Le donne erano proprietà di padri e mariti, se stuprate venivano consegnate agli stupratori con il matrimonio riparatore, se insistevano nel denunciare il crimine subito venivano definite sgualdrine e a loro era attribuita la colpa di aver indotto l’innocente maschio a stuprarle.
Attraverso il sangue e le lotte delle donne alcune leggi sono cambiate. Non più matrimonio riparatore ma la concessione paternalista della legge contro la violenza sessuale definita come atto contro la morale pubblica. Uomini stupravano e altri uomini stabilivano l’entità del danno procurato non alla vittima ma al loro padre, fratello, marito, finanche passante purché maschio. Recalcitranti maschilisti istruirono polizie sessiste a non accettare le denunce a carico di stupratori e a spiegare alle vittime che avrebbero dovuto vestire diversamente, comportarsi in altro modo, non uscire da sole la sera specie se non accompagnate da un altro uomo.
Decenni dopo la legge, scritta da donne per le donne, descriveva lo stupro come reato contro la persona e quella persona doveva per forza essere individuata nella vittima e non negli uomini che attraversavano la sua vita. Sin dal primo vagito della legge, assieme agli sforzi sovrumani di maschi autonominati quali deterrenti alle ribellioni delle vittime di stupro, lo stupratore usò un’altra istituzione autoritaria, ancora in via di evoluzione, per cercare di trarne vantaggio. Le prime perizie psichiatriche che giudicavano i criminali non in grado di intendere e volere videro la luce giusto negli anni in cui matrimonio riparatore e delitto d’onore furono cancellati dal diritto penale.
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