Comunicazione, Critica femminista, Recensioni

La ragazza di neve: perché il libro è meglio della serie tv

Javier Castillo ha scritto un gran libro, che ho letto tempo fa e tutto d’un fiato. Non solo abbatte alcuni stereotipi sul genere ma costruisce con perizia personaggi e critiche sociali sulle leggi che dominano gli Stati Uniti, luogo in cui la sua storia è ambientata. C’è una giornalista che supera uno stupro di gruppo e diventa una combattente al punto da beccare criminali e denunciarne l’esistenza attraverso i suoi articoli e poi c’è il rapimento di una bambina in un contesto in cui c’è un uomo cui viene rifiutata l’assicurazione per ulteriori tentativi di procreazione medicalmente assistita, c’è il padre della bambina, l’assicuratore che nega l’istanza, e solo dopo c’è la donna, la finta madre, che per tutto il tempo immagina di aver fatto un grande errore e capisce solo alla fine che è stata dominata da un folle che spara al vicino perché non scopra nulla.

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X: lo stupro raccontato in un libro

A scrivere è Valentina Mira. Pubblica Edizioni Fandango. Pubblicato credo un anno fa ne ho ascoltato l’audiolibro. Un romanzo in forma di lettera al fratello che continua ad essere amico dello stupratore. Un fratello che non le ha creduto. Uno stupro in un clima di festa da cinghiamattanza e rock di estrema destra, nella Roma che ospita anche un editore molesto di cui la protagonista è vittima. Perché uno stupro non denunciato e sminuito crea un cortocircuito nella vittima al punto da farla sentire in colpa, sbagliata, comunque sporca. Così lo descrive l’autrice con un linguaggio duro e diretto, in ogni pagina che tiene incollato il lettore o chi ascolta l’audio. Non so se sia un caso letterario o meno, perché ogni giorno negli ultimi anni ho ricevuto storie vere di donne che hanno vissuto anche di peggio, dunque non mi sconvolge né mi apre nuovi squarci di consapevolezza sulla materia.

Forse può essere utile a chi non mastica la questione, a chi non pensa sia importante uno stupro quando non ci sono lividi visibili, quando tutto viene messo a tacere per il quieto vivere e per mancata solidarietà familiare. Quel che descrive Valentina disinnesca il motto fascista “non toccate le nostre donne” (ché tanto le possiamo toccare solo noi) ma anche l’azione difensiva patriarcale che interviene solo quando a non essere coinvolti sono uomini estranei, stranieri forse, comunque lontani. Grande ipocrisia patriarcale che restituisce alle donne l’unica scelta possibile. Bisogna difendersi da sole, recuperare autostima senza l’aiuto di padreterni e patriarchi, svelare complicità e collusioni tra maschi privilegiati che si supportano l’un l’altro, perché quel privilegio non sia mai scalfito e perché le donne vittime non godano della credibilità e della sicurezza necessarie a tradurre percezioni in azioni di ribellione.

Il romanzo parla di una donna che per definizione viene definita colpevole del proprio destino, una vittima tra le tante che non denuncia perché teme di non essere creduta, una vittima sviata nella necessità di un ordine sociale che colloca i patriarchi al vertice e le donne al margine, interrotto il quale interviene solo il caos che un sistema maschilista non saprà più dominare. Un inno alla forza, al coraggio delle vittime e un monito per gli uomini complici, che sanno ma non dicono, che assistono ma restano imbrigliati nella rete ambigua e subdola degli stupratori. Un ritratto dello stupratore che ritiene di non essere tale, perché processa la vittima e assolve sé stesso, perché qualunque sia l’ideologia che permea le sue azioni resta un maschio, bianco, stupratore, avvolto e artefice della cultura dello stupro, tutto teso a individuare nemici esterni invece di guardarsi dentro.

