Autodeterminazione, Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: il valore di una donna “usata” e i primi studi di genere

Autobiografia, ricordi a margine.

18 anni fidanzata, 19 incinta, vent’anni madre e sposata, 21 anni separata e in attesa di divorzio che al tempo arrivava dopo tre anni.

Svegliarsi un giorno e scoprire che il valore di una donna diminuiva con il numero di penetrazioni subite o partecipate. Più uomini erano stati nella tua vita e più scadeva il tuo valore. Diciamo che dapprincipio, quando eri illibata, valevi 10. Alla prima pomiciata valevi già 9 e mezzo. Se la pomiciata avveniva da svestita diventava un 9 standard. Avendo avuto un rapporto sessuale completo il mio valore scendeva a 8. Mi salvava il fatto che fossi ancora giovane altrimenti sarebbe stato peggio. Volendo truccare la bilancia il mio ex marito dichiarò di essere stato il primo. Per suo volere il gradimento salì ancora a 9. A quel punto la scala di valore si fermava. Una donna sposata non si valuta. Ella semplicemente appartiene. Se c’è uno che l’ha voluta sposare varrà senza dubbio qualcosa. Diversamente la chiameremo zitella e varrà 0 senza ombra di dubbio. Perché il valore di una donna è sempre stato misurato secondo il pallottoliere stronzo del maschio di turno.

Divorziata e per di più madre raggiunsi il punteggio di un 6 e qualcosa, forse 6+ a voler essere magnanimi, nel giro di poco. A quel punto mi arrivavano strane proposte di matrimonio. Avanzò pretese un vedovo cinquantenne con tre figli. Io avevo 21 anni, tenetelo bene a mente. Poi mi venne a trovare la madre di un figlio quarantenne invalido: “ma sai, lui prende la pensione e se peggiora ti lascia ricca… perché non ci pensi su?”. E io, sempre ventunenne, guardavo quella donna con umana comprensione. Capisco il fatto di voler delegare la cura del figlio a un’altra, ma perché proprio a me? Semplice: perché dovevo reputarmi fortunata di essere al centro di simili attenzioni. Quando si avvicinò un signore sulla sessantina che voleva una badante/moglie, ma senza sposarmi perché i figli non avrebbero volentieri condiviso l’eredità, dissi che la bottega era chiusa. Qui non si vende e non si compra niente. Sarò casta fino alla morte. Valore della castità indecifrabile, sempre meglio che accudire e far seghe a vecchi per quel minimo di riconoscimento sociale che ne poteva derivare. Era tutta una questione di status.

“Sua figlia è rovinata” dicevano a mia madre. Ma non nel senso di essere sopravvissuta a una serie infinita di sfortunati eventi violenti. Rovinata perché non appartenevo a nessuno. Non volevo essere di mio padre, non volevo essere di un marito. Rovinata, per sempre. Quando il sapere popolare giudica rovinata, per esempio, una donna stuprata, non lo dice per empatia nei suoi confronti, comprendendo quel che ha patito. Lo dice perché al massimo le toccherà un uomo al quale nessuna donna aveva detto di sì. L’umana comprensione nei confronti di una vittima di violenza di genere è un dettaglio sconosciuto ai più. Dopodiché esistono una serie di comportamenti che la donna con basso punteggio non può tenere. Mai più uscire a divertirsi con gli amici, anzi mai avere amici in special modo di sesso maschile. Mai fumare una sigaretta in pubblico. Mai vestirsi bene, farsi notare, truccarsi: “la troia cerca un altro cazzo…”, direbbero le gentil signore al tuo passaggio.

