Personale/Politico, R-Esistenze

Capitomboli e ginocchia senza forza

Uno dei pugni di mio padre, da bambina, ha spaccato qualcosa in un mio orecchio e questo mi causò una sorta di labirintite. Perciò cadevo dalle scale, inciampavo sui miei stessi piedi, per camminare in linea retta seguivo le righe dei pavimenti. Diversamente potevo sembrare un po’ ubriaca, l’andatura saltellante e senza meta, giusta per una bimba timida come me che non voleva farsi notare. E invece.

Col tempo la cosa non è migliorata. Sbandare è la mia specialità, perciò ho lividi lungo le parti del corpo all’altezza di spigoli e maniglie. Quando ho le mani occupate, e anche se non le avessi non cambierebbe nulla, scivolo davanti, di fianco, dietro. Non è difficile scivolare ma lo è rialzarmi. Non riesco ad avere forza sulle braccia e sulle ginocchia, non posso fare presa a meno di non trovarmi già in un luogo con cuscini e rialzi. Se cado sul letto posso ancorarmi al cuscino. Nella mia stanzetta sono caduta spesso mentre tentavo di scendere o salire sul materasso a terra da separata in casa.

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Dubbi da insonne

La psichiatra ha aggiunto un altro farmaco alla collezione che devo assumere per favorire il mio sonno. Devo tenere un diario nel quale raccontare delle ore in cui dormo e quelle in cui resto sveglia. Poi devo incontrarla e verificare insieme se la terapia funziona. Sono un po’ scoraggiata, perché mi sembra di tornare alle tante situazioni passate, con altri psichiatri, quando il farmaco in più diventava la speranza di poter stare meglio e inevitabilmente, dopo l’assuefazione, bisognava aumentare le dosi, fino al’annichilimento.

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I debiti della sorella defunta

Ho perso i contatti con mia sorella quando anche a causa della mia depressione mi sono sottratta al ruolo di cura che veniva richiesto in famiglia per via della sua malattia che tutto e tutti aveva monopolizzato nel corso degli anni. il distacco è stato graduale ma soprattutto dovuto all’enorme incomprensione sui ruoli imposti e sull’incapacità di fronteggiare la faccenda in modo razionale. Per anni ho detto loro di assumere qualcuno soprattutto perché l’assistenza a mia sorella ha monopolizzato il tempo e l’attenzione di mia madre, morbosamente legate, senza che ciascuna riuscisse a realizzare un modo per rendere indipendente l’altra. Non erano affari miei fintanto che la questione non mi veniva imposta in termini di sensi di colpa, di totale sottovalutazione dei miei problemi di cui non sapevano e poco volevano sapere. Quella volta che tentai di aiutare mia sorella fui espropriata della mia casa e della mia vita. Per cercare lavoro mi trasferii lontana, ma per telefono continuavano i lamenti di mia madre che comunque non voleva sottrarsi a quel ruolo. Mio padre prima di morire mi disse che erano così morbosamente legate e che morta l’una l’avrebbe seguita l’altra. Per fortuna così non è stato, soprattutto per l’impegno di mio fratello che si è assunto il carico di una donna anziana con grande nostalgia e rimpianti per il passato. Con la mia famiglia i miei conflitti non si sono attenuati ma nel tempo, lenite le ferite, abbiamo intrapreso una comunicazione quasi formale, burocratica. Per loro sono io che li ho abbandonati e per me è stato arduo tentare di superare tutte le fasi depressive senza coinvolgerli e consapevole del fatto che le malattie mentali in famiglia venivano sempre all’ultimo posto. Prima c’erano le malattie concrete. Quelle visibili e tangibili che mostravano mia sorella in attesa costante di attenzioni e assistenza. Farei un torto a lei se mi limitassi a descriverla solo come supplice di attenzioni. Viveva la sua dipendenza con grave frustrazione. Mia madre credo non abbia mai rinunciato a immaginarsi mai assolta per quella malattia che pensava derivasse da un problema genetico. Così hanno pagato entrambe e io sono stata negli ultimi tempi troppo fuori da tutto per potere anche solo concepire un impegno di quella portata. Quando mesi fa lei è morta ho ricevuto un enigmatico messaggio da mio fratello che diceva “se ne è andata”, semplicemente. Me lo comunico’ un mese dopo. Chiedeva documenti e faceva richieste burocratiche per l’espletamento di tutto ciò che c’era da fare, la chiusura del conto in banca, i sospesi, tutto ciò per cui i parenti dovevano presenziare per definire l’assenza in vita di una donna che ha lottato, infine stremata, e se ne è andata.

