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Essere un uomo e dirsi femminista è già un po’ sessista

Di Miguel Shema

Pubblicato l’8/01/2019 su bondyblog (traduzione di Elisabetta e Florence del Gruppo Abbatto i Muri)

Il femminismo non deve essere una questione per sole donne. Per il nostro blogger Miguel Shema però, vantarsi di essere femminista non è particolarmente valorizzante per un uomo. Si tratta invece di decostruire le proprie rappresentazioni e di rendere normali quei comportamenti dei quali ci si vorrebbe inorgoglire. Brandire il proprio femminismo come uno stendardo significherebbe quindi, nonostante le intenzioni, perpetuare una forma di sessismo.

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Quelle femministe che attaccano perché sei troppo svestita o troppo vestita

Dal gruppo di abbatto i muri un’altra traduzione (grazie a Desirée) per facilitare la condivisione di un messaggio importante.

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Le femministe radicali e il loro pregiudizio nei confronti della sessualità maschile

Uno dei temi ricorrenti nelle discussioni tra donne è quello della sessualità maschile. Così emergono anche alcuni stereotipi espressi dalle donne stesse. Le preferenze personali non possono essere messe in discussione ma quel che noto sempre è quella tendenza a generalizzare sovrapponendo il proprio sentire a quello di tutte le altre.

Se a lei non piace la penetrazione dirà che “ogni penetrazione è stupro”, mettendola dal punto di vista della femminista radicale Dworkin che di preconcetti contro la sessualità maschile ne aveva davvero moltissimi. Di conseguenza a tutte le donne alle quali piace la penetrazione viene detto che sono traditrici della causa. Il pregiudizio sulla sessualità maschile in questo caso soffoca gli stessi desideri di molte donne. Le femministe radicali, quelle della seconda onda, si scontrarono molto su questo punto con le altre femministe dette sex positive. Le ultime erano quelle che non criminalizzavano la sessualità maschile e non chiedevano che se lo mozzassero prostrandosi pentiti per tutto il male che altri uomini avevano fatto alle donne.

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Come finirà la controversia legale per stabilire se Ruhama e Rachel Moran dicono la verità?

Circolano notizie a proposito dell’origine della notorietà di Rachel Moran, sopravvissuta alla prostituzione, che da anni è in processione per scongiurare la possibilità che il sex working sia regolarizzato anche per quelle che lo fanno per scelta. Quello che lei dice durante le sue conferenze non è solo il racconto della sua legittima esperienza ma si è autopromossa a portavoce di tutte le sex workers stabilendo che nessuna ha nulla da dire qualcosa tranne lei. Quello che ne è conseguito è intanto il fatto che dall’Irlanda, luogo da cui Moran viene, si sono levate voci di attiviste sex workers che mettono in dubbio la sua storia al punto da, come nel caso di Gaye Dalton, consegnare alla giustizia una deposizione firmata nella quale si afferma che Moran non sarebbe mai stata una sex worker, dato che nessuno della ristretta cerchia di sex workers dublinesi l’aveva mai vista né conosciuta, e che stia lucrando su “un imbroglio”. Dal tentativo di ledere la sua credibilità è derivato un tam tam che esiste in rete da almeno quattro anni.

Da ricordare che dal luglio 2018 i legali della Moran stanno facendo di tutto per spegnere le voci su di lei. C’è una lettera alla Dalton, un affidavit della Moran in cui lei spiega che quello che ha scritto nel libro Paid For è vero e una querela per diffamazione a sua firma presentata nel novembre 2018. Tanto però non è stato sufficiente a spegnere le voci della Dalton la quale è determinata a dare battaglia in tribunale per affermare la propria verità. Per quel che ci riguarda riportiamo questo scambio giusto per offrire documentazione di quello che avviene in Irlanda a questo proposito. Senza contare la controversa reputazione dell’organizzazione Ruhama che avrebbe sponsorizzato Rachel Moran.

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Quel malefico patto tra catto/fascisti, arcilesbiche, femministe radicali anti/sexworker e anti/gpa

Facciamo un po’ d’ordine. Prima c’era il femminismo che cercava la parità e basta. La seconda onda femminista è quella che poi è stata giudicata tipica delle ancelle del capitalismo. E’ il femminismo liberale, quello che ignora le differenze di classe, di razza e di genere (ebbene si, perché tutto per loro resta nel valore binario uomo/donna). Negli Stati Uniti si chiama Femminismo Radicale (quello di Dworkin e McKinnon) e usa argomenti quali la violenza domestica, sulle donne, per appiattire il discorso sul tema in maniera generica, affinché si dimentichi la differenza di classe. Sono per lo più donne bianche, etero, benestanti, determinate ad assumere il comando di tutte le donne. Non hanno nulla a che fare con il precariato e ancora oggi tendono a fare proselitismo insultando le femministe della terza onda, cioè noi, quelle intersezionali, inclusive di vari generi e certamente anticapitaliste, con una grande attenzione alla differenza di classe e a quella di “razza”. Siamo quelle che non amano il colonialismo culturale. Siamo quelle che dagli anni ’90 combattono contro le femministe radicali che continuano a realizzare crociate contro il porno, il sex working, la differenza dei generi, includendo trans, postgender e quel che ciascuno vuole essere. Oggi ce l’hanno con la gestazione per altri, quella di donne che fanno da quaranta anni figli per le coppie etero. Solo che adesso li fanno anche per le coppie gay e questo ha fatto indispettire le femministe radicali al punto da fare alleanze con forze reazionarie, fasciste, conservatrici, omofobe, pur di non far riconoscere i diritti ai figli delle coppie gay.