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L’invenzione di Dracula e altri miti misogini e sessisti

Una delle storie che viene citata sul libro Mostruoso Femminile è quella di Mercy Brown, ragazza morta in New England, a Exeter nel Rhode Island. L’ultima di una serie di vittime morte nella sua famiglia per tubercolosi fu ritenuta responsabile del contagio del fratello che per esorcizzare il male bevve una pozione fatta di organi della sorella. Mercy fu trafitta, da ciò che si narra, con un paletto e poi ridotta in cenere. L’ignoranza in materia di contagio sulla consunzione (ingerire organi di una malata non era il massimo per evitare la tubercolosi) e quella sui gradi di decomposizione di un cadavere fece ritenere che i gas esalati dal corpo fossero giudicati un “gemito” e che la crescita di capelli e unghie (al ritrarsi della carne continuano a crescere dopo la morte per un breve periodo) rappresentassero la prova che la ragazza fosse in realtà una non-morta, una vampira contagiosa e dispettosa che dopo essere crepata per malattia doveva perfino essere impalata e punita al suono di molti Amen.

Ci sono vari casi della cronaca ottocentesca tardo europea che sono contrassegnati da simili pregiudizi, alcuni risalenti ad epoche lontane e territori orientali in cui si davano i morti in sacrificio a vari Dei per evitare che la loro sfortuna si abbattesse sui parenti in vita. Nelle nostre zone puritane invece capitava di seppellire vive alcune persone in coma. Cosa che creò l’abitudine di collegare un campanellino alla bara, nel caso il morto volesse segnalare la propria vitalità. Per i vampiri invece, responsabili di tutti i mali del mondo, si preferiva fissarli al terreno con il paletto, per evitare che andassero in giro indisturbati, poi si poneva la lapide in fondo per bloccare corpo e testa della persona deceduta.

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L’invenzione di jack lo squartatore: la vera storia sulle vittime

Hallie Rubenhold, nel libro Le cinque donne, traccia non solo la storia documentatissima delle vittime del presunto serial killer (Mary Ann Nichols, detta Polly – Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly), mettendo in discussione anche l’esistenza stessa di Jack the Ripper, attribuendone la definizione comoda al sensazionalismo dei giornali e alla stessa cultura vittoriana che trovava facile raccontare il femminicidio come destinato a prostitute, ma traccia storicamente un’epoca fatta di cambiamenti sociali che sono ben descritti in letteratura da Dickens, Wilde, Eliot (pseudonimo maschile di Marian Evans).

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Vesper, fantascienza poetica

Vesper è il nome di una ragazzina che pratica biohaking, in un mondo post apocalittico in cui gli ingegneri genetici, quelli che fanno a gara per rendere inaccessibili risorse alimentari, usando brevetti per semi che durano solo un raccolto (pensate alle modificazioni create dagli ogm), hanno distrutto il ciclo vitale delle coltivazioni lasciando milioni di persone a crepare di fame. Le altre, i sopravvissuti, sono trincerati in cittadelle in cui creano organismi senzienti ma obbedienti per svolgere lavori che gli umani potrebbero fare (perché più fedeli) e continuano a sperimentare per prolungare la propria vita. Gli emarginati stanno in lande desolate in cui mangiano vermi (proteine), resti di raccolti andati a male e coesistono con una flora e fauna completamente modificata in un ciclo a catena che può essere spezzato per contagio da una scoperta, quella che la ragazzina fa: creare un seme durevole che contamini tutto per riportare alla vita il pianeta.

Temi attuali, non esattamente spettacolari, non c’è azione, non ci sono super eroi, ma tanti sentimenti umani e tanta speranza di sopravvivenza e la prova che l’ingegno non può essere massacrato dalla repressione di chi ruba tutto per sé a costo di uccidere il pianeta. Non bastano le parole a descriverlo. L’ho trovato poetico, delizioso, geniale, realistico, coerente e l’interpretazione degli attori splendida. Per chi ama il fantastico e le distopie postapocalittiche fuori dagli schemi date uno sguardo al film. Poi ditemi.

