Antiautoritarismo, Personale/Politico, R-Esistenze, Salute Mentale

La psichiatria non sa nulla di disturbi alimentari. Esperienze e traumi ignorati.

La prima volta che mi recai da uno psichiatra per i disturbi alimentari non volle sapere nulla di me. Disse semplicemente che dovevo cambiare abitudini e modo di pensare perché nel pensiero distorto stava la malattia. corretto quello sarebbe andato tutto bene. Ho partecipato a decine di terapie per la rieducazione alimentare e il primario, col suo stuolo di specializzandi, ci dava la sua benedizione, dettava ordini sui farmaci da prescrivere e la nutrizionista svolgeva un ruolo di controllo. I day hospital venivano realizzati per le pazienti anoressiche e bulimiche e i toni rivolti soprattutto alle anoressiche erano intimidatori. Se non mangia sai che domani ti peso e se non hai preso almeno cento grammi ti rimettiamo il sondino nasogastrico. Così l’anoressica piangeva e tra le lacrime mangiava le sue carotine e un po’ di pasta in bianco. Ma il peso di giorno in giorno varia per una serie di motivi per cui non la bilancia non è affidabile se ti pesano tutti i giorni. L’anoressica tornava stremata dalla visita e le imponevano il soldino nasogastrico anche se aveva mangiato tutto quello che era destinato a lei. Il comportamento di psichiatri e nutrizianista faceva insorgere un cameratismo tra le pazienti che così aiutavano le ragazze aumentando la porzione o diminuendola senza che i medici se ne accorgessero perché non c’è nulla di più deleterio delle minacce e dei ricatti.

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Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, Precarietà, R-Esistenze, Welfare

Malattia mentale e prevenzione ed educazione al rispetto dei generi

Se parliamo di malattie mentali che colpiscono maggiormente le donne, come la depressione, i disturbi alimentari, l’agorafobia, dopo averle osservate e analizzate da un punto di vista di genere possiamo immaginare delle forme di prevenzione. Per prevenire i disturbi alimentari bisogna combattere il sessismo, il body shaming, i modelli estetici imposti. Voler essere magre non è sempre la dimostrazione che è quella donna si affetta da una malattia ma se si raggiungono stadi in cui si ritiene di poter avere il controllo su se stesse soltanto digiunando o stadi in cui si perde il controllo su tutto abbuffandosi e poi vomitando, siamo di fronte a un disturbo che si potrebbe prevenire se solo le pressioni sull’estetica femminile non fossero così enormi. Voler essere belle non e qualcosa di malvagio, non riuscire a vedere la propria bellezza perché non si somiglia ai modelli estetici imposti diventa invece patologico. Dobbiamo spiegare con attenzione che quei modelli non rappresentano la realtà delle tante donne esistenti al mondo, con corpi di ogni peso e misura e colore, con aspetti differenti l’una dall’altra. Dobbiamo spiegare che la diversità è un valore e se impediamo a quelle pressioni sessiste di insistere nel far sentire inadeguate le donne nei propri corpi potremmo prevenire patologie invalidanti che hanno certamente una derivazione anche culturale. 

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La malattia mentale come conseguenza

Tutte le questioni fin qui trattate, relativamente alla discriminazione sessuale e di genere nei confronti delle donne, possono essere individuate come cause di alcune precise malattie mentali. Se non osserviamo la questione della salute mentale senza anteporvi la questione di genere, non potremmo capire come realizzare una prevenzione che alleggerisca il peso di tanta pressione sulle donne. 

