Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: La violenza del matrimonio riparatore

Appunti per la mia autobiografia.

Se non c’è una base sicura, diventa difficile resistere al primo “ti amo” che ti viene detto. Se non mi fossi sentita in perenne stato di abbandono da parte della mia famiglia avrei scelto meglio l’uomo a cui concedere intimità. Io non so definire l’amore ma mi viene in mente un abbraccio che ti accompagna ovunque tu vada, qualunque cosa tu faccia. Un abbraccio che rassicura, ti fa sentire meno sola, importante, voluta, desiderata. Mentre io pensavo a queste ragioni poetiche dell’amore dall’altra parte c’era un maschio cis che si assicurava la proprietà della ragazza con cui voleva fare un figlio. Si assicurava di tenere sotto controllo i miei desideri e diventava il solo mezzo di socializzazione esistente isolandomi da tutto il resto. Quando lo conobbi lui disse che mi stava dietro fin dalle medie inferiori. Io lo giudicavo un buzzurro volgare e ignorante e avrei dovuto fermarmi a quella prima impressione.

Se nessuno ti fa sentire amata ogni briciolo di attenzione sembra un dono inviato dal cielo o da qualunque altra parte secondo i vostri rispettivi credi. Mi scoprii assetata d’amore e solo per avergli detto sì al primo appuntamento poi ebbi già il timore di essere abbandonata. Era passionale, a suo modo affascinante e sicuro di se’. Dato che mi aveva tenuta d’occhio per anni si aspettava di trovarmi illibata. Reagì malamente quando seppe che avevo già fatto sesso con un tale e che avevo esplorato la mia sessualità per conto mio. Non c’è nulla di più temibile di una donna sessualmente consapevole. Non c’è nulla che all’uomo faccia più paura quanto il fatto di dover misurare il proprio cazzo con il cazzo di chi è arrivato prima. Perciò il controllo sulla sessualità delle donne è così ferreo. Dalle mie parti sentivo spesso i miei compagni di scuola parlare del valore della ragazzina “‘ddivata“, allevata, per prenderne la verginità al momento opportuno e poi acquisirne la proprietà senza che lei potesse fare il confronto con chiunque altro.

Quando gli dissi che ero già stata con un altro lui rispose “però diciamo in giro che io sono stato il primo”. Lo disse come se fosse un favore fatto a me, per mantenere salda la mia reputazione, affinché nessuno sapesse che ero un po’ troia. In realtà temeva per la sua reputazione, per il fatto di essere considerato secondo a piazzare la bandierina in una zona già esplorata. Chiese “l’hai fatto anche da dietro?” e risposi di no. Non mi era capitato. Così quella divenne la sua fissazione costante. Doveva essere il primo almeno in quello. Se io avessi avuto la consapevolezza che ho adesso gli avrei detto che è ben poca cosa considerarsi importante per aver primeggiato sul buco di un culo. Ma mi aveva detto che mi amava e pensavo fosse l’uomo migliore del mondo. Migliore perché amava me che pensavo di non meritare amore da nessuno. Il sesso anale non mi piaceva, perciò lui non potè goderne quanto voleva, ma il resto andava bene. Sperimentavamo, pose classiche, nessuna sconvolgente novità. Era preparato, sapeva come fare un buon cunnilingus e mi faceva provare l’orgasmo ogni volta.

18 anni, quasi 19. Quando il sesso diventa amore e l’amore viene scambiato per sesso. Era possessivo, geloso, perfino delle mie storie passate, incluso le più caste, i singoli baci, le pomiciate senza conclusioni. Lui si dava arie da uomo vissuto ma era terrorizzato all’idea di un futuro ancora senza prospettive. Aveva improvvisi scatti di rabbia, era irascibile, io traducevo in “meravigliosamente passionale”. Quanto ero idiota. Quando diceva “sei mia” lo ritenevo un complimento. Poi dovette partire per l’anno di leva obbligatoria e mi costrinse a restare a casa in attesa di una sua telefonata o lettera. Così abbandonai la pratica politica, gli amici, i compagni anarchici, la radio libera. Mi restava la lettura e la scrittura. Volle un paio di foto ose’ per masturbarsi quando aveva tempo e gliele mandai. Voleva sentirsi desiderato e mi chiamava senza preavviso quindi non potevo programmare nulla di più. L’attesa era l’unica cosa rimasta. Mi annullai per un uomo che non era un uomo al prezzo di un pizzico di amore. Alla prima licenza premio mi parlò di matrimonio e se da un lato mi sentii lusingata (quale sogno meraviglioso per ogni donna… è questo che mi avevano insegnato) dall’altra cominciai a temerlo. Dissi che era troppo presto e io non sapevo ancora cosa fare della mia vita. Volevo sempre scrivere e diventare una giornalista. Lui replicava che con i figli non avrei avuto tempo di fare niente. Temevo di rispondere sinceramente per paura che mi abbandonasse. Non volevo di nuovo sentire la solitudine che mi accompagnava da sempre.