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Pagare visite non disdette per fobia da comunicazione: la burocrazia della salute mentale

Il giorno in cui mi resi conto di avere un problema cercai di rintracciare il capo del filo per raggomitolarlo e trarne l’illusione di poter tenere insieme il caos della mia vita. Lessi libri e articoli per tentare di razionalizzare quello che non potevo razionalizzare e alla prima seduta da uno psichiatra, specializzando in disturbi alimentari, andai con una diagnosi, dissi che stavo sprofondando nella depressione e nell’isolamento e che mi era quasi impossibile fare cose che per altri sembravano normali. Chiedere aiuto, rispondere al telefono, recarmi da un medico, andare in farmacia, organizzare una mia eventuale agenda di appuntamenti. Secondo le regole della Regione in cui vivo il reddito del mio compagno (pur se impiegato per la maggior parte nel pagamento dell’affitto e delle bollette) supererebbe di un minimo una certa fascia che non mi consente di pretendere la gratuità degli interventi sanitari e della prescrizione dei farmaci. Perciò per 15 anni ho pagato ticket e farmaci che secondo il ministero non rientravano in quella rete di necessità al punto da stabilirne la disponibilità gratuita per chiunque. La difficoltà di comunicazioni telefoniche e la totale alienazione di certi miei periodi di chiusura in me stessa mi hanno impedito di disdire alcuni appuntamenti e qualche giorno fa la burocrazia mi ha presentato il conto facendomi pagare non solo i ticket delle visite che non ho fatto ma anche le more per il ritardo del pagamento. Questi sono i paradossi che ho dovuto affrontare in questi anni in cui da un lato tentavo di tenere sotto controllo quel che potevo di me stessa e dall’altro venivo punita perché non ero in grado di farlo. 

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Il peso dell’anima

Sto sprofondando, lo sento, non riesco ad essere lucida, mi manca la scintilla, quel brillare che mi spinge a inventare storie in cui ciascuna possa ritrovare un pezzo di sé stessa. Non voglio tornare al mio lento pensare, non voglio tornare ad essere una figura ombra su un divano. Cerco di reagire ma il peso è imperioso, furioso, incrollabile nella tendenza a farmi scivolare verso il basso. L’umore non si assottiglia, non è mai leggero, il peso è consistente, mi pressa sul torace come se qualcuno rimanesse seduto sulle mie costole in ogni momento. Respiro a metà, senza ossigeno sufficiente cerco di riattivarmi ma non funziona. Non trovo la spinta, non so come fare, non so cosa fare. La psichiatra dice che i farmaci sono giusti, mi affido agli stessi, dunque cosa non va? Perché sto ritornando a sentire quel disagio molle, liquido, che mi attraversa come se sostituisse goccia dopo goccia il mio sangue?