Quella pressione deriva dagli stereotipi di genere, dal sessismo e dalla misoginia, dal body shaming, dalla mancanza di rispetto per il consenso, dal revenge porn,  dal maschilismo o antifemminismo che dir si voglia, all’interiorizzazione del maschilismo che ci riguarda, dalla cultura dello stupro, dal victim blaming, dall’essere considerate oggetti del desiderio invece che soggetti, dalle molestie subite da bambine, dall’omertà che obbliga tante hanno svelare quel che hanno subito dai loro carnefici, dalle molestie sul lavoro, dalla violenza ostetrica, dall’obbligo di assumere ruoli di ammortizzazione sociale, dall’idea che la famiglia eterosessuale sia l’unica destinazione è l’unica salvezza per tutte noi, dai modelli estetici imposti, dagli stessi errori che vengono compiuti nelle campagne contro la violenza di genere, dal considerare femminismo come qualcosa di vago e non il personal politico a cui ci riferiamo noi, dalla criminalizzazione della donna in quanto donna e dalla colpevolizzazione della vittima in qualunque situazione, dallo stigma che pesa sulle donne alle quali viene detto che se non sono madri non valgono niente,  dalle politiche contro l’aborto, dai ruoli di cura di mogli, madri, badanti, dall’idea di poter essere liberate dai ruoli di cura attraverso la schiavitù delle donne migranti.

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Sono Sangue Pazzo e me ne vanto!

Dal mio ultimo libricino, Sangue Pazzo, ecco un estratto:

“Qualunque sia l’opinione degli altri sulla depressione io posso dire che una persona depressa è ancora viva, resta lì da qualche parte, continua ad esistere e ha il diritto di essere considerata come un’identità con una propria storia, un proprio vissuto. Da persona depressa non ho smesso di credere nelle idee in cui credevo prima, non ho smesso di essere di sinistra e femminista. Non ho smesso di avere dubbi e non ho smesso di usare il mio senso critico. Una persona depressa ha diritto ad autorappresentarsi, ad esprimere la propria opinione e a raccontarsi. Io non sono soltanto una persona che soffre di una malattia mentale. Non è questo che mi caratterizza. Non è questo che fa di me quella che sono. 

La depressione è solo uno dei tanti aspetti che compongono la mia identità. Non per questo ho smarrito ricordi o mi si può ingannare dissimulando quando interpreto la realtà per quella che è. Non per questo mi si può ingannare dicendomi che non ricordo bene, banalizzando le mie sensazioni, togliendomi credibilità. La depressione è una malattia che sto curando con i farmaci adeguati, con l’assistenza di una psichiatra competente e cercando di risolvere i miei traumi con l’aiuto di uno psicoanalista. 

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Bodyshaming

Una delle pratiche più odiose messe in circolo da uomini con la clava e relative consorti è quella del bodyshaming. Letteralmente vuol dire vergognati del tuo corpo. Dunque ogni volta che qualcuno vi importuna e fa delle battutacce per disprezzare il vostro aspetto fisico sta usando una forma di molestia che può riferirsi a tutto ciò che non corrisponde con il modello estetico imposto dalla maggioranza o particolarmente gradito al o alla idiota che vi disprezza. Il modello estetico cui certa gentaglia fa riferimento prescinde dal fatto che voi siate sane, debilitate, qualunque cosa. Loro disprezzano tutto quello che nella loro testa suona come anormale. L’influenza dei media nel creare un immaginario normativo per i corpi di ciascuna di noi è enorme. Tant’è che l’idiota di turno disprezza spesso una donna che potrebbe perfino somigliare a sua madre o sua sorella o alla sua fidanzata. L’importante è dar fiato alla bocca o metter mano alla tastiera, cosa che rende il web una giungla nella quale spesso si è più soggette ad aggressioni di haters che si nascondono dietro nickname e schermi per schernire con tutto l’odio che hanno in corpo e in testa.

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La ragione dell’isolamento della bulimica

Anche oggi tra i contributi arrivati sulla pagina facebook di Abbatto i Muri per la Campagna #tuttacolpamia ce n’è uno che merita una riflessione, almeno da parte mia che ho lo stesso problema.

Se il cibo non fosse visto in termini ricattatori, non solo in una coppia, come la storia che ella racconta, ma anche e soprattutto in famiglia, la bulimica non avrebbe alcuna ragione per trincerarsi nell’isolamento più assoluto. In questa nazione dove il magna magna generale, festivo, domenicale, natalizio e pasquale è una sorta di compensazione per ogni altra carenza affettiva, è difficile per una persona che soffre di disturbi alimentari far parte di tutto questo o non farne parte senza che lei non nutra sensi di colpa.

