Pensieri Liberi, Personale/Politico

Pausa estiva: atto terzo

L’estate non mi fa bene e mi fa sentire scollegata dalla realtà perché tutti sono a fare altro e i Feedback sono quasi inesistenti e la mia incapacità di socializzare mi impedisce di mantenere relazioni a distanza o fisicamente soprattutto con questo caldo e l’unica persona che vedrò domani sarà la psichiatra. Poi attenderò di iniziare il reinserimento socio lavorativo e per accordo tra l’assistente sociale del Centro Salute Mentale e la biblioteca femminista che mi accoglierà per svolgere questo lavoro nel tentativo di capire se sono in grado di rispettare i ritmi, impegni, orari e di fare quello che va fatto. Nel frattempo continuo a leggere e a documentarmi per appropriarmi di linguaggi e tecniche narrative che possono servirmi a scrivere meglio e per coltivare il mio sogno di diventare una scrittrice. A parte questo ho alti e bassi e la depressione sembra stabile, dormo grazie ai farmaci e resto lucida grazie ai farmaci, continuerò a fare ciò che mi dice la psichiatra sperando di migliorare e soprattutto sperando che arrivi una temperatura un po’ più mite. Spero che voi state bene e che abbiate qualcosa di bello da fare in questi torridi giorni.

Un abbraccio

Eretica Antonella

Antisessismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

Perché le donne migranti rumene soffrono della “sindrome dell’Italia”

Una ‘badante’, o carer, dalla Moldova ritratta con il suo datore di lavoro italiano in un parco di Roma [Romina Vinci/Al Jazeera]
 

di Lorelei Mihala& Romina Vinci (articolo in lingua originale QUI. Traduzione di Nadia e Naomi del Gruppo Abbatto i Muri)
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La Depressione Consapevole, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

La Depressa Consapevole: quando sopravvissi al tentato suicidio

Era mattina. Avevo tentato il suicidio il giorno prima. Non ero ancora pronta per rispondere alle domande dello psichiatra. Passò a guardare la mia faccia, immersa per lo più nel morbido guanciale, con un filo di bava che colava dalla bocca. Poggiò la mano sulla testa, come fosse un prete, e benedisse la mia presunta e ritrovata vitalità. Ebbi soltanto la forza di grugnire e roteare gli occhi. Volevo dire qualcosa ma non venne fuori nulla di comprensibile. I potenziali suicidi ricevono tutti la benedizione del grande capo del reparto. Per darti il benvenuto ti smutandano, ti infilano un catetere, finché non riprendi il controllo della tua vescica e dello sfintere, poi ti mettono in una stanza dove le donne vicine hanno sguardi da matte. Anch’io avevo lo sguardo da matta. Eravamo in un reparto di matte. Chissà perché però la matta del letto vicino è sempre più… avete capito, no?

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Autodeterminazione, R-Esistenze

Pentite di essere madri

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di Olivia Carballar (lamarea.com)
traduzione di Grazia

  • Rimpiangere la maternità: unanalisi sociopolitica”, uno studio elaborato dalla sociologa israeliana Oma Donath, indaga un aspetto della maternità che è praticamente un tabù nel mondo.
  • “É il più grande errore della mia vita, concludono le donne intervistate”

Sì, esiste nella nostra società qualcosa di peggiore del non voler essere madre. Pensare, e soprattutto, dire che esserlo diventata è stato un errore. “Rimpiangere la maternità: unanalisi sociopolitica”, uno studio elaborato dalla sociologa israeliana Oma Donath, indaga un aspetto della maternità che è praticamente un tabù nel mondo. Donath raccoglie e analizza con acutezza 23 testimonianze di donne che assicurano essersi pentite di essere diventate madri. “É il più grande errore della mia vita”, concludono. Sono testimonianze di donne israeliane che però potrebbero essere valide per qualunque parte del mondo occidentale più convenzionale, in cui le emozioni e i sentimenti legati alla maternità sono un monolite culturale.

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Ho fatto tanto per i miei genitori ma ora tocca ai miei sogni

314effb8e3be7dc579a2af9dae44fa49Lui scrive:

Ciao Eretica, ti scrivo perché ho molto da dire.
Ho 23 anni, e da anni ormai devo convivere con quelli che sono stati gli errori dei miei genitori. Anni in cui mio padre cambiava lavoro ogni periodo, con grandi promesse sul nostro futuro economico, disilluse e accompagnate da sue ubriacature e giocate alle macchinette del bar. Anni durante i quali mia madre diventava l’ombra di se stessa, capace solo di rinfacciare a mio padre tutti i suoi errori un giorno e il giorno dopo trovarsi ad essere una compagna modello; se uno si nascondeva dai problemi con l’alcol, l’altra con gli psicofarmaci ed è così che parte della famiglia lo diventarono anche quest’ultimi come il minias, valium, talofen e via dicendo.

