Antisessismo, R-Esistenze, Ricerche&Analisi

Tutte le donne dei Re

Studiando le monarchie che si sono formate dopo l’era tribale, soprattutto dal 1400 al 1700, sia in oriente che in occidente, ho trovato una costante: a quel tempo le donne vivevano da schifo.

Le donne non nobili erano schiave, le nobili lo erano comunque a prescindere dalla casta di appartenenza. Molte donne venivano vendute dalle famiglie in povertà ed erano alla mercé dei padroni. Le nobili venivano cresciute esclusivamente perché obbedissero ai matrimoni combinati dalle famiglie. Non potevano rifiutarsi e ovviamente la legge diceva che sarebbero state punite per adulterio se solo qualcuno per strada passava loro accanto.

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Donne nascoste: l’abuso e l’amnesia dissociativa

Mi scrive una ragazza ventinovenne. Ha vissuto isolata e al buio per gli ultimi quindici anni. Una delle conseguenze che ha sopportato, sopravvivendo a fatica, dopo aver subito un trauma ripetuto nel tempo, è quella di non ricordare dettagli che riemergono poco a poco, ogni volta lasciandola sempre più devastata, trovandola impreparata, paralizzandola e imponendole la ricerca di un unico rifugio, al chiuso, per proteggersi.

Paola ha vissuto perciò un tempo infinito sentendosi braccata, cercando il buio per nascondersi, per la paura causata dai ricordi. Quando superficialmente le hanno dato della paranoica, senza ascoltare e comprendere il suo vissuto, lei si è sentita ancora più sbagliata. Il punto è che il trauma non scivola via in un attimo senza causare dolore.

Lei ha sofferto di grave amnesia dissociativa, ha continuato a frequentare gli uomini che l’hanno ripetutamente stuprata, crudelmente, sogghignando e immaginando forse che lei facesse finta di niente perché la prima volta le era piaciuto. Lei tentava di sopravvivere e loro le hanno inflitto torture sadiche e umilianti, l’hanno perfino offerta come agnello sacrificale ad amici che hanno pagato per prendere parte al banchetto.

Per anni Paola si è sentita sporca, ha provato vergogna, ha ritenuto di essere immeritevole di tenerezza e amore. Per anni lei si è inflitta ferite e ha lasciato solchi profondi sulla pelle cicatrizzata. Non ha trovato comprensione in nessun luogo. La famiglia voleva che lei facesse finta di nulla perché altrimenti avrebbe perso onore per quella figlia sulla bocca di tutti. Le compagne di scuola e poi altre presunte amiche le hanno detto che non doveva essere accaduto nulla di così terribile giacché lei non ricordava.

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Concorso a premi per il miglior serial killer

Dopo l’invenzione del modello criminale più gettonato da media e forze di polizia che aspirano ad una promozione, segue il comportamento del misogino per acquisire uno status sociale invidiabile.

Procure e polizie fanno carriera e gioiscono quando possono attribuire all’egocentrico killer quella ventina di casi che altrimenti rimarrebbero ad ammuffire negli archivi e a fare numero per rafforzare le statistiche negative di chi non vuole ammettere di non capirci un tubo sulle indagini da fare per beccare stupratori e femminicidi.

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La misoginia della polizia e il femminicidio giustificati con la “teoria del serial killer”

Negli Usa si intende per serial killer chi commette più di tre delitti. Si dovrebbe dire che però c’è chi mette quel criminale in condizione di farlo, di agire nell’impunità. Perché le leggi degli anni settanta e ottanta e metà anni novanta non avevano molta dimestichezza con il concetto di violenza di genere.

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Yara e l’assassino italiano dagli occhi azzurri

Su Netflix trovate il film che racconta la vicenda orribile che ha toccato Yara e tutta la sua famiglia. Racconta la tenacia della pm e la raccolta, per l’Italia un fatto inedito, a differenza degli Stati Uniti e della Gran Bretagna, di campioni di Dna attraverso i quali la Pm è riuscita a risalire a Massimo Bossetti, prima definito Ignoto Uno. rintracciato per genealogia genetica ovvero per somiglianza del dna della madre. Bossetti è stato condannato in via definitiva, dopo tre gradi di giudizio, all’ergastolo e di recente avrebbe fatto richiesta di poter riesaminare i campioni di Dna, cosa che a quanto pare non sarebbe ancora avvenuta. Si proclama innocente, per la giustizia è colpevole di aver portato la bambina in un campo, averla svestita, averla uccisa, ferendola più volte, poi abbandonata in quel campo dove la bambina sarebbe morta di freddo e per le mancate cure.
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Misogino femminicida all’italiana: Maurizio Minghella

Un altro serial killer italiota è Maurizio Minghella (Il predatore, come lo chiamano in un documentario su discovery). Anni ottanta, quando si confondeva la lotta dei compagni di sinistra finiti in galera con il vittimismo negazionista di uno stupratore e femminicida seriale.

Viene arrestato per aver compiuto cinque femminicidi a Genova. Ma tra il 1997 e il 2001. Però un’associazione che ospita “prostitute redente” lo aiuta ad ottenere la semilibertà (secondo il documentario). Tale associazione lo ospiterà poi a Torino dove gli darà lavoro mentre lui tornerà ad uccidere, seviziare, torturare e massacrare donne. Viene arrestato di nuovo nel 2001.