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Cronache postpsichiatriche: considerazioni su salute mentale e Psichiatria

Appunti per la mia autobiografia.

Se avete letto fin qui sapete già che sono una paziente affetta da disturbi dell’alimentazione e da depressione maggiore. In terapia presso l’Asl, seguita da una psichiatra del centro salute mentale territoriale. Saprete anche che ho richiesto più volte assistenza psicologica che l’Asl non mi ha fornito e che infine ho dovuto trovare da sola a pagamento, con un costo pari a 50 euro a seduta. I miei disturbi hanno sicuramente origine nell’adolescenza e derivano da numerosi maltrattamenti subiti in famiglia e da traumi violenti vissuti con il mio primo matrimonio. Tuttavia i disturbi da stress post traumatico non sono stati presi in considerazione nel trattamento della mia malattia. Con i primi psichiatri di Careggi, in cui vive una struttura aperta, con day hospital attivi soprattutto con un’attenzione rivolta a chi soffre di disturbi alimentari, ho ricevuto prescrizioni di farmaci antidepressivi e un approccio cognitivo comportamentale che in definitiva non mi è servito a nulla. Non è stato del tutto inutile ma di fatto i miei disturbi sono peggiorati aggiungendo l’agorafobia alla mole già carica di problemi che avevo. Psichiatri e psicologi si sono accorti della possibilità di realizzare incontri online, in video chiamata, solo durante il lockdown. Se questa opzione mi fosse stata offerta prima forse non mi sarei sentita del tutto abbandonata a me stessa. Il principio secondo cui il paziente si deve assumere la responsabilità di recarsi agli appuntamenti dovrebbe essere saggiamente valutato in relazione alle difficoltà accessorie che il paziente deve affrontare per uscire, usare un’automobile, stare in mezzo al traffico, trovare parcheggio, e tutto ciò se nel frattempo non interviene un attacco di panico.

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Cronache postpsichiatriche: depressione e tentato suici.dio

Appunti per la mia autobiografia.

Nell’ultimo periodo di gestione del progetto di Abbatto i Muri ho saltato fasi, ho lasciato le mie compagne da sole, senza spiegare niente, parlando di vaghi problemi di salute. Poi tornavo e in uno di questi ritorni ho ideato e condotto la campagna #tuttacolpamia che mi ha portata allo stremo delle forze. La campagna era giusta, ed è stata efficace, io però non avevo misurato il potere che aveva ogni racconto nel risvegliare miei dissidi interiori. Non ero pronta, non ero forte abbastanza. L’ho condotta fino alla fine poi ho dovuto prendere tempo, staccare e piangere. E piangevo per le storie lette, per le vostre vite spezzate, il vostro sangue versato, le umiliazioni che avete subito, le mortificazioni che non avete potuto nominare. Mi sono fatta carico di troppo in un momento di enorme fragilità. Non potevo interrompere, non volevo lasciarvi da sole, mi preoccupavo di lasciarvi inascoltate. Ma ora posso confessarvi che per me è stata dura. Non il fatto in se’, perché se la mia vita fosse andata per il verso giusto avrei potuto raccogliere le fragilità di ciascuna e coccolarla come sarebbe stato giusto, Come dovrebbe essere giusto fare in ogni spazio femminista che si rispetti. Alla fine mi sono inchiodata sul divano a vedere serie tv coreane, apprendendo una lingua che non so a che mi servirà, sposando il disimpegno che una intellettuale come me non dovrebbe sposare. Avrei dovuto approfittarne per leggere libri di filosofia, forse. Macchè. I drammi coreani sono il meglio del meglio se sei depressa e non vuoi ascoltare nessuno e tantomeno te stessa.

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Cronache postpsichiatriche: ragionamenti tra pazzi

Appunti per la mia autobiografia.