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Affrontare l’origine del disagio che dà origine alla compulsione autolesionista

Dopo aver ascoltato l’audiolibro Anoressie e Bulimie di Massimo Cuzzolaro sono andata a ripescare il film Swallow perché parla di compulsioni ossessive di origine traumatica e che insorgono in un momento in cui lei, la protagonista, si sente in trappola. Non è bulimica ma affetta da picacismo e il coniuge fa di tutto per farla sentire una moglie decorativa, ledendo la sua privacy, ricattandola, poi obbligandola a farle firmare un consenso per rinchiuderla in una casa di cura, cosa che lei non accetta e scappa. Il resto non lo dico altrimenti faccio spoileraggio. La delicatezza con cui il film tratta l’argomento è fantastica, unita all’eccezionale osservazione sui sentimenti della donna e a quel che avviene al suo corpo. Emerge la sua storia, di cui il marito non vuole saper nulla, poi decide di tracciare una propria via per affrontare l’origine dei disagi e cercare il proprio posto nel mondo.

Sul libro vi dirò in un’altro post, se riesco, ma non so come mi ha fatto venire in mente questo film, la necessità di guardare ai disagi originati da qualunque problema in senso interdisciplinare e artisticamente con uno sguardo a 360° sulla persona, in grado di essere considerata tale sebbene qualcuno volesse ricoverarla in modo coatto. la psichiatria coatta non funziona per tante. Chissà se qualche professionista ha mai visto questo film. Potrebbe apprendere che bisogna ascoltare la paziente prima di imbottirla di farmaci o rinchiuderla.

Questo è quanto. Vado a dormire.

Buona notte

Eretica Antonella

Personale/Politico, Recensioni

Come mi sento

Per un motivo per un altro sono giorni che non parlo con nessuno e non mi confronto su quello che mi sta succedendo. Vedrò la psichiatra e l’assistente sociale domani e spero di poter confidare in loro per tentare di ottenere un po’ di sicurezza per stare meglio. In questo periodo tutto è diventato confuso e complicato, io stavo meglio e la persona che si prendeva cura di me è crollata e ho deciso di sostenerla e di prendermi cura di lui perché gli voglio bene e qualunque bizzarria riguardi il suo malessere va posta in secondo piano perché non abbandono chi si è preso cura di me per tanti anni. Rifiorisce la speranza di poter ricominciare da capo e riacquisire la certezza di una relazione della quale ho analizzato punti deboli e forti.

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Culture, Recensioni, Satira, Scrittura

Il rombo di Gunter Grass

Dopo aver letto un sacco di libri di fantascienza ho deciso di riprendere in mano dei libri che avevo letto quando ero adolescente. Non erano libri semplici ma mi piacevano e probabilmente non ne compresi il senso appieno ma leggevo di tutto e quindi mi era capitato anche di leggere di Gunther Grass. Oggi ho finito di leggere anzi di rileggere La ratta che parla di un futuro post apocalittico in cui solo i ratti sopravviveranno agli uomini che faranno di tutto per autodistruggersi. Nel romanzo c’è questo dialogo ipotetico tra un uomo che rimane intrappolato nello spazio e assiste alla fine della terra ma è in comunicazione con un ratto che gli spiega esattamente come sono andate le cose. Io non so se conoscete questo autore che peraltro è anche un premio Nobel ma il suo modo di scrivere è complesso e lui utilizza un sarcasmo che è veramente micidiale e che gli è costato parecchio perfino l’emigrazione quando pubblicava testi che contestavano tutto quello che aveva fatto la Germania e i modi autoassolutori che i tedeschi impiegavano culturalmente per rimuovere tutto ciò che avevano fatto di sbagliato. Una delle basi culturali della Germania che lui prende perennemente per il culo e quella fondata sulle favole dei fratelli Grimm che secondo lui sono assolutamente antifemministi, misogini, continuando a proclamare l’idea dell’esistenza di una vecchia strega la cui fine è quella che piaceva tanto a certi nazisti: ovvero bruciarla nel forno. Sto rileggendo adesso Il rombo che è una satira feroce delle faccende relative allo sviluppo storico e culturale del patriarcato e con sarcasmo narra di un pesce che dal neolitico in poi usava dare consigli ad un pescatore per portare avanti la causa della virilità maschile. In epoca più moderna il pesce si rende conto che questi uomini continuano ad essere dei frignoni e a portare alla rovina ogni loro piano e decide di schierarsi dalla parte opposta facendosi catturare da tre femministe che non accettano i suoi consigli paternalistici per un presunto ritorno in auge del matriarcato ma lo sottopongono, assieme ad una enorme schiera di gruppi femministi, ad un processo esilarante in cui si ripercorre la storia di uomini dipendenti dalla prima donna descritta con tre seni e la storia successiva in cui le varie fazioni femministe tentano di capire se solo la trisenita’ potrà dare valore al matriarcato. Non si riduce ovviamente tutto a questo ma c’è una descrizione veramente divertente sul mondo variegato femminista e sul paternalismo bieco di certi consiglieri che per l’appunto meriterebbero un processo invece che l’ascolto. Non posso descrivervi tutto perché l’uso delle parole così come la descrizione di ogni cosa per questo scrittore è veramente unica ma posso dirvi che rido da stamattina e ancor di più rido leggendo questo ulteriore libro che vi consiglio augurandovi una buona serata.