Dopo la separazione mi attribuivano milioni di relazioni casuali. E dire che gli uomini, in quella precisa stagione della mia vita, non erano il mio obiettivo principale. Volevo sopravvivere, dovevo terminare gli studi, volevo ancora scrivere e poi decostruivo frasi e interpretavo comportamenti di uomini maschilisti e violenti prima che dicessero “Ciao”. Volevo essere indipendente e avevo bisogno di una sana autoanalisi per capire da dove venivo e perché ero finita a vivere in quel modo. Se non l’avessi capito per tempo sarei passata da un uomo violento all’altro e non volevo fare quella fine. Volevo avere il controllo della mia scala di valori sul mondo e volevo acquisire valore individuale attraverso esperienza e conoscenza. Di essere considerata una puttana me ne fregava il giusto. Se fossi stata più temeraria forse l’avrei fatto di mestiere ma non lo ero. Tendevo alla libertà ma ero ancora vincolata entro il recinto di una mentalità moralista e giudicante. Tendevo all’autodeterminazione ma ancora vivevo a testa bassa in un mondo stracolmo di sopraffazione nei confronti delle donne. Fu in quel periodo, mentre la gente pensava io fossi un prodotto da mercato, che cominciai a raccogliere la mia personale rassegna stampa sulle vittime di violenza di genere. Come avevo fatto a non rendermene conto? Come avevo potuto vivere tanta violenza senza pensare che non ero la sola a subirla? Erano veramente tante, troppe vittime, moltissime morte per mano del marito. Mi sentii quasi fortunata ad essere sopravvissuta, dico quasi perché avevo gli incubi, per un periodo presi a dormire col coltello sotto il guanciale pensando che da un momento all’altro un uomo avrebbe di nuovo sfondato la finestra e mi avrebbe uccisa. Senza considerare i disturbi da stress post traumatico negli anni successivi.

Mentre studiavo la locale questione di genere, mai affrontata politicamente da nessuno in quella zona, seppi di una signora che era stata condannata a 15 anni di prigione dopo aver ucciso l’ex marito. Lui l’aveva perseguitata, picchiata, inseguita fino a casa del padre e gettata da un balcone del primo piano. Ferita ma illesa la volta successiva aspettò che lui tornasse con il fucile del padre in mano. Intimò di non avvicinarsi, disse che era armata, lui entrò comunque e lei sparò. Fu condannata per omicidio con l’intento di uccidere. Non le assegnarono l’ergastolo comprendendo la situazione violenta ma lei comunque rimase 15 anni in galera. In quel periodo seppi che lei era uscita di prigione e viveva con uno dei figli che nel frattempo aveva realizzato un piccolo appartamentino per lei. Chiesi di andarla a trovare e lei accettò. Mi ricevette solo perché non ero una curiosa qualunque ma una vittima, una sopravvissuta come lei. Chiacchierammo a lungo e le chiesi perché non le fu riconosciuta la legittima difesa. Lei disse: “quando una donna ammazza un maschio è un’assassina, quando un maschio uccide la femmina c’è sempre un motivo per impietosire il giudice…“. Quelle parole risultarono vere per ogni situazione che ebbi modo di affrontare, indirettamente, politicamente, nell’attivismo femminista, in futuro. Alla donna non viene mai concessa la legittima difesa. E’ l’uomo che viene giudicato meno severamente quasi che lui uccida per difendersi dalla donna maligna, cattiva, irriconoscente, eccetera.

Lui, l’assassino, viene considerato e descritto come una vittima. Lei, la vittima, diventa la colpevole. In fondo le parole di mia madre continuano ad essere valide. E’ la donna che fa il matrimonio. Se la donna cede il matrimonio si sfascia. Mi dispiace mamma ma ti sbagliavi di grosso. La cultura che hai diffuso, le cose che mi hai insegnato, i metodi per fare in modo che lui non mi picchiasse, erano tutti parte di una mentalità di merda. Maschilista. Misogina. Sessista. Stereotipata. E diciamolo: di quale sia il valore che un uomo attribuisce alla donna sulla base delle esperienze sessuali, in special modo oggi che sono quasi al secondo divorzio (varrebbe a dire che sono scaduta, da buttare), me ne fotto. Senza dubbio.

Eretica Antonella

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