Mi tremano le mani, non posso raggirare il mio stato nervoso, insiste, mi opprime. L’umore stabilmente oscuro, senza lasciarmi pensare ai momenti in cui tentavo il suicidio ma se non vedo una via d’uscita, se torno a formare la figura stanca senza capacità di inventare e scrivere, senza percepire la frase letta più volte, cosa dovrò fare. Come posso aggiustare le cose. La pesantezza mi rende incapace di alzare la testa o di dare spiegazioni a domande semplici. Non riesco a consolarmi o a confortare. Non posso fuggire e l’oppressione ritorna. Tutta l’elaborazione trascritta, il racconto delle esperienze passate, la sensazione iniziale di euforia per aver immaginato di poter vedere un raggio di sole. Oggi immagino una eclissi perpetua, il corpo non muove nelle direzioni che ordino, provo fatica a schiacciare un tasto dopo l’altro, per tentare di liberarmi e capire, come faccio sempre. Scrivere per fare emergere l’origine di un disagio, individuarlo, annientarlo, affrontarlo. Quel che sento è un flusso di legacci che mi tengono sospesa senza permettermi di scivolare e poter camminare con le mie gambe.

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Depressione e disturbi alimentari: terapie punitive

In questi giorni non riesco a restare sveglia a lungo, dimentico le cose, perdo il filo logico dei pensieri. Mi sembra tutto sia ovattato. Eppure i farmaci sono gli stessi, dunque il problema risiede altrove. Dove? Col tempo dovrei assuefarmi ai farmaci, non dovrebbero indurmi un sonno maggiore. Ma qualcosa non funziona con il metabolismo e l’alimentazione. Sapete già che non si indagano le cause ma in Italia si promettono soluzioni miracolose agendo sui sintomi. L’anoressica viene munita di sondino nasoesofageo per la nutrizione coatta e alla bulimica si toglie il pane. In quindici anni di consultazioni con vari psichiatri nessuno mi ha fornito risposte esaurienti e per quanto io tentassi di capire e leggere molto sull’argomento non trovavo nulla che fermasse quella pulsione. Quando la psichiatria si arrende, perché è così, ti consegna al chirurgo bariatrico che ti affetta lo stomaco, come nel mio caso, in modo da farti sentire tutte le difficoltà della nutrizione con una striscia minuscola di stomaco, una digestione che non funzionerà mai più come prima, l’obbligo di assumere integratori perché non potrai assimilare certe vitamine, e gastroprotettori ogni giorno perché senza solo il passaggio di un morso di pane procura fastidio e se aggiungo altro anche dolore. I primi tempi sono stati disastrosi e le visite di controllo terminavano con conferme da parte mia del fatto che mangiare mi portava a frequenti rigurgiti, vomito spontaneo. Due cucchiai di pasta e un po’ d’acqua bastano per provocare un intenso bruciore e il rigurgito.

Quindi ho dovuto apprendere, facendo cavia di me stessa, nuovi modi di nutrirmi, distanziando i pasti, non mangiando mai oltre una certa quantità, non bevendo durante i pasti e neppure dopo, posso farlo a distanza di molto tempo. Non risolvendo la causa della pulsione tentavo l’abbuffata con risultati disastrosi. Notti a vomitare l’anima o, in alternativa, dato che non si digerisce come si dovrebbe, a restare incollata al cesso perché come conseguenza arriva l’incontinenza. Un sorso d’acqua e subito al cesso. Cino non digerito bene e diarrea per giorni. Per forza ho perso tipo 40 chili in breve tempo ma ne ho ripresi alcuni quando ho imparato a gestire il corpo amputato e a capire cosa in effetti mi procurava malessere oppure no. Non posso usare lo zucchero bianco o prodotti conditi con zuccheri trattati, il bruciore è insopportabile. Non posso mangiare certe robe farinose, sfoglie pronte o alcuni tipi di pizza e alcuni tipi di pane per via del lievito che gonfia quel morso occludendo lo spazio che serve a far passare il cibo. Frutta con troppi zuccheri diventa indigesta. Non ho mai avuto problemi con l’anguria, ora mangiarla mi provoca la diarrea. Entra ed esce intera. Il metabolismo non funziona. Questo mi appesantisce, non nel senso di chili ma nel senso di effetti come sonnolenza eccessiva o altri sintomi da confusione.