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Prigioniera di quella gran cicciona di mia madre

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Quella lardosa di mia madre mi ha sempre fatto l’effetto di un’amputazione agli arti. Grassa da fare schifo, non più in grado di muoversi senza rompermi le palle, con la sua voce stridula a torturarmi dalla mattina alla sera. Prendimi questo, prendimi quest’altro, vai lì o vieni là. Nata per fare la serva di una madre pigra e depressa, io da sempre massacrata dai ricatti e dai sensi di colpa, con un padre che usava il lavoro come alibi per stare lontano da lei e io che non avevo tempo per fare niente a parte masturbarmi, ogni tanto, davanti a qualche scena porno.

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La posta di Eretica, Pensieri Liberi, Storie

Il muro che ho abbattuto nella mia mente

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Lei scrive:

Ciao Eretica,
ti scrivo perché ti ammiro molto. Ammiro il tuo blog e il piccolo spazio di aria pura che hai contribuito a creare qui sul web.
Vorrei parlarti di un muro che sono riuscita ad abbattere e di quanto questo mi faccia sentire una persona più completa ma anche incompresa dai miei amici. Si, perché quando rifletto su questi temi con le persone a me piu care mi trovo circondata da sdegno e incredulità. È per questo che ho deciso di scrivere proprio a te.

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Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Storie

Sarò una cyber donna (o queer). Finally!

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Addormentata presto, svegliata presto. Mi sento un po’ di merda. Capita a volte di voler sentire la mia voce, nell’atto di raccontarmi, mischiarmi alle altre voci che normalmente ascolto, perché anche la mia storia sia parte della vostra. Ieri sera ti ho visto fare un gesto. Stavo a occhi chiusi, perché la testa girava troppo, e tu hai tentato di afferrare il mio respiro, con la mano a corteggiare la mia bocca. Non so come dev’essere stare con me, così abbattuta, a volte, o troppo ironica in altri casi. Non sai mai come sto veramente, e hai paura, tanta paura di perdermi. Non c’è ragione per cui tu debba preoccuparti, ma a guardare quella mano, messa lì per intercettare il soffio che dà notizia del mio stato di vitalità, mi si è stretto il cuore.

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Il corpo in lotta

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Mi affetteranno presto, perché certi mali si sconfiggono se ci guardi dentro e butti via i pezzi che non funzionano. Non ho mai provato un particolare pudore nell’esposizione del mio corpo. In quelle stanze d’ospedale sono parecchio disinibita. Non è la nudità che implica la condivisione dell’intimità. Quel che c’è di intimo ha più a che fare con le paure, il dolore, e queste restano al chiuso e il medico ne custodisce il segreto. Ti ha vista piangere, soffrire, non hai potuto risparmiargli l’ansia, la manifestazione di un sintomo ed è con lui che stringi un patto. Ti farò vedere tutto di me. Puoi anche aprire la mia carne, rovistare tra i miei organi, e sei il primo che lo fa, perché da quel punto di vista sono completamente vergine. Immaginarsi così, nude, senza la pelle, i muscoli, ti fa sembrare uguale a molt*. Abbiamo tutt* un cuore, per quanto non è detto che influenzi il comportamento di chiunque. Abbiamo polmoni, cervello, un fegato, lo stomaco. Quel che abbiamo dentro è una viscera sanguinolenta e l’unica differenza resta nel fatto che io ho un utero e tu invece no.

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No allo stipendio per mamme. Si ai servizi a sostegno della maternità!

Si parla ancora di maternità. Dopo Giulia che rispondeva picche alla proposta di retribuire la maternità – per costringerci a casa, diceva lei – ecco Ania che racconta come, invece, sarebbe preferibile un sostegno alla maternità in termini di servizi. Vi lascio alla lettura del suo intervento.

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di Ania

A volte mi chiedo perché scegliere di “generare”, di avere un figlio, faccia passare una donna da una “categoria” ad un’altra . Donna, mamma, mamma-casalinga, mamma-lavoratrice, donna senza figli, casalinga, ragazza-madre (l’uso del termine “ragazza” in quest’ultima categoria meriterebbe un discorso a parte).

E’ qualcosa che per gli uomini non accade. Gli uomini hanno sempre una loro individualità, non la perdono mai. Abbiano o meno un lavoro, abbiano o meno dei figli. Rimangono uomini.
Evidentemente invece avere l’utero e fare determinate scelte deve in qualche modo accomunarci in categorie ben precise e sottogeneri altrettanto specifici.