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Serial killer d’Italia: Izzo & company

Assieme al documentario, oltre la serie tv, su Elisa Claps e il killer Restivo, tutto italiano, su Doscovery channel trovate il documentario Cuore nero dedicato ad Angelo Izzo. Li metto in relazione per atteggiamento lassista nei loro conflonti. Appartenenti a famiglie benestanti, Izzo e i suoi compari Guido e Ghira violentano e ammazzano Rosaria Lopez. Donatella Colasanti sopravvive per puro caso e da allora fu impegnata contro i tre tra i quali Ghira si è reso irreperibile, pare grazie ai legami che questi amiconi avevano con l’estrema destra italiana di quegli anni.

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Elisa Claps, Heather Barnett: vittime di un femminicida italiano

In questi giorni è andata in onda sulla Rai una miniserie, tratta dal libro di Jones Tobias Sangue sull’altare, che ripropone la vicenda di Elisa, Heather e il loro carnefice Danilo Restivo, raccontando le complicità, le ambiguità, l’ostruzionismo, di cui la famiglia di Elisa furono vittime al punto da dover attendere 17 anni perché si annunciasse il ritrovamento di Elisa.

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Contrattacco Maschilista: se non riesci ad acchiapparli li chiami “serial killer”

Kenneth Bianchi e Angelo Buono furono definiti serial killer, solo perché dopo le prime uccisioni di giovani sexworkers afroamericane ampliarono il raggio d’azione a “brave ragazze” bianche (incluse minorenni) del ceto medio. Non fosse stato per quello non se ne sarebbero mai accorti. Conosciuti come gli strangolatori di Hillside, Los Angeles, furono utilizzati dai media per terrorizzare donne sole e di strada. In realtà non dipendeva certo dal mestiere che facevano o dal luogo in cui le donne si trovavano, perfino in casa propria. Così alla fine dovettero definire il concetto di serial killer per spiegare il perché questi due carnefici avevano variato la scelta delle vittime (comunque sempre donne) e offeso la parte salda della bianca società borghese. I patriarchi istituzionali non vedevano l’ora di fargliela pagare e mentre Bianchi fingeva di avere personalità multiple, per cui solo una di quelle poteva essere giudicata in tribunale, l’altro finse di essere un bravo imprenditore fino alla fine.

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Contrattacco maschilista: casi separati per vittime “donne single” e maritate

Ho scoperto che tra la fine degli anni settanta e i duemila eccetera, cioè quando le istituzioni Usa hanno deciso di dare una lettura dei crimini contro le donne in antitesi alle allora recenti conquiste femministe, fior di detective valutavano quei crimini secondo lo status delle vittime. Esisteva la tipologia di crimini contro donne single e quella contro donne sposate.

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Violenza di genere: Fingersi morte per restare vive?

Lei scrive:

Cara Eretica,

ho una figlia che va al liceo e l’altro giorno è tornata con una novità. Mi ha raccontato che ha assistito ad un seminario sulla violenza sulle donne. Ho detto: che bello! Una scuola che parla di rispetto di genere. Invece no. Lei ha detto che c’erano due uomini e una donna, due membri delle forze dell’ordine e una volontaria di una associazione cattolica.

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Dimenticate Law & Order: ecco come in Usa vengono intimidite e arrestate le vittime di stupro

Questo documentario (c’è in italiano, su netflix), per dire come gli Usa regrediscano invece che andare avanti, mostra il risultato della lunga inchiesta condotta dalla giornalista Rae de Leon aiutata da un team di esperti e legali che hanno dovuto prestare soccorso a ragazze arrestate per aver denunciato uno stupro.

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I giovani non percepiscono lo stupro come violenza: “lei potrebbe evitarlo”!

Emerge da una indagine che potete scaricare QUI in pdf. di Ipsos e Action Aid. Le risposte più frequenti si riferiscono al fatto che “lei potrebbe evitarlo”, dunque se la cerca. Leggetela e vi si chiarirà il perché serve una formazione, educazione, che parta da scuola e famiglie.

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Stupro: si dovrebbe parlarne di più!

Sul suo blog Giovanna Cosenza spiega il suo punto di vista sui metodi di comunicazione che la gente potrebbe usare per far comprendere meglio il concetto di cultura dello stupro. Mi è sembrato che lei non tenga conto del fatto che le parole per dirlo dipendano dalle donne che faticano ogni giorno per farle entrare nel vocabolario comune. Siamo noi che abbiamo faticato per raccontare la violenza di genere in tutte le sue forme incontrando opposizioni tra conservatori e maschilisti. Le parole sono importanti e raccontano ciò che abbiamo vissuto sulla nostra pelle. Non potremmo mai formulare diversamente quel che succede per facilitare la vita a chi si oppone alle nostre lotte.

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#Iomidifendo: se lo stupro non è evidente sareste davvero tanto solidali?

Lei scrive:

Cara Eretica, la discussione di questi giorni purtroppo mi ha riportato alla mente cose poco piacevoli ma cercherò di mettere in fila riflessioni che spero siano utili a tutte. Normalmente una vittima di stupro non viene supportata da nessuno, tantomeno dalla propria famiglia. Così è accaduto a me. Mi hanno colpevolizzata tutti, perché ero ad una festa, ero ubriaca, perché gli stupratori non avevano lasciato prove evidenti, perché più spesso si tratta di credere a ciò che dice una donna e la maggior parte delle volte nessuno le crede. Né la polizia, né la famiglia, perfino le amiche.

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