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#NoBodyShaming #BodyLiberationFront: per le cure servono soldi. Oltre al sessismo c’è una questione di classe!

Volevo proporvi una riflessione che sta in mezzo alla campagna body liberation front. non un bilancio perché ancora molte sono le adesioni e foto e storie da pubblicare. Come avete potuto leggere la questione dei corpi coinvolge tutte e in ogni storia si rivela un profondo disagio che ha a che fare col proprio corpo, la mancata accettazione di esso, il rapporto anestetizzante e ossessivo compulsivo con il cibo, con i disturbi delle alimentazioni, la depressione, l’autolesionismo, i tentativi di suicidio, la chirurgia bariatrica per sedare la fame e le operazioni di chirurgia riparativa per togliere la pelle in eccesso.

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Femministe radicali: quelle che si sono autoelette più donne delle donne

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Mi chiamo Libera e nel corso della mia vita ho incontrato tante donne che dicevano di volermi liberare ma in realtà facevano a meno di ascoltare la mia idea in proposito. Volevano soltanto addomesticarmi, dirigermi verso la luce, si comportavano come sacerdotesse a guardia del tempio, operando scomuniche nei confronti di quelle che avevano un’opinione diversa dalla loro. Io, per esempio, sono stata usata finché non ho osato alzare la testa e parlare, nel tentativo di esprimere la mia opinione. Allora mi hanno etichettato come complice del patriarcato e hanno disconosciuto me, come persona, come donna, come soggetto autodeterminato.

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Il valore del sesso: per me, per gli altri!

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E lava e rilava e lava ancora. Non smettevo mai di sciacquarmi la fica dopo aver avuto un rapporto sessuale. L’ultima volta che andai in chiesa raccontai al prete, in confessione, che avevo perso la verginità e forse ero perfino incinta. Il prete a modo suo bestemmiò e con aria molto contrita mi impose un botto di tempo a stare in ginocchio e pregare, pregare, pregare.

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Le donne del Pd e la nudità che non le indigna

102360Le donne del Pd esprimono indignazione per il calendario Pirelli. Tutto ciò dopo la figurina odorosa che ha fatto l’eurodepilata Moretti con i suoi dilemmi sulla peluria e i suoi suggerimenti sull’estetica femminile corrente. Neanche una parola, ovviamente, a proposito della donna migrante sotto sgombero che ha perso un bambino per le manganellate. Nulla che parli di precarietà e della violenza delle istituzioni. Sono invece ancora lì a sposare una linea emergenziale sulla maniera in cui vengono trattate le donne senza ragionare della nudità, reale, che ci procura disagi.

La donna nuda d’oggi è spogliata di qualunque speranza, opportunità e avere. Non ha un reddito, una casa, un lavoro, non ha niente che possa rivestirla di orgoglio e dignità. E’ umiliata, mortificata, come tante altre persone, perennemente costretta a chiedere l’elemosina giacché a rivendicare diritti, in piazza, pena la manganellata d’occasione, non può neppure andare. Deve restare a testa china e sguardo pietoso a prestare la propria immagine di oppressa solo in relazione alle cause che alle donne di governo piacciono di più. Non le è possibile dirsi vittima di quel che vittima la fa di più, perché deve dichiarare d’essere vittima a seconda del partito che le detta il copione. Oggi deve recitare la parte della vittima dell’uomo precario tanto quanto lei, domani dovrà recitare la parte della vittima dell’uomo nero, lo straniero, che viene dai mari, e domani chi lo sa.

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La cantante dice : niente trucco! (sul recupero della purezza)

Alice, a proposito di questo video, mi scrive:

Metà delle donne che ho su Facebook lo sta condividendo. Da una parte mi piace, penso che la parte ‘decostruttiva’ dello stereotipo sia positiva, la spinta a non conformarsi, a sentirci belle come siamo, per carità. Ma mi mette un po’ a disagio il messaggio subliminale, della serie la donna è natura: la vera donna è struccata. Senza parlare del fatto che si dà per scontato che siamo tutte vittime del modello dominante di bellezza, e che l’unico modo per liberarsene sia rifiutarlo in toto, non appropriarcene e poi rigirarlo come ci pare. Non lo so, mi piaceva sentire il tuo parere, se hai voglia di rispondere.

