Come analizzato nel precedente post esistono vari modi per anestetizzare la rabbia sociale e dirigerla verso falsi miti, false credenze, superstizioni di massa, intrattenimento che distrae, deleghe a supereroi, all’uomo forte del momento e così via. Leggete QUI per riprendere le fila del discorso.
L’altra riflessione che volevo condividere, concentrata sui metodi usati per reprimere, censurare, sabotare, gesti di ribellione riguarda la cultura dei disastri narrata in libri, film, serie tv. Non parlo di quelli dedicati all’apocalisse che notoriamente sono immondizia spacciata per vera fantascienza. Parlo di quelle narrazioni in cui il conflitto di classe semprerebbe stemperato dalla consolazione che quando sarà un’asteroide, un’eruzione vulcanica o un terremoto a colpirci ci troverà tutti egualmente esposti. In realtà non è così e non perché i ricchi possono permettersi stazioni spaziali o bunker sotterranei. Non lo è perché la radice stessa dei disastri dice che chi vive già in condizioni di svantaggio crepa per primo.
Analizziamo: nel caso in cui arrivi un terremoto, uno tsunami, un qualunque disastro naturale, i primi luoghi a perire saranno le baracche dei poveri, le abitazioni realizzate con materiale scadente da stronzi arricchiti ai quali non frega nulla del fatto che le strutture costruite malamente crolleranno senza esitazioni. Il conflitto di classe non va guardato nel momento in cui il ricco e il povero stanno per strada e un palo si abbatte su di loro. Va visto invece quando il ricco costruisce per se una casa antisismica, con fondamenta fortissime, su un terreno mai dissestato, e costruisce invece ponti, scuole, ospedali, abitazioni, palazzi, con cemento impoverito, senza fondamenta che non svelino crepe ad ogni auto di passaggio nelle vicinanze, senza reali analisi geologiche né progetti di prevenzione antisismica.
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