Personale/Politico

Sono loro i pazzi. Noi siamo le persone sane!

Mi sento persa, abbandonata. Continuamente e da chiunque. Come se non contassi niente. Mi serve solo un posto dove riposare i pensieri e non mi è possibile, non qui e non ora. Mi porto dietro un carico di traumi dalla nascita e devo elaborarne ancora per andare avanti. Una infinita quantità di lutti, separazioni dalla mia rete di affetti e quindi sola, qui, in un posto in cui non voglio stare, con qualcuno che mi alita sul collo perché io me ne vada pacificamente, senza conseguenze, senza rancore, senza rabbia, senza una lacrima. 

Mi trovo in una città che per tutti è la culla dell’arte rinascimentale, Firenze. Non sono qui per scelta ma per seguire un tale che mi ha manipolata per vent’anni e ora vuole liberarsi di me. Finge di interessarsi, di volermi aiutare, la realtà è che vuole solo andare dritto per la sua strada senza nessun senso di colpa, con la coscienza tranquilla di chi ha fatto tutto il possibile. In realtà non ha fatto un cazzo né per me tantomeno per se stesso, a parte intrecciare una ossessiva e maniacale relazione con una setta dalla quale si aspetta l’illuminazione, la rinascita e la realizzazione del suo sogno: diventare ricco. 

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Il mio insicuro quasi ex marito

Questi non sono appunti per una mia autobiografia ma solo pensieri sparsi su come mi sento in questo momento. In questi giorni sembra tutto vada bene, io mi sento meglio, i farmaci mi fanno sentire calma, e la creatività abbonda. Ho voglia di progettare e fare cose e quindi dopo il libro con la mia autobiografia, che mi ha trascinata fuori da una condizione a dir poco pietosa mi sono assunta l’impegno di fare un libro delle storie inviate da voi per la campagna #tuttacolpamia. A quelle storie dovrei aggiungerne una, mai pubblicata, la mia.

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Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: obiettivi salute, reddito, casa

Appunti per la mia autobiografia.

Dopo aver scritto tutto o quasi di me non mi resta che capire cosa voglio adesso. Il mio presente è fatto di malattia, la depressione, assenza di reddito e di lavoro, non ho una casa ma solo una stanza nella casa del mio quasi ex.

Salute reddito è casa sono diritti umani inalienabili, impossibile stare senza. Dovrebbero essere garantiti a tutti e tutte. Ma sappiamo che non è così. Per la mia salute devo portare avanti la terapia psicologica e farmacologica, e tutte sono vincolate al posto in cui sto adesso, Firenze. Quindi spostarmi, se non per pochissimo, non è possibile. Non posso ricominciare da capo altrove.

Per il reddito sto avviando le pratiche con l’Inps per il riconoscimento dell’invalidità. Non so se mi daranno il 100% ma se anche fosse molto meno spero sia la quota che mi consenta di rientrare nelle liste delle categorie protette. Se supero una certa quota potrei perfino valutare l’idea di una nuova formazione all’università perché pare che così non si debbano pagare le tasse universitarie. In ogni caso nella mia situazione attuale non posso prendere lavoro ad orari precisi perché i farmaci non mi consentono di capire quando mi addormenterò né quando sarò sveglia al mattino e date queste difficoltà le mie ore sicure di veglia sono nel mezzo.

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Cronache postpsichiatriche: depressione, percezione di sé, questione di genere

Appunti per la mia autobiografia.

La percezione di sé dipende da tanti fattori: come ti vedi tu, come ti vedono gli altri, che tipo di riscontro hanno le tue azioni o riconoscimenti hanno le tue competenze sul lavoro, per esempio. Tutto questo compone la tua autostima. Se hai delle competenze ma non hai lavoro la percezione di te stessa equivale quello che vedi come mancato riconoscimento. Puoi anche essere consapevole del fatto che non hai lavoro per milioni di altre ragioni ma tutto ciò influisce negativamente nel modo in cui ti vedi. Se le azioni che compi non hanno riconoscimenti anche in quel caso il tuo modo di percepirti diventa negativo. Se gli altri ti coprono di insulti, fanno body shaming, ti ricordano quanto sei brutta o grassa o vecchia o qualunque altra cosa ecco un altro pezzo di identità condizionata in negativo. Resta la percezione che hai tu di te stessa. Per quanto tu possa essere forte, sicura di te e avere una ottima autostima come base di partenza tuttavia non potrai non essere condizionata da tutto il resto. Dicono che la depressione dipenda dal fatto di far prevalere un sé agli altri sé. Come dipendesse da noi depressi. Come se fossimo noi a non vedere qual è il nostro reale valore sebbene il mondo lo riconosca e gli altri ti dicano sempre che sei perfetta. In realtà non funziona proprio così. Io credo che la depressione abbia radici nell’impatto sociale su ciascuno di noi. Credo che questo impatto sia tanto più cruento quanto più ci avviciniamo al genere femminile.

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Cronache postpsichiatriche: la scrittura come terapia

Appunti per la mia autobiografia.

