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La cosa brutta è sapere che non cambierà nulla

Lei scrive:

Cara Eretica,

da qualche tempo sono entrata in un loop interminabile che mi obbliga a restare ferma: con la mia vita, le mie non-scelte, le cose che vorrei fare ma che non faccio perché penso che comunque fallirò. Tu dirai che dipende da me, basta che io muova il culo e ricominci a respirare ma ti assicuro che non è affatto così semplice. Quando resti senza ossigeno così a lungo ti abitui a fare respiri corti e pensi che tutto quel che puoi fare è continuare a fare respiri corti, a guardare solo fino a due passi oltre te e a non rischiare di fallire e nel frattempo in realtà è stare ferma che costituisce un fallimento.

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Sono un ragazzo e ho bisogno del femminismo

Riotrite scrive:

Sono un ragazzo e ho bisogno del femminismo.
Non dei “diritti dell’uomo”. Ma del Femminismo.
Ecco perché.

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#RepealEight #Irlanda #Aborto: appello alla solidarietà transnazionale

Lei scrive:

Ciao
mi chiamo Paola e scusa se scrivo un po’ all’improvviso, ma lo faccio perché vorrei portare alla tua attenzione che, tra meno di un mese, in Irlanda ci sara’ un importante referendum sull’aborto.

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Ci sono prima io: pensieri sul piacere e la sessualità delle donne

Lei scrive:

Stamattina mi sveglio beata e trovo il mio compagno incazzato come una faina. Siamo insieme da quattro anni, lo conosco bene e intuisco.

Ieri sera, fumata e felice, sono venuta, ho sbiascicato due parole per dire che si, sono egoista, ma stavo troppo bene con me stessa per occuparmi di lui e lentamente sono scivolata nel sonno.

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#Argentina: malata di cancro muore perché costretta a portare avanti la gravidanza

 

L’hanno lasciata morire in nome della morale.

Ana Acevedo aveva 19 anni e tre figli quando le diagnosticarono un cancro alla mandibola. Durante i 13 mesi di malattia, i medici dell’ospedale Iturraspe di Santa Fe (Argentina) non curarono il cancro per salvaguardare il feto. Ana infatti era incinta di due settimane.

La madre, Norma Cuevas, chiese un aborto terapeutico per salvare la figlia ma i medici glielo negarono: la loro morale gli impediva di mettere a rischio un feto ma erano unanimemente d’accordo nel lasciare agonizzare una giovane solo per mantenere le loro convinzioni. Dissero che Ana e il feto sarebbero sopravissut* ma mentirono.

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Non sono monogama e dirlo è una liberazione

“Ci sono più cose tra il cielo e la terra, Orazio, di quante non ne comprenda la tua filosofia”
– William Shakespeare
“E del cielo infinito che sa dare il desiderio senza pregiudizi. E i miei amici, i miei buoni amici e il loro amore incondizionato”
– Bea Espejo

(Avvertenza: articolo scritto da una donna etero, da lì l’uso dei pronomi, senza intenzioni discriminatorie. Vi prego, adattate pure alla vostra esperienza.)

Non sono monogama. Dirlo in pubblico è una vera e propria liberazione, un coming out. Recentemente mi sono resa conto che lo nascondo in automatico, anche solo per omissione; mi sono adattata da sola allo schema mentale che considera la monogamia come l’unico comportamento accettabile e presentabile nella nostra società. Qualsiasi altra cosa è una malvagità, una perversione, un vizio censurabile.

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Né etero né lesbica: faccio sesso con chi voglio!

Lei scrive:

Vorrei dare il via ad una serie di riflessioni sulle definizioni stereotipate che ti classificano come etero o lesbica quando in realtà tu fai sesso con chiunque ti faccia “sangue”, qualunque sia il suo genere e il suo sesso biologico.

Esiste una schematizzazione che diventa anche stereotipo sessista? Esiste una classificazione gerarchica che pone all’ultimo gradino le persone che non amano autodefinire il proprio orientamento sessuale come etero o lesbico?

So che devo molto a chi ha messo in atto la sfida sociale sulle imposizioni in fatto di orientamento sessuale e che c’era bisogno, forse un tempo, di classificazioni rigide ma oggi deve ancora essere così? Perché devo essere costretta a definirmi, a spiegare, a sentirmi dire che sono confusa, se non mi riconosco nelle logiche di gruppo? Perché non posso esprimere la mia sessualità come piace a me senza perciò che il mio corpo e la mia volontà siano dissezionate sotto l’occhio vigile di chi non si fa i cazzi propri?

Perché devo sentirmi dire che sono repressa o che non voglio classificarmi per non perdere spazio di accettazione sociale? E dire che se mi definissi lesbica avrei una comunità di riferimento, non subirei ostracismo e non riceverei le stesse critiche che subisco perché non voglio classificare la mia sessualità.

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