più finanziata dello Stato? Balbetto sillabe confuse ma ecco che la donna in grigio fa segno di fermarmi. Sta per dire qualcosa e io attendo il peggio.

– Erèsia, posso chiamarti Erèsia? – e continua senza attendere il mio consenso – la nostra impresa ha degli azionisti che non sarebbero felici di vedere screditato il nostro lavoro. Se lei procede nella denuncia danneggia tante donne che hanno bisogno di noi.

Impresa? Ah, certo. L’imprenditoria morale è stata privatizzata, e in effetti a qualcuna aveva fatto comodo questo cambiamento. Tutto sembrava più efficiente e le donne pensavano di essere più al sicuro. Però ogni impresa riesce a ottenere soldi se dimostra di essere efficiente, trasparente e senza nei all’interno. Il marcio deve essere nascosto sotto il tappeto e tutto continuerà a sembrare estremamente pulito e rassicurante. In sottofondo sento una musica di intrattenimento che credo sia dedicata alle donne maltrattate e ospitate nella sede. È il jingle di Save the Women, cantato all’infinito, e dopo qualche minuto sento voci di donne che canticchiano il suo ritornello.

Save The Women dice basta alle violenze
E noi donne saremo tutte salve,
Agli uomini violenti toccheranno penitenze, E il futuro ci sorrideràààààààààà…

Continua:

QUI in versione Kindle

QUI in versione cartacea

Su Amazon.it.

Grazie a chi mi leggerà.

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Quel che leggete è:

Copyright © 2017
Eretica Whitebread.
Tutti i diritti riservati.

Autrice: Eretica Whitebread
Grafica e impaginazione: unaManu
Revisione ed editing: Antonella Garofalo

ISBN: 9781520585369

ERETICA WHITEBREAD
http://www.abbattoimuri.wordpress.com
facebook: abbatto i muri
email: abbattoimuri@grrlz.net

UNAMANU
facebook: i meme di unaManu
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