Per offrirvi una sintesi cito l’immagine che ha dato di me la psicologa con cui ho sostenuto il colloquio prima che mi assegnasse un terapeuta adeguato ai miei disturbi.

L’immagine che la psicologa ha descritto di me è di una bambina che in mezzo alla guerra (metaforico) se ne resta in un cantuccio protetta nel proprio mondo fatto di libri e di scrittura. Ha detto che seppur nelle mie condizioni sono in grado di elaborare autoanalisi e che se non avessi usato la scrittura come mezzo terapeutico il mio cervello ora sarebbe rotto, in frantumi. La scrittura mi ha permesso di mantenerlo in qualche modo intero con crepe che la psicoterapia mi aiuterà a rimarginare.

Che la scrittura sia un mezzo terapeutico per chi soffre di disturbi mentali è stato detto e scritto molte volte. Non solo perché grandi scrittrici hanno arricchito la cultura con le proprie opere pur soffrendo di forme depressive, talvolta trattate con noncuranza o con metodi violenti come l’elettroshock. La scrittura è un mezzo di espressione artistica, se vogliamo, che permette a chi ne fa uso di produrre una sintesi dei propri stati d’animo. Questa sintesi può diventare poesia, racconto, romanzo, autobiografia. Lo sforzo di sintesi implica anche una elaborazione del vissuto traumatico. Un trauma elaborato può allora essere affrontato.

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Cronache postpsichiatriche: storia di un matrimonio

Appunti per la mia autobiografia.

Quando si vuole restare integri rispetto ad una situazione traumatica capita di frammentare i ricordi, di cogliere la parzialità di un evento. Capita, anche involontariamente, di imporre l’alterazione della percezione altrui. Così mi è sembrato di vivere in tanti anni di matrimonio con un uomo buono e gentile che non riesce a tollerare di sentirsi in difetto, neppure un pochino. Ciò vuol dire che quando gli si rimprovera qualcosa egli nega o oppone un ricordo frammentato, parziale, per salvare se stesso. Non so perché o chi gli abbia detto che essere imperfetti sia un crimine. Io so che essere umani è una componente essenziale di ogni individuo ma il risultato è che per vent’anni ho discusso con un uomo perennemente sulla difensiva, come se dirgli “mescola la cipolla altrimenti si brucia” fosse una sorta di imputazione senza appello di un reato capitale.

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Cronache postpsichiatriche: depressione e tentato suici.dio

Appunti per la mia autobiografia.

Nell’ultimo periodo di gestione del progetto di Abbatto i Muri ho saltato fasi, ho lasciato le mie compagne da sole, senza spiegare niente, parlando di vaghi problemi di salute. Poi tornavo e in uno di questi ritorni ho ideato e condotto la campagna #tuttacolpamia che mi ha portata allo stremo delle forze. La campagna era giusta, ed è stata efficace, io però non avevo misurato il potere che aveva ogni racconto nel risvegliare miei dissidi interiori. Non ero pronta, non ero forte abbastanza. L’ho condotta fino alla fine poi ho dovuto prendere tempo, staccare e piangere. E piangevo per le storie lette, per le vostre vite spezzate, il vostro sangue versato, le umiliazioni che avete subito, le mortificazioni che non avete potuto nominare. Mi sono fatta carico di troppo in un momento di enorme fragilità. Non potevo interrompere, non volevo lasciarvi da sole, mi preoccupavo di lasciarvi inascoltate. Ma ora posso confessarvi che per me è stata dura. Non il fatto in se’, perché se la mia vita fosse andata per il verso giusto avrei potuto raccogliere le fragilità di ciascuna e coccolarla come sarebbe stato giusto, Come dovrebbe essere giusto fare in ogni spazio femminista che si rispetti. Alla fine mi sono inchiodata sul divano a vedere serie tv coreane, apprendendo una lingua che non so a che mi servirà, sposando il disimpegno che una intellettuale come me non dovrebbe sposare. Avrei dovuto approfittarne per leggere libri di filosofia, forse. Macchè. I drammi coreani sono il meglio del meglio se sei depressa e non vuoi ascoltare nessuno e tantomeno te stessa.

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Cronache postpsichiatriche: Abbatto i Muri e Il Fatto Quotidiano

Appunti per la mia autobiografia

Abbatto i Muri nasce nel 2012 come progetto in solitaria poi diventato collettivo, con compagne e sorelle che mi hanno aiutato durante il percorso, quando alla fine del progetto di Femminismo a Sud mi resi conto che era necessario distanziare le persone che con il vecchio progetto rischiavano di prendere pesci in faccia da una non meglio precisata fazione femminista, nata sul web e mai vista alle assemblee, che con metodi assai fascisti, da cyberbulle imperversavano per il blog, tra i commenti, e per la pagina facebook dedicata, per delegittimarmi, diffamarmi, distruggere e vanificare tutto il lavoro fatto. I motivi erano specificatamente privi di sostanza politica, giacché costoro di quella sostanza, di materia femminista, filosofia femminista, ne masticavano poca. Primo punto: su FaS si supportavano le sex workers e si affermava, così come le sex workers affermano da sempre, che il sex work è lavoro e come tale necessita di riconoscimento affinché le sex workers possano godere di eguali diritti, come tutti i lavoratori del mondo. Secondo punto: il transfemminismo per costoro non era vero femminismo, giacché le donne trans non sarebbero vere donne e dunque si potrebbe, udite udite, correre il rischio di essere stuprate da una trans nei bagni delle donne se le trans venissero ammesse alle assemblee femministe.

