Lei scrive:
Cara Eretica,
ho una figlia che va al liceo e l’altro giorno è tornata con una novità. Mi ha raccontato che ha assistito ad un seminario sulla violenza sulle donne. Ho detto: che bello! Una scuola che parla di rispetto di genere. Invece no. Lei ha detto che c’erano due uomini e una donna, due membri delle forze dell’ordine e una volontaria di una associazione cattolica.
Hanno elencato alcune regole morali per le ragazze e i ragazzi e quando hanno toccato il tema dello stupro hanno affermato che un buon sistema per sopravvivere è fingersi morte. Non so da quali statistiche o ricerche abbiano tratto quella convinzione ma chiedere alle ragazze di annullarsi per avere salva la vita mi sembra una enorme sciocchezza, per non dire altro che suonerebbe scurrile.
Ho vissuto sulla mia pelle una situazione di grave violenza con un mio ex, mi ha “punita” con calci e pugni perché volevo lasciarlo. L’intento era di uccidermi, le mani attorno al collo mi hanno fatto pensare che se non avessi smesso di respirare lui non avrebbe smesso di picchiarmi. Ho trattenuto il respiro e ho finto di essere morta. Lui è scappato via. Poi l’ho denunciato e non ha subito una grande punizione dato che ero ancora viva. Potevano imputargli solo il tentato femminicidio e la violenza domestica. Credo oggi stia pestando qualcun’altra, perché non ha imparato molto da quell’esperienza.
Il punto è che non ho trovato corretto il fatto che abbiano definito “tentato” femminicidio quello che per me a tutti gli effetti era un femminicidio avvenuto. Fingersi morte, trattenere il respiro, annullarsi, spegnersi, per poter tornare a respirare dopo un bel po’, è davvero come morire. Non si tratta di rinuncia, rassegnazione, al di là della mera sopravvivenza, se l’unica azione plausibile che viene suggerita è morire, perché lui smetta di ucciderti, è un po’ come dirti che se continua è un po’ colpa tua, di te che sei viva, che reagisci, che vuoi respirare, combattere.
Io so che quel giorno una parte di me è morta davvero. Non consiglierei mai a mia figlia di fare altrettanto. Di certo non parlerei di violenza da parte di estranei come hanno fatto in quel seminario ma le direi che la violenza arriva da persone vicine, fidanzati o mariti, quelli che pensi non ti farebbero mai del male e che pensano di avere il diritto di toglierti la vita se gli comunichi che non sei una loro proprietà. Direi a mia figlia che ci sono uomini che trattano le donne come animali da allevamento, per cui se non funzioni come loro vogliono ti abbattono, semplicemente.
Disobbedire, andarsene, lasciare, ribadire la voglia di libertà, può costare tanto. Questo è quello che le direi, insegnadole ad amplificare la percezione dei disagi nella relazione, se non ti trovi bene con lui non devi fartelo piacere per forza, devi andartene, fine. Quindi vorrei chiedere a chi ha fatto parlare quella gente al seminario come hanno osato suggerire di salvarsi morendo. Quando ho parlato con mia figlia di quello che mi era successo, ed era la prima volta che lo facevo, lei è rimasta attonita, non poteva credere che aveva considerato utili quei consigli.
Non capiva perché qualcuno avesse deciso che fossero validi per ragazze e ragazzi che di certo non hanno tutti gli strumenti per criticare ciò che man mano apprendono. Adolescenti che penseranno ora di poter far finta di non respirare per salvarsi senza pensare alle conseguenze e alle implicazioni di quel gesto. Al solito non si insegna agli uomini a non picchiare, stuprare e uccidere ma si insegna alle donne ad essere invisibili e se è il caso a fingere di non esistere più, di morire. Sono solo io a pensare che tutto ciò sia spaventoso o il mondo sta regredendo culturalmente al punto da non poter mandare a scuola i figli senza che siano indottrinati con stereotipi sessisti?
Grazie per ciò che fai, ti seguo sempre.
M.
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