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Figlia di anoressica/bulimica: non mi sono sentita amata

Lei scrive:

Salve, sono la figlia di una donna anoressica e bulimica. Vorrei tentare di spiegarvi cosa ha significato per me sopravvivere alla sua malattia. Sono stata causa dei chili che ha preso quando mi ha partorita e crescendo mentre lei tentava di tenere sotto controllo sé stessa teneva sotto controllo anche la mia alimentazione. Fintanto che sono rimasta longilinea, con un peso che le aggradava e le rinviava il riflesso di quel che lei avrebbe voluto essere non ho avuto problemi. Quando ho cominciato a mangiare autonomamente e mia nonna mi porgeva una merendina, lasciandomi davanti al televisore acceso ad abbuffarmi, mentre mia madre era lavorare, ho iniziato a prendere peso e ho visto negli occhi di mia madre tutto il suo disprezzo.

Dapprincipio non capivo e pensavo che lei non mi volesse bene, leggevo nei suoi occhi la delusione e talvolta l’ho accontentata accompagnandola nelle sue folli maratone per scalare qualche caloria percorrendo chilometri assieme a lei. L’adolescenza invece come tutti sanno è un momento di ribellione e per me quella ribellione è diventata poter ingrassare fottendomene di quello che pensava mia madre e convincendo me stessa che lei non mi amasse e pensando di poter fare a meno del suo amore. La sua vicinanza per me era devastante perché mi ricordava le mie debolezze e dai suoi occhi notavo la repulsione nei miei confronti o almeno così pensavo.

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Fame da morire: disturbi alimentari e info generali

Qualche riflessione sui disturbi alimentari. Non riguarda solo le mie abbuffate, l’immobilità conseguente, la voglia di procrastinare e delegare, l’isolamento, l’incapacità di riprendere il controllo. Non riguarda l’irritabilità, la sonnolenza dovuta a farmaci e al metabolismo messo a dura prova. Ho tentato di darmi delle regole, una sorta di disciplina. Il divano non è più il mio luogo preferito ma mi sposto alla scrivania che mi spinge a leggere e lavorare meglio. La bulimia si compone di una dipendenza patologica da cibo. L’incapacità di autocontrollo rivela scarsa autostima e se l’autocontrollo consuma zuccheri cosi si spiegano le ricadute e la voracità per i medici. Qualcuno dice che nel cervello di una bulimica la dopamina viene consumata troppo alla svelta e ne consegue la ricerca di un piacere effimero che deriva dall’abbuffata.  Sulle persone affette da disturbi alimentari ricade lo stigma da puritanesimo igienista o salutista. Lo stesso che viene citato da chi chiama devianze anoressia e bulimia. È utile sapere che l’immagine del corpo su un preciso peso medio ha origine dalle ricerche delle aziende che facevano assicurazioni sulla vita in America e che hanno imposto a tutti il loro cifrario statistico, incluso peso e forma media del corpo “sano”. Viene meno l’interpretazione soggettiva della nostra immagine, senza contare le differenze di etnia e fisicità nei differenti luoghi del mondo. Il mio culo da afro-siciliana non avrebbe mai ottenuto il patentino di salute “giusta” da un’azienda USA di assicurazioni sulla vita che viene formulata scandendo i criteri di salute di un corpo meritevole di una polizza sulla quale l’azienda investe senza rischiare di dover pagare perché la persona assicurata muore anzitempo.