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Autodeterminazione, R-Esistenze, Recensioni

Relazioni del terzo millennio

E’ il mio nuovo libro, appena pubblicato su Amazon. Disponibile l’ebook QUI

QUI potete trovare la copia cartacea

Vi anticipo introduzione e l’indice. Spero vi piacerà. :*

Introduzione

Questo romanzo ripercorre il viaggio di una donna alla scoperta di sé, della sua libertà di scelta, della sua dignitosa possibilità di vivere una relazione o interromperla. E’ un viaggio interiore, narrato in forma distopica, con una ambientazione a tratti fantascientifica. Al centro c’è una donna che fa di tutto per recuperare la propria interezza. Credo che descriva il viaggio che tante donne compiono ogni volta che decidono di puntare sulla propria autostima, nonostante sia difficile, accogliendo la solitudine come un dono, una compagna di vita. 

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Prostitute in Rivolta: un libro da leggere

Prostitute in rivolta è un libro pubblicato dalla Tamu edizioni e scritto da Molly Smith e Juno Mac, con prefazione di Barbara Bonomi Romagnoli e Giulia Geymonat e postfazione del gruppo Ombre Rosse. Il libro sarà presentato In un evento organizzato dal mit Sex worker Fest dal 26 al 28 maggio dove sarà presentato anche “Naked and organized. Sex work as practice and representation“. 

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Il peso del senso di colpa

il senso di colpa ti schiaccia, ti immobilizza, come un faro puntato su cervo, impedendogli di scappare per salvarsi la vita. sebbene non vi siano ragioni per le quali provare quella paralisi essa comunque incombe e basta poco, anche una parola, un commento buttato a caso, senza conoscerti affatto, ed ecco ritorna, con l’antica potenza, quando osi alzare la testa per definirti persona, dovrai chinare il capo, occhi bassi, vergognandoti di esistere e respirare. e fa così male da non lasciare spazio al fiato. le nocche piegate per colpire il vuoto, il sangue pulsa e senti i lamenti del tuo corpo che chiede solo un momento per sfatare un mito. al senso di colpa difficilmente si sopravvive. io sono riuscita ben due volte a mutilarmi per punirmi di colpe non mie. non proverò una terza, rifiutando il dolore. coltiverò con lacrime infinite una opinione diversa di me. non ho chiesto di essere messa al mondo e se potessi scegliere non chiederei di rinascere nella prossima vita, ma per il momento io esisto, rifiuto colpe che non ho, rifiuto giudizi sommari e rifiuto di pensarmi in pace solo da morta. io vivo. tutto qui.