Ed ecco che se non vuoi avere figli e hai un lavoro che ti appassiona e ti impegna c’è la directory preconfezionata in cui inserirti. Come c’è quella in cui inserire la donna che ha dei figli e non lavora (per scelta o perché costretta dalle circostanze). E quell’altra che annovera le donne che hanno figli e che hanno un lavoro fuori casa (di ‘basso profilo’, per carità s’intende: una mamma “deve” sacrificare le ambizioni per essere una mamma “degna”. La sua directory non lo prevede!).

Bisogna “inquadrarci”, categorizzarci, attribuirci aspirazioni, desideri, ambizioni, rinunce, sogni ben definiti o no-sogni. Ma da chi? E perché?
Qualche tempo fa mi sono appassionata di romanzi gialli scandinavi. Nelle trame di questi romanzi, oltre chiaramente al delitto e alle ricerche dell’investigatore per assicurare l’assassino alla giustizia (erano dei gialli!), accadeva che taluna dei personaggi procreava. Ma l’evento genitorialità non cambiava di una virgola l’individualità di quella donna, il suo essere individuo nella società. Questo perché il welfare scandinavo sostiene pienamente la scelta della maternità.

Ho letto un articolo interessante. Esprimeva perplessità circa la possibilità di prevedere una retribuzione per le donne casalinghe che fanno le mamme a tempo pieno, perché ciò sarebbe stato ingiusto nei confronti delle mamme-lavoratrici.
Le medesime perplessità le nutro anch’io. Ma da un diverso punto di vista.
Io penso che una difesa della donna come individuo può farsi solo se si difende e si sostiene ogni sua scelta libera. Solo cioè se si creano le condizioni per cui, per una sua libera scelta, una donna non debba essere costretta a pagare in qualche modo un prezzo.

Ecco perché più che una retribuzione per le casalinghe io auspicherei un maggiore sostegno per le donne che scelgono di avere un figlio e che lavorano. Perché è vero che la maternità è una scelta, ma non deve neppure essere una penalità o un prezzo da pagare.
Del resto, non sempre restare a casa e fare la mamma a tempo pieno è una scelta libera, anzi spesso è una scelta “costretta”.

Penso alla carenza di posti negli asili-nido (è praticamente impossibile in molte città trovare posto in un asilo pubblico per il primo figlio), penso a quelle donne che si trovano senza una rete familiare di sostegno e aiuto, penso alle mamme, magari single, che svolgono lavori articolati su turni (infermiere, poliziotte, operaie) per le quali il diritto a non effettuare servizio notturno è riconosciuto solo fino al terzo anno di vita del bambino, penso a un congedo parentale che è di soli 6 mesi ed è retribuito solo al 30% di stipendio,…

E penso soprattutto a quella cultura così radicata che fa sì che la percentuale di padri che usufruisce del congedo parentale sia bassissima. Lo stesso dicasi per il congedo per malattia del bambino, che è non retribuito se la malattia supera i 30 giorni per anno solare e che è comunque previsto solo fino al terzo anno di vita del figlio.

E penso allo sguardo che una lavoratrice sente su sé quando comunica al datore di lavoro che aspetta un bambino.
Questi ultimi due punti forse spiegano perché quando un datore di lavoro si trova a scegliere fra due candidati (maschio e femmina) in età fertile, con gli stessi titoli e con le medesime competenze, opta spesso per assumere il candidato maschio: le donne poi “figliano” e diventano “mamme”!

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Pagata per occuparmi dei corpi altrui: quale differenza tra il sex work e il mio lavoro?

"Sono stata io a volerlo. Mi fa sorridere il moralismo della gente, non lo tirano fuori per il nudo in sé, ormai ovunque, ma per quello non perfetto. E’ l’imperfezione a scandalizzare, come fosse una colpa. Il mio è stato un gesto di provocazione, e anche di profondo dolore: in manicomio ci spogliavano come fossimo cose. Mi sento nuda ancora adesso." Alda Merini"
Alda Merini”

Ricevo questo messaggio che contiene una storia, bellissima, che parla di corpi, intimità, cura e lavoro. Grazie e un abbraccio a lei. Buona lettura!

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Nel mio lavoro uso il corpo. Vengo pagata per entrare in empatia, per occuparmi di culi e cazzi, per abbracciare, accarezzare, celebrare compleanni e feste. Il mio lavoro a volte è duro mi posso ritrovare sbavata di salive altrui, tra baci e leccate. Pulisco lenzuola sporche di piscio o di sperma. A volte sono stanca e devo lavorare comunque. Ascoltare, abbracciare, accarezzare. Nel mio lavoro devo tener conto della sensibilità e del pudore altrui. Devo captare le esigenze e le difficoltà. Loro vengono da me per ogni cosa durante la giornata, mi informano sulla loro vita, sui loro bisogni, vorrebbero esclusività con me. Ci sono dei muri che vanno oltre i vestiti.