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Fame da morire: interludio

I disturbi alimentari non sono un capriccio. Quello che succede al corpo è devastante. La mente non accetta il corpo e il corpo finisce per non funzionare al meglio in risposta alle richieste della mente. Dopo anni di digiuno e abbuffate, attività compensatorie esagerate, il corpo è debilitato, come conseguenza di una malattia invalidante tenta di funzionare ma nessuno capisce quanto sia profonda la stanchezza che è impressa nelle ossa e che attraversa la carne e il sangue. Non si tratta di qualcosa di metaforico ma di stanchezza reale, perché un corpo costretto a rallentare e poi a ripartire e ancora a rallentare e ripartire finisce per trovare un equilibrio solo nella stanchezza, nei continui mal di testa, la sensazione di poter avvertire lo scricchiolare delle ossa, sentire il limite dello sfregare della cartilagine col ginocchio, vedere esplodere una ad una le ramificazioni venose attorno a caviglie e cosce. Non accettare il proprio corpo significa farsi male ed è qualcosa che non termina, bisogna solo conviverci. Ho più di 50 anni e ancora non capisco come disinnescare le abbuffate e come evitare di sentirmi in colpa dopo. Come evitare tutto il circolo vizioso che dalla colpa mi porta all’isolamento e alla chiusura e poi ancora alla perdita di controllo per ritrovarlo quando mangio meno. Non è semplice da spiegare come una dipendenza investa così tanto un corpo che esprime una fame da morire, perché ho mangiato tanto da farmi esplodere lo stomaco e il fegato, ho ingurgitato chili di qualunque cosa oscillando tra i 60 e 130 chili.

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Fame da morire: adolescenza

Se nell’infanzia la mia famiglia continuava a insistere affinché il cibo colmasse ogni c’è genere di vuoto, nell’adolescenza la mia ribellione divenne il rifiuto. Giornate intere senza toccare cibo, o mangiando solo una mela, l’ossessiva attenzione al peso indicato sulla bilancia, fino al crollo con abbuffate di qualunque cosa trovavo in giro.  Quello che odiavo erano gli odori emanati dei cibi cotti da mia madre, tentavo di sfuggirgli ma non potevo mancare di sedere a tavola quando c’era mio padre ed era difficile rifiutare il cibo. La questione importante ovviamente non era il cibo ma il fatto di non riuscire ad avere il controllo sulle imposizioni dominanti e violente di mio padre e sui ricatti emotivi di mia madre. Tenere sotto controllo il peso mi dava l’illusione di poter controllare anche il resto. Non era così. In ogni caso ad ogni mia abbuffata seguiva una pratica compensatoria e mi consumavo caviglie e ginocchia saltellando e scalando qualunque cosa per consumare calorie. Non c’era gioia né serenità in questo. Non lo facevo per il piacere di muovermi ma solo perché il mio corpo non era come lo volevo. Pesavo il giusto ma allo specchio mi vedevo sempre grassa e pare che questo sia frequente in chi soffra di disturbi alimentari. Più mi allenavo e più i muscoli crescevano e questo non andava bene perché avrei voluto scomparire, essere longilinea e quindi priva di muscoli. Volevo che si vedessero le ossa e quando riuscivo a toccarle mi sentivo bene. Tutto ciò non era mai ovviamente privo di conseguenze.

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Fame da morire: infanzia

La mia era una famiglia disfunzionale che attribuiva al cibo una funzione compensativa per colmare abbandoni e carenze affettive e soprattutto le violenze che venivano esercitate da mio padre e taciute da mia madre. Sedere a tavola durante il pranzo era una tortura perché non si poteva lasciare un briciolo di nulla sul piatto, pena una punizione col corporale, lo sganassone di mio padre e l’insistenza di mia madre che continuava a chiedere se ne volessimo ancora. Mia madre era anche una compratrice compulsiva di qualunque nuova marca di merendine immesse sul mercato che in genere mangiava dopo aver fatto finta di essere l’agnello sacrificale familiare che rinunciava alle parti buone delle pietanze per poi abbuffarsi di sera e infine assumere lassativi come fossero pillole della buonanotte. Questo comportamento c’è stato ovviamente trasmesso e almeno per me è diventato deleterio perché al cibo attribuivo un piacere e una compensazione legittimati in famiglia e uniti al fatto che mangiare tutto significava essere una brava bambina, non prendere sganassoni, forse guadagnarsi un po’ di affetto. Nel frattempo cominciavo a manifestare ritenzione idrica nelle cosce già a 9 anni perché fino a tardi facevo la pipì a letto e il medico, furbo, prescrisse qualcosa per farmi trattenere liquidi.

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