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L’IDF si rivolge alle donne palestinesi: non andate alle proteste, il vostro posto è a casa!

Lo stesso esercito che si vanta del suo atteggiamento progressista nei confronti delle donne cambia completamente tono quando si rivolge a un pubblico di lingua araba.

“La femminilità di una donna sta nella sua grazia, la sua arma è il suo spirito. Dove sono questi nella personalità di questa terrorista? “

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#Gaza: parlarne, non parlarne, e nel frattempo la Palestina muore!

[Nel video la regista Israeliana Naomi Levari che parla ai palestinesi. In basso la traduzione in italiano]

Giorni e giorni, status, post, commenti, dedicati all’opportunità, o meno, di discutere di quello che sta succedendo a Gaza. E’ meglio parlarne o non parlarne? E giù i motivi per cui sarebbe meglio che no piuttosto che si, e nel frattempo lì stanno crepando bambini, donne, uomini, persone, e mancano i medicinali, e hanno invaso gli ultimi metri di terra che gli israeliani non avevano ancora rubato con le ruspe, a demolire case, ad appropriarsi, metro dopo metro, della terra, a togliere luce e sole e acqua ai terreni che stanno al confine di quel grande muro che bisognerebbe abbattere.

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#Gaza: Le sfumature di rabbia di Rafeef Ziadah

ziadahda Incroci De-Generi:

Il testo che segue è una traduzione di All shades of anger, brano che apre Hadeel, album di esordio di Rafeef Ziadah, artista e attivista palestinese. Il lavoro di Ziadah si inserisce nei movimenti che spingono per boicottare, disinvestire e sanzionare l’apartheid portata avanti da Israele. Il suo album non vuole essere solo un’ode alla Palestina, ma uno strumento che dia voce all’oppressione e alla violenza perpetrata sulla popolazione palestinese anche grazie al silenzio e alla connivenza delle sedicenti democrazie occidentali.
Attraverso 12 brani, Ziadah dipana i fili di un intenso viaggio nella sua diaspora di rifugiata, attraversando gli incroci tra razzismo, sessismo e povertà. All shades of anger celebra lo spirito della resistenza all’occupazione delle donne arabe, unendo a questa resistenza la lotta contro la misoginia e il bigottismo e smantellando la varietà dei modi in cui le donne arabe sono disumanizzate dall’apartheid e dalla pulizia etnica di Israele.

Ho scritto questa poesia mentre stavo facendo un’azione diretta nella mia università.C’erano cittadini palestinesi e soldati israeliani. Mi sento parecchio piccola in questa situazione così ho pensato: “Sarò soltanto una palestinese, mi rifiuto di essere una colonizzatrice o una militare!” Così ero stesa a terra e questo tizio è venuto, mi ha tirato un calcio all’altezza dell’intestino e ha detto: “ti meriti di essere stuprata prima di avere i tuoi figli terroristi!”
Al momento non ho risposto nulla, ma poi ho scritto questa poesia per questo giovane gentiluomo.

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#Gaza: la guerra è mancanza!

palestineseinguerraNon ho una notizia. Non sono a Gaza. Non sono uno di quei bambini che crepano sotto le bombe. Non vivo la colonizzazione, l’apartheid, la guerra. Sono arrabbiata e mi sento impotente. Provo a immaginare come deve essere e vorrei andare oltre la retorica e non so se sono in grado di farlo. Quando penso alla “guerra”, anche se oggi non credo sia di questo che a Gaza stiamo parlando, mi viene in mente la parola “mancanza”. Forse è un momento in cui ti manca tutto. Senza preavviso.

Ti mancano le cose, le tue cose, il tuo ossigeno, il tuo letto, la tua televisione, il tuo phon, i tuoi occhiali. Ti mancano gli assorbenti e penso al sangue che scorre lungo le gambe a fiotti perché le mestruazioni non seguono il tempo della guerra e della pace. Il sangue non si inibisce alla vista di altro sangue.

Ti mancano le culle perché le donne incinta prima o poi dovranno pur “sgravare”, come animali che non potranno fermare le doglie e proveranno a schivare i colpi senza interessarsi agli altri morti e proveranno a raggiungere un buco, un riparo, un appiglio per buttare il proprio figlio tra i detriti e i cadaveri. Ed è sicuro che rimarrà lì, ucciso alla vista di tanto orrore prima che per colpa dei proiettili.

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