Ho visto tanti cazzi e tante fighe ma in realtà entrare in intimità con una persona ho capito non essere questo. Non è neanche quando questa persona ti racconta qualche particolare piccante sulla sua vita, o aver letto la sua cartella clinica. Per entrare in intimità, innanzitutto è necessario trattare l’altra persona alla pari, senza pietismo, buonismo. Per entrare in intimità devi inoltre avere un gran rispetto di te stess@. Perchè non si può entrare in intimità se concedi all’altro, cose che a te non piacciono (chiunque esso sia). Per entrare in intimità inoltre bisogna rispettare le scelte altrui, anche se non ci aggradano.

Nel mio lavoro come operatrice socio-sanitaria ho imparato che la nudità non è che uno strato superficiale di ciò che si può chiamare intimità, che essere nudi di fronte a qualcuno non significa legittimare la violenza o il disprezzo per quel corpo.

Essere pagate per pulire culi e vedere mazze non ha niente a che fare con la mia dignità ma ha molto a che fare con la mia crescita interiore, con la mia sensibilità , con la gentilezza che porgo nei confronti di chi in quel momento ha bisogno del mio aiuto. Ci tengo a sottolineare anche, che chi ha bisogno del mio aiuto, non mi legittima ad appropriarmi di esso. Ne di parti del suo corpo. Né posso realmente sapere cosa è bene per questa persona e decidere al posto suo.

G. era arrabbiata con il mondo. Arrabbiata per la mancanza d’affetto della sua famiglia. A natale nemmeno un abbraccio. Le hanno freddamente lasciato dei regali. Immaginati di vivere con altre 9 persone e che non tutte ti stanno simpatiche, immaginati di vedere che gli altri ricevono visite ed affetto dalle loro famiglie. Tu non saresti arrabbiata?. Beh, lei Si è strappata la maglietta e ha tirato fuori il seno. Ha lanciato i piatti.

G. è psicotica e violenta. Mi ha tirato un pugno nello stomaco e mi ha detto in modo sprezzante “stronza” quando mi sono avvicinata e le ho chiesto di smetterla. Voleva che la menassi. Era quello che ha sempre ricevuto. Mi ha guardata negli occhi sfidandomi ed era questo tutto quello che lei si aspettava. Questo è quello che ha ricevuto dal mondo. L’ho abbracciata dopo che mi ha tirato un pugno. Le ho detto che c’ero per lei, che non era sola. Sono nervosa mi ha ripetuto. Mi ha chiesto scusa mille volte. Siamo uscite in giardino mi ha tenuto compagnia mentre fumavo una sigaretta. Le ho detto che poteva piangere se sentiva il bisogno di farlo. Le ho raccontato che anche io a volte piango. Che sono nervosa a volte. Le ho raccontato di come sto quando mi vengono le mestruazioni. Abbiamo chiacchierato di mestruazioni. Era sorpresa del fatto che anche io piango e mi vengono le mestruazioni. Poi ha pianto disperatamente.

Mi ha riempita di lacrime e muco il collo e la maglietta. Mi tirava e mi abbracciava mentre io tentavo di finire di fumare. Per una volta il mondo non è stato solo violenza e incomprensione. Le dico che ci sono quando ha bisogno di me ma non farò mai nulla al posto suo. Ecco questo è stato un momento di fiducia ed intimità reciproca. Davvero per me è stato un bel momento.

Ti ho raccontato tutto questo perchè una delle obiezioni che fanno le abolizioniste del sex work è la questione dell’intimità come valore da mantenere puro, integro e casto. Vorrei ricordare loro che esistono persone (nelle comunità, nelle case di riposo, in ospedale) che sono costrette a mostrarsi nude ed altre persone che sono PAGATE per occuparsi di quei corpi. Auguro quindi loro di trovare nella vita chi si occuperà dei loro corpi con professionalità, affetto, dolcezza senza la paura di sentirsi scippat@ della propria integrità, moralità, intimità. Che aver visto, toccato, tanti mazzi non mi ha tolto proprio niente. Che fare l’amore non è solo un tronco dentro ad un buco. Puoi dare amore anche pulendo un culo. Quindi auguro a queste persone di riceverlo l’amore. Quello incondizionato non quello che ti salva e si appropria di te, della tua libertà con la scusa di salvarti.
Grazie @abbattoimuri e un abbraccio forte.

p.s: ah, io lavoro per fame. Lavoro perchè devo comprarmi da mangiare. Se potessi non lavorerei. Nessuna illuminazione o vocazione. Semplicemente ho scelto questo lavoro. Esattamente come molt@ altr@ poveri cristi come me che vanno in fabbrica o in ufficio. Fortunate le persone che non lavorano per fame come le abolizioniste. (ihih)
basi e strucchi from XXXX

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