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Come l’attivismo anti-violenza mi ha spinto a diventare un’abolizionista del carcere

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Da Incroci De-Generi:

Traduzione di un articolo di Beth E. Richie apparso su The feminist wire

La scelta di tradurre e pubblicare questo articolo è motivata in larga misura dallo stato in cui versa il femminismo bianco, liberale e borghese, italiano e non solo. Pur nella specificità e nella diversità dei contesti cui Beth Richie fa riferimento, l’approccio del femminismo nero alla violenza offre indicazioni di analisi e di metodo molto più complesse e complete, pressocchè ignorate non solo in Italia, ma più generalmente in Europa, da quel femminismo bianco liberal-borghese che ha monopolizzato il dibattito, impoverendolo e spostandolo a destra. Quest’ultimo, infatti, è stato ridotto ad un essenzialismo vaginale che mistifica la realtà, sorvola sulle numerose disuguaglianze che strutturano gerarchie di potere fra le donne stesse, invoca un ricorso sempre più massiccio alla logica della carcerabilità e tace sulla violenza che anche lo stato perpetua contro le donne, in particolare quelle non europee, appartenenti alle classi sociali medio-basse e non conformi al genere. Ben lungi da ogni tentativo di appropriazione culturale, ma riconoscendo e sottolineando il grande contributo del femminismo nero allo sviluppo di una teoria e di una prassi intersezionale di cui si avverte estremo bisogno anche fuori dai confini d’America, con questa traduzione si vuole invitare a riflettere sulle costanti che si possono individuare tra le cosiddette politiche anti-violenza americane analizzate da Richie e quelle in atto in Italia ed in gran parte dell’Europa.

Buona lettura

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Subvertising: failed (Note su “La majorité opprimée” di Eléonore Pourriat)

Di Agnes Nutter

Il subvertising è una pratica che, in teoria della comunicazione, viene impiegata per diversi scopi. La Professoressa Giovanna Cosenza, per esempio, suggerisce di impiegarla per verificare se una pubblicità ha un’impostazione sessista oppure no. Invertendo i ruoli di genere, cioè mettendo la donna al posto dell’uomo e viceversa, se il risultato suona improbabile allora la pubblicità è sessista.

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In questi giorni è diventato virale, in seguito all’uscita del video su youtube con sottotitoli in inglese, il cortometraggio, prodotto nel 2010, di Eléonore Pourriat “La majorité opprimée” (The Oppressed Majority, tradotto in inglese, “La maggioranza oppressa” in italiano). Si tratta appunto di un subvertising: Pourriat ha voluto dimostrare in 10 minuti come le donne, in Francia, siano oppresse capovolgendo radicalmente i ruoli. La storia è semplice: Pierre, un padre presumibilmente casalingo, durante una giornata qualsiasi viene violentato in un vicolo da una banda di ragazze; alla stazione di polizia dove si reca per la denuncia viene creduto con grandi riserve, e anche Marion, sua moglie, non gli riserva un trattamento migliore incolpandolo di essersela cercata per il modo in cui veste.

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Il femminismo può salvare la Francia dall’Islam: ecco il vero messaggio di Majorité Opprimée

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Da Incroci De-Generi:

Traduzione di un articolo di Richard Seymour, pubblicato dal Guardian

Il video che rovescia i ruoli di genere afferma di puntare su sessismo e omofobia. Ma la sua essenza è un bigottismo di classe, razzismo e misoginia.

Il sessismo e l’omofobia nella cultura moderna sono come una “marea nera” secondo Eléonore Pourriat, regista del cortometraggio Majorité Opprimée, che ha fatto un giro virale questa settimana. Il video di 10 minuti esplora come dovrebbe essere la vita per gli uomini se i ruoli di genere fossero invertiti.

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