Quando per la prima volta mi presentai davanti ad uno psichiatra, per i disturbi alimentari, lui diagnosticò la depressione maggiore. Ero vivace, lucida, uscivo, avevo contatti sociali e ancora potevo vantarmi di godere di un pezzetto di vita pubblica. Quello che non avevo era un lavoro.Non avevo neppure più voglia di cercarlo. Mi ero semplicemente stancata di tutto. La precarietà mi stava uccidendo. Lo psichiatra, un cognitivista comportamentale, mi spiegò che non importa come vadano le cose. Importante è come le affrontiamo. In parole povere se cambi il pensiero cambi i comportamenti. Non mi prescrisse farmaci ma avevo l’obbligo di compilare un diario alimentare e delle mie abitudini. Mangiare a tavola invece che sul divano pare cambiasse molte cose. Abbuffarmi non era una cosa buona, mangiare in modo equilibrato mi avrebbe infuso nuove energie. Ma io restavo sempre una precaria.

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Cronache postpsichiatriche: gli anni della malattia nascosta

Appunti per la mia autobiografia.

Il termine che più si adegua alla situazione è impostore. Ho vissuto gli ultimi anni come impostora. Campagne per l’accettazione del corpo e io non accettavo il mio. Campagne per il superamento della condizione di vittima di violenze e non avevo superato la mia. Per il resto è stato difficile. Ho ascoltato le storie delle altre con empatia e senza pregiudizi. Ho cercato di evitare che su ogni storia si spargessero giudizi nefasti. Non sono riuscita a partecipare a riunioni o assemblee femministe perché non mi sentivo a posto con me stessa. Non avevo l’aspetto giusto, il peso giusto, il corpo giusto. Non sono riuscita a relazionarmi con le compagne perché ciò che avevo da dire non era la mia verità, non era ciò che stavo vivendo. Non potevo andare a prendere una pizza con le altre perché mangiare mi faceva tornare la bulimia, non la smettevo più. Non potevo cucinare in casa o sentire l’odore di roba cotta altrimenti ricominciavo a mangiare. E dopo aver mangiato c’erano i sensi di colpa e di nuovo altro cibo. Poi ho fatto un intervento di chirurgia bariatrica, mi hanno dimezzato lo stomaco, e di cibo ne entrava molto meno e dunque per un po’ sono stata tranquilla, ma l’altro aspetto della malattia non smetteva di torturarmi. La depressione maggiore, come l’avevano chiamata. mi faceva venire pensieri orrendi, sul futuro, sulla vita, su tutto. L’isolamento è diventata l’unica opzione. Divano, casa, l’unico luogo in cui mi sentivo al sicuro. Senza parlarne con nessuno. Smettendo anche di parlare con qualunque psichiatra, mettendo da parte farmaci per quella eventuale occasione in cui non ci sarebbe più stato nulla da fare, come una consolazione, una via d’uscita.

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Cronache postpsichiatriche: la crisi arriva alla fine della guerra!

Leggo in uno dei libri di psicologia che mi è stato regalato in questi giorni che la tendenza al suicidio non si rivela mai quando sei in guerra, quando stai combattendo, ma “il lasciarsi andare è classico della quiete dopo la tempesta emotiva“.

Io non capivo perché avessi voglia di morire dopo essere sopravvissuta ad una famiglia violenta, ad un padre padrone e ad un ex marito che mi ha quasi uccisa. Non capivo perché non fossi depressa quando lottavo tutti i giorni per sopravvivere, quando facevo due lavori per campare e quando tentavo in tutti i modi di perseguire i miei obiettivi pur tra mille difficoltà. Invece alla fine è arrivata, la depressione, mi ha presa dopo anni in cui avevo costruito una sorta di stabilità emotiva e affettiva. Quando avevo stabilito le mie priorità e avevo capito anche da cosa ero riuscita a fuggire, elaborandone i pericoli intimamente e politicamente. Mi ha presa quando il mio personal politico avrebbe dovuto essere risolto e io avrei dovuto semplicemente percorrere una strada a quel punto in discesa, con le difficoltà di tutti i giorni ma senza gli impedimenti violenti che avevano caratterizzato l’infanzia, l’adolescenza e la prima parte dell’età adulta.

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