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Padri per forza: nuovo libro di Eretica

Ho scritto una nuova storia intitolata padri per forza, tentando di esplorare un tabù che riguarda gli uomini a proposito del fatto che la mentalità corrente continua a spingerli verso la procreazione con la promessa di un’eredità o di una continuazione della tradizione familiare. Ho immaginato che alcuni uomini non volessero avere figli e che qualcuno li costringesse a metterli al mondo sovradeterminando la loro scelta  sminuendo la loro necessità di esplorare la vita e la sessualità non a scopo riproduttivo. Si parla sempre di questo in relazione alle donne ma non ci accorgiamo che sempre più uomini sono scettici riguardo all’idea di avere figli, per un motivo o per un altro, e che talvolta vengono stigmatizzati come se si trattasse di una importante rinuncia ricordando loro che devono agire un dovere sulla spinta patriarcale.

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Sono Sangue Pazzo e me ne vanto!

Dal mio ultimo libricino, Sangue Pazzo, ecco un estratto:

“Qualunque sia l’opinione degli altri sulla depressione io posso dire che una persona depressa è ancora viva, resta lì da qualche parte, continua ad esistere e ha il diritto di essere considerata come un’identità con una propria storia, un proprio vissuto. Da persona depressa non ho smesso di credere nelle idee in cui credevo prima, non ho smesso di essere di sinistra e femminista. Non ho smesso di avere dubbi e non ho smesso di usare il mio senso critico. Una persona depressa ha diritto ad autorappresentarsi, ad esprimere la propria opinione e a raccontarsi. Io non sono soltanto una persona che soffre di una malattia mentale. Non è questo che mi caratterizza. Non è questo che fa di me quella che sono. 

La depressione è solo uno dei tanti aspetti che compongono la mia identità. Non per questo ho smarrito ricordi o mi si può ingannare dissimulando quando interpreto la realtà per quella che è. Non per questo mi si può ingannare dicendomi che non ricordo bene, banalizzando le mie sensazioni, togliendomi credibilità. La depressione è una malattia che sto curando con i farmaci adeguati, con l’assistenza di una psichiatra competente e cercando di risolvere i miei traumi con l’aiuto di uno psicoanalista. 

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La solitudine della depressa

Mi sveglio, prendo farmaci, faccio colazione. lavo la faccia e metto una crema per idratare il viso. negli ultimi anni invece grattavo via la pelle fino a far uscire il sangue. non era prurito. volevo cancellare la mia faccia. ora mi voglio un po’ piu’ bene e cerco di curarmi per quel che posso. la giornata è piena di cose da fare, per me comincia leggendo le email e poi vado sul blog. continuo a scrivere la mia nuova storia, probabilmente la leggeranno in pochi ma quando creo mi sento viva e scrivere mi fa bene. i conflitti relazionali sono in stasi e c’è distacco, siamo sulla difensiva. perciò mi preoccupo per cose non indispensabili, l’ansia mi logora e mi manca l’aria. a volte vivo della compagnia dei personaggi che invento ma in generale mi sento sola, solissima e mi manca l’aria ancora. è come se io non riuscissi a raggiungere il mondo o il mondo non riuscisse a raggiungere me. ho fame di affetto e di conferme e mi sento una imbecille, alla mia età poi. perciò la solitudine è uno stato mentale. nulla può dissolverla. io sono sola dunque sono. Aspetto che faccia sera per prendere le pillole che mi diano riposo. questo è quanto.

felice giornata a voi

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Esercizi di sevizia e seduzione esce a Malta, e con un titolo perfetto

A nove anni dalla sua pubblicazione in Italia per Mondadori, Esercizi di sevizia e seduzione non è invecchiato affatto. Lo sa bene la casa editrice maltese Horizons che, grazie al contributo del Fondo nazionale del libro, propone adesso una traduzione nella lingua dell’isola. Particolarmente appropriato sembra il titolo Mur Ġibek…, traducibile con un “Mettitici tu…” che sottintende un “al mio posto”. L’inversione proposta dall’autrice è infatti mirata a sottolineare quei paradossi ormai invisibili agli occhi di una società assuefatta. 

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