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Buon 2019. Io scelgo di vivere!

Quando non mi reggevo in piedi mi aspettavo che mio padre mi sostenesse. In realtà mi diceva che se ero caduta era colpa mia, dunque avrei dovuto rialzarmi da sola. Se provavo a difendermi quando mi picchiava diceva che lo faceva per colpa mia. Quella parte non era una semplice caduta. Rialzarmi era troppo difficile. Io volevo solo leggere, scrivere, conoscere, vivere. Cominciai a pensare alla fuga fin da adolescente. Ma dove andare? E se lo avessi denunciato? La mia famiglia mi si sarebbe rivoltata contro. Lui era quello che manteneva economicamente tutti. Mi avrebbero trattato come un’appestata. Allora pensai che avrei dovuto attendere fino al termine degli studi ma lui disse che se avessi voluto frequentare l’università avrei dovuto farlo a mie spese. O studiavo da casa o niente. Questo avrebbe prolungato la mia prigionia.

Nel frattempo provavo a vivere la mia adolescenza come qualunque altra ragazza della mia età. Mi innamorai di un improbabile principe azzurro il quale mostrava aggressività verso il mondo. Io pensavo che non l’avrebbe mai rivolta contro di me. Era disposto a liberarmi dal pesante giogo violento causato da una famiglia disfunzionale. Gli credetti e pensai fosse una ottima scorciatoia. Con lui avrei potuto continuare a leggere, conoscere, scrivere. Divenne il mio salvatore, pronto a criticare mio padre e a coccolarmi per ogni schiaffo ricevuto. Quello che allora non sapevo è che il principe azzurro non esiste e che anche mio padre, a modo suo, pensava di voler difendermi dai mostri esterni. Quelli interni, invece.

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Donna che ha superato la menopausa cerca uomo più giovane con cui fare sesso

Nel corso della mia vita ho avuto diverse relazioni e la cosa che consideravo più importante è sempre stata l’affinità sessuale. Stare con una persona che non mi piace non è bello e so che dico questo perché me lo posso permettere. Ho un lavoro, sebbene precario, e sono abbastanza autonoma da non aver bisogno di una presenza costante nella mia vita. A chi mi dice che dovrei fare figli e pensare alla vecchiaia dico che sono già una donna matura e quando rischierò di essere dipendente da qualcuno preferisco scegliere di finirla. Che vita sarebbe dopotutto?

Tante donne che ho incontrato restano con uomini che non desiderano più. Non fanno sesso da tanto tempo e restano insieme per paura del cambiamento, perché non hanno il coraggio di lasciare un posto sicuro per lanciarsi di nuovo nella costruzione di una vita basata sulla precarietà. Ma vedo i loro volti, le loro espressioni, e so che non sono felici. Possono raccontarsela mille volte e in vari modi ma la verità è che se non fanno del buon sesso sfioriscono, stanno male e finiscono per sognare ad occhi aperti qualcuno che le faccia sentire di nuovo vive. Sembrano parole vuote, luoghi comuni, e rispetto ogni scelta e ogni preferenza possibile. Ciascuno trova felicità come e dove vuole. Io non riesco a trovarla nella staticità, nella routine e non importa se sono adulta, non più così attraente e con molti chili in più. Non mi affido ad una persona ringraziando il cielo di averla trovata.

Voglio e chiedo del buon sesso. Una vita affettiva che dipenda dal presente e scambi intelligenti e sensuali. Non piaccio a molte persone, ne sono consapevole e non è più facile come lo era quando avevo 20 o trent’anni ma non importa se ricevo un rifiuto. Mi piace provarci. Non virtualmente perché di amanti virtuali ne ho avuti e non mi soddisfano tanto. Alla fine preferisco mollarli quasi subito. Mi piacciono uomini in carne e ossa più giovani, come ad alcuni uomini piacciono donne più giovani. A loro è permesso e a me no? I tempi sono cambiati e non mi considero patetica o sola nelle mie decisioni.

Mi piace innamorarmi e sentire una passione che non resta per sempre ma sono felice di poterla provare perché dà senso alla mia vita, mi spinge a fare scelte creative e mi fa sentire bene. Mi piacciono più giovani, legati alla voglia di esistere, generosi nel sesso e che mi mostrino desiderio, con attenzioni e approcci che rispettano me, come donna, come persona, per la mia intelligenza e il mio corpo. Ci sono tanti uomini single là fuori e per quanto possa sembrarvi strano mi capita frequentemente di incontrare uomini di vent’anni meno di me che vogliono accasarsi. Io invece no, nel modo più assoluto. Lo stereotipo della donna adulta che vuole una persona accanto non mi appartiene.

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