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Iniziative contro il #ddlPillon: non faccio lotte con Terf, Swerf e anti/gpa

[Come immagine scelgo l’ombrello rosso, simbolo delle lotte delle sex workers, non a caso]

Mi chiedono se parteciperò alle iniziative contro il ddl Pillon. Nella città in cui vivo c’è già stata un’assemblea partecipata alla quale avrei partecipato anch’io se stessi bene di salute. Sarei andata però solo perché so che nella città in cui abito le compagne, le sorelle, le femministe che conosco non hanno pregiudizi di sorta, non vanno per stereotipi, non sono Terf, femministe radicali trans escludenti, e non sono swerf, femministe radicali sex workers escludenti.

Condivido la lotta perché del ddl 735, leggendolo e analizzandolo da più punti di vista, non condivido niente, ma non posso dimenticare che il femminismo è intersezionale e che le lotte, tutte, dovrebbero essere condivise a partire da un punto di vista che deve essere, per l’appunto, intersezionale.

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Storia dell’Isteria. La scienza può essere sessista!

Questo è un articolo di Mitsu Sahay (QUI il link al pezzo originale)

Grazie a Rossella per la segnalazione e a Federico per la traduzione

Google definisce l’isteria come una “incontrollabile o esagerata emozione o eccitamento”.
è un aggeggivo comune e di solito utilizzato per descrivere le donne che esprimono una qualsiasi emozione come rabbia, tristezza, o shock.
E’ uno dei molti termini usati per sminuire le emozioni delle donne.
Un piccolo approfondimento nella storia della parola “isteria” ci conduce lungo l’oscuro percorso della subordinazione della donna nel medio evo e come il termine mantenga ancora le connotazioni iper sessiste che aveva un tempo.

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#ddlPillon – L’affidamento condiviso visto da Marino Maglietta: obiezioni e risposte alle obiezioni

Risento dopo alcuni anni Marino Maglietta, che ha un curioso e alterno rapporto con il diritto. Dopo il liceo sceglie giurisprudenza, ma si convince ben presto che non c’è molto rigore nel modo in cui vengono affrontate le questioni giuridiche; non vi incontra la ferrea logica giuridica che aveva ammirato (e/o creduto di trovare) negli antichi. Così abbandona quella facoltà e passa a Scienze matematiche, fisiche e naturali, dove compie l’intero percorso per restare poi all’Università, come docente di Fisica dello Stato Solido nella Facoltà di Ingegneria (da qui i bene informati lo definiscono “ingegnere”, per accreditarne l’incompetenza). Riprende poi, dopo anni, i libri di diritto, quando vicende personali ben risolte gli fanno incontrare il mondo abbastanza speciale del diritto di famiglia. Restando stupito per la sua organizzazione, basata su una serie di stereotipi, decide di tentare una riscrittura delle norme. Fonda Crescere Insieme e ci lavora per tutto il 1993 fondandosi sui principi generali e su un attento studio delle soluzioni più valide adottate negli altri paesi. Così, nel gennaio del 1994 la sua prima versione di affidamento condiviso (estremamente simile a ciò che propone attualmente) è in Parlamento. Il resto è storia recente, facile da seguire attraverso le cronache parlamentari. Anche adesso è presente, condividendo integralmente gli obiettivi in questa materia del Contratto di Governo, ma praticamente nulla delle modalità e dei contenuti adottati dal ddl 735. Avendo da sempre un vivo interesse per la dialettica interna ai rapporti familiari, nel momento in cui questi sono al centro di vivissime polemiche non potevo non incontrarlo.

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#ManAsking: l’assillo delle puerili richieste maschili nei confronti delle donne

La storia del mansplaining non mi ha mai convinta, sarà che difficilmente lascio che qualcuno mi spieghi le cose di un argomento che sento mio, uomo o donna che sia. Ma è una questione personale e non dubito invece che spesso accada. 
Quello che invece mi accade spesso, e vi accade spesso, è l’esatto opposto: l’uomo che non sa, l’uomo che chiede. L’uomo che fa domande alla donna, pur potendo intuire o cercare da solo le risposte, nell’ambiente a lui tradizionalmente più lontano: la casa. 
In compagnia e fuori casa l’uomo, soprattutto se di una certa classe sociale, si mostra un esperto economista, sociologo, urbanista, idraulico, ma appena in casa, se c’è una donna o vive in coppia, sembra non sapere nemmeno in quale stanza si trovi l’armadio.
Dove sono le calze?

In quanto tempo si cucina il pesce?

Dove metto ad asciugare?

E’ stirata la mia camicia?

Hai visto il mio orologio?

Direi che ci sono due tipologie di man-asking, in un caso la domanda è in realtà una richiesta (“cosa c’è per cena?”), nell’altro la domanda rispecchia un sincero vuoto riguardo l’economia domestica.