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Cronache postpsichiatriche: ragionamenti tra pazzi

Appunti per la mia autobiografia.

Quando per la prima volta mi presentai davanti ad uno psichiatra, per i disturbi alimentari, lui diagnosticò la depressione maggiore. Ero vivace, lucida, uscivo, avevo contatti sociali e ancora potevo vantarmi di godere di un pezzetto di vita pubblica. Quello che non avevo era un lavoro.Non avevo neppure più voglia di cercarlo. Mi ero semplicemente stancata di tutto. La precarietà mi stava uccidendo. Lo psichiatra, un cognitivista comportamentale, mi spiegò che non importa come vadano le cose. Importante è come le affrontiamo. In parole povere se cambi il pensiero cambi i comportamenti. Non mi prescrisse farmaci ma avevo l’obbligo di compilare un diario alimentare e delle mie abitudini. Mangiare a tavola invece che sul divano pare cambiasse molte cose. Abbuffarmi non era una cosa buona, mangiare in modo equilibrato mi avrebbe infuso nuove energie. Ma io restavo sempre una precaria.

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Cronache postpsichiatriche: rinunciare all’amore

Appunti per la mia autobiografia.

In un momento di grande fragilità, dopo aver scoperto della mia malattia, dopo aver subito due interventi ed essermi più o meno ripresa, io e i miei farmaci eravamo una cosa sola. Dovevo portarli con me ovunque, dovevo fare attenzione agli effetti collaterali mentre mi esercitavo a pensare al modo migliore per togliermi di mezzo quando le cose si sarebbero fatte più difficili. Corda per impedire il respiro, vetro per ferirmi, overdose per dormire, massima altezza per sfidare le mie vertigini assicurandomi di non procurarmi una semplice tetraplegia. Pensieri felici, senza dubbio, e nel frattempo ascoltavo le storie delle altre che in un modo o nell’altro mi hanno tenuta in vita. Se queste donne, tante donne, possono sopravvivere al dolore che altri hanno loro inferto è mio dovere continuare a esistere. Ho ascoltato le storie di donne lacerate, massacrate, violentate, picchiate a sangue, rese disabili dai maltrattamenti, impoverite nei sentimenti per la sfiducia che provavano nel prossimo. Ho ascoltato storie di donne piegate dal dolore di malattie non riconosciute o trattate come pezzi di carne senza vita mentre andavano a partorire, donne coraggiose, che sapevano nominare quel dolore e lo raccontavano ad altre affinché quelle altre potessero riconoscerlo e rivendicare attenzione. Ho sentito mille verità e mille dubbi, tante incoerenze e contraddizioni e tutto questo realizza quell’insieme favoloso che compone le donne.

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Cronache postpsichiatriche: perché resto bloccata qui

Appunti per la mia autobiografia.

Sono ancora in ospedale, reparto psichiatrico, mi abituo all’odore, mi concentro sui libri che mi hanno consegnato. Per ogni rigo impiego un quarto d’ora. Non ho mai letto così lentamente. Frase, pensieri, cosa farò, dove andrò a stare, non voglio restare con lui, odio il fatto che lui stia bene e voglia andare avanti. Leggo un’altra frase, e sì, sono un’egoista. Lo so che gli sto facendo passare l’inferno. Ma che razza di donna sono diventata? Buona solo per fare ricatti emotivi.

Interrompo la lettura del libro, il punto non è lui, dovrei chiedermi cosa voglio io. Se fossi economicamente indipendente vorrei restare? Poi penso ai primi anni, quando ero autonoma e lui diventava appiccicoso. Ricordo che la sua concezione di coppia era quella di due persone che pensano uguale, si muovono uguale, fanno tutto uguale. Io gli dicevo che se in una coppia sopravvivono due individui differenti significa che sanno stare bene insieme, senza dover rinunciare a nulla, senza tarparsi le ali. “Io non sono così”, diceva e quando peggiorò la mia depressione mi sembrava che a lui facesse quasi piacere. Essere indispensabile, starmi vicino. Forse all’inizio l’ha presa come un mio modo di arrendermi. Io, però, mi sentivo violata, dalla situazione, da tutto, perché l’autonomia per me è fondamentale. Dunque pensavo e ripensavo al fatto che forse per lui l’unico modo per avermi accanto così come gli piace è assistermi nella malattia. Ma no, non posso credere che lui abbia mai pensato questo o che ci creda. Non credo mi volesse bisognosa di accudimenti per rendermi dipendente da lui.

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