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I figli devono stare sempre con le madri? Io, della mia “mamma” avrei fatto a meno

Lei scrive:

Cara Eretica,

sono impantanata in una discussione che c’entra con il rifiuto di certe donne a cedere parte del ruolo di cura nei confronti dei figli. Capisco alcune priorità ma non riesco proprio a capire come quelle donne, dopo anni di lotte femministe, possano affermare che i figli debbano restare sempre e solo con le madri, come se solo e sempre dalle madri dipendesse il benessere dei figli. Non lo dico ricorrendo a generalizzazioni ma partendo dalla mia esperienza che spero possa essere ascoltata almeno su questo spazio dato che altrove mi hanno già bannata dicendomi, tra l’altro, che sicuramente sono “amica” di Eretica e perciò devo essere buttata fuori da qualunque ambito di discussione. Premetto che essere tua amica mi farebbe davvero onore e che me ne frego di quello che dicono le mie bannatrici, calunniandoti.

La mia esperienza è questa: mia madre mi ha sempre trattata male, mi ha fatto violenza e mi ha privata del sostegno che un genitore vero può dare. Sono stata accudita più che altro dalla madre di mio padre il quale, purtroppo, è venuto a mancare quando io avevo solo dieci anni. So che una donna sola deve subire il peso di tante responsabilità e capisco le sue mancanze nel suo periodo più critico. Poi, però, si è risposata e io avevo 14 anni e mezzo. Il suo atteggiamento non è cambiato per niente. Ancora una volta ho potuto contare sull’aiuto esterno di insegnanti, amici, genitori dei miei amici e perfino il nuovo marito di mia madre. Perciò contavo su tutti meno che su di lei.

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#Catania – Storia di Lucy, vittima di violenze inflitte da “compagni”

Ringraziamo le compagne catanesi per aver diffuso questa storia e solidarizzando con Lucy vorremmo dare alle sue rivendicazioni tutta la visibilità che possiamo. Noi siamo con te. E’ per specificare chiariamo che la molestia sessuale, lo stalking, lo stupro, sono azioni oppressive e dunque fasciste. Altro che compagni.

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Non Una di Meno – Catania accoglie e rilancia la denuncia di Lucy (pseudonimo), una compagna che frequenta un centro sociale catanese, intenzionata a sollevare la questione delle molestie sessuali negli spazi politici e di aggregazione sociale. Da femministe sappiamo che, anche nella nostra città, le aree di sinistra e di movimento sono attraversate dalle stesse logiche eteropatriacali che pervadono l’intera società. Anche nei luoghi predisposti dagli uomini per la nostra emancipazione politica rischiamo di essere messe di fronte al ricatto: accettare la nostra subalternità o farci silenziosamente da parte.

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Lo stigma sulla “tossica” e la sua povertà sono altre cause della sua morte

Lei scrive:

Cara eretica, ho compiuto ventuno anni da poco. Quando avevo sedici anni ero una tossica e frequentavo “brutti” ambienti”. A me poteva accadere quello che è successo ad altre ragazze. Sono stata fortunata e non mi sento diversa dalle ragazze che vengono giudicate male, sempre che chi le stupri o le uccida non sia uno straniero. In quel caso il cattivo giudizio si trasforma in una beatificazione della vittima perché se la vittima non è beatificata allora il “nero” di passaggio non può essere colui sul quale si sfoga tutto l’odio di chi sa solo odiare.

Quello che io vorrei fosse chiaro è che in certe situazioni non è l’ambiente ad essere brutto ma brutta è l’indifferenza di una società che ti getta in un angolo, che ti tratta come immondizia perché si pensa che se ti droghi sia totalmente colpa tua. Ho visto tante persone drogarsi di nascosto. Figli di papà cocainomani, padri di famiglia che sniffavano eroina, donne eleganti che si facevano di tutto e di più. Quello che voglio dire è che la differenza tra me e loro erano i soldi. Se io avessi avuto i loro soldi non avrei corso certi rischi. Avrei potuto drogarmi in un salotto firmato senza rischiare niente. A meno che non ti fai un’overdose perché vuoi crepare.

I ricchi arrivano nelle periferie solo per comprare e a volte non fanno neanche quello perché hanno l’amico ricco che si fa più ricco vendendo droghe. Quello che ci separa è la classe di appartenenza. Nessuno ha pensato al perché alcune vittime si trovassero in certi ambienti. Nessuno ha analizzato il perché del fatto che i drogati si nascondono. Se non hai un posto dove andare o se non hai il papino che ti paga l’appartamento in centro non hai molta scelta. Se ci sono i fascisti che continuano a criminalizzare il tossico come categoria rognosa della società, al punto da riempire le galere di poveri, per lo più immigrati, solo perché in possesso di un paio di canne di hashish, quel tossico viene disumanizzato.

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