Finita la leva ricominciammo col sesso ma io ero cresciuta e non sapevo cosa volevo. Lui capì che stava per perdermi e credo abbia sfilato il preservativo apposta, per mettermi incinta. Ed eccomi ingravidata, senza libertà di scelta, in un luogo in cui ancora non esistevano i consultori, senza soldi per abortire da un medico privato e senza nessuno a cui rivolgermi. Mia sorella fu l’unica a saperlo e gelosa disse che ne avrei subito le conseguenze. Lei non aveva relazioni e la sua malattia non le consentiva di avere figli. Ovaie ibernate fin dall’età di 12 anni. Ma non mancò di dirmi che lei aveva scelto di non avere figli. Per non ferirla non dissi nulla. Lei era sempre pronta, invece, a ferire me per il fatto di essere una normale adolescente, con normali desideri e che faceva errori come tante altre della mia età. Si proclamava femminista ma di femminismo sapeva ben poco. Perciò ero davvero da sola. Quando lo dissi al futuro padre lui ne fu felice, disse che così si sistemava tutto e che si sarebbe presentato a mio padre, come tradizione voleva, per il passaggio di proprietà di questa femmina ormai gravida. Dopo i primi mesi io avevo in circolo credo quella droga chiamata ossitocina e mi sentivo al settimo cielo. Felice e serena. Nulla poteva toccarmi.

Nulla a parte mio padre che prima mi picchiò e poi, saputa la notizia, mi cacciò di casa. Mia madre al solito fece scena muta, “perché sai com’è tuo padre”, e io fui accolta in casa di una parente del fidanzato. Tra nausee, vomito, mal di denti per la carenza di calcio, altri problemi di salute, trascorsi i primi mesi come un fantasma. Nel frattempo mi veniva insegnato come essere una buona moglie. E già mi rivedevo con l’espressione di mia madre priva di gioia in qualunque momento. Facevo il bucato, pulivo e cucinavo, aspettavo il coniuge di fatto per l’ora di pranzo e cena, la sera si andava a dormire e via di questo passo. Poi trovammo un monolocale a basso prezzo. Pianterreno, con buchi alle pareti da cui uscivano fuori scarafaggi grandi quanto un dito. Sognavo che arrivassero al letto e mi camminassero addosso. L’insetticida fece il resto. Le difficoltà, la precarietà, l’assenza di responsabilità del fidanzato, il quale si svegliava tardi e fu cacciato dal lavoro per ben due volte, divennero le ragioni per cui litigavamo spesso. Non era ciò che volevo e lui non sapeva da dove cominciare. Troppo giovani per assumerci una responsabilità del genere e soprattutto per farlo da soli. Nè la mia né la sua famiglia vennero in aiuto. Mia madre si fece viva per sistemare un po’ di mobili comprati con l’orgoglio di destinarli alla figlia che stava per sposarsi. Sistemata casa con una camera da letto, un divano, una cucina con armadietti da mercatino, potevamo cominciare una vita felice.

Mia madre diceva che lei e mio padre avevano cominciato dal niente e che è la donna che fa la famiglia, cioè che la rende tale. Se la donna cede allora la famiglia si sfascia. Dunque la responsabilità era tutta mia. Finivo per consegnare le mie ansie e le mie angosce al mio diario. In quel periodo sognavo spesso horror con vittime infantili. Mi svegliavo col terrore che al bambino fosse successo qualcosa. Lo sognavo finire sotto un tir, cadere da un balcone, ingoiare veleno. Tutte le mie ansie diventavano incubi e il fidanzato non mi infondeva certo calma. Anzi. Quando mettevo da parte i soldi per l’affitto succedeva che lui li prendeva per andare a giocarseli, a comprare roba inutile, come un potente stereo per la macchina, o come un acquario con pesci tropicali, la cui vita io non ero certa di poter garantire. Intanto l’affitto non si pagava da solo e non avevamo soldi neppure per comprare cibo decente. Nelle mie condizioni e senza mangiare bene divenni anemica entro i sette mesi di gravidanza e c’era ancora del tempo da trascorrere dando nutrimento al bambino.

Quando il fidanzato/convivente si sentiva messo alle strette mi picchiava. Io trascorrevo molte notti rannicchiata in un angolo della camera da letto, con le mani a parare i colpi, mentre lui lanciava piatti, bicchieri, qualunque cosa. Poi mi sbatteva fuori casa e io restavo seduta sul gradino finché non gli passava. L’inverno alle porte, lui che mi cacciava fuori di casa, senza un cappotto, con il solo vestitino premaman, andai a bussare dalle vicine e tutte serrarono le finestre. Andai a bussare dalla suocera che disse che erano fatti nostri e non voleva immischiarsi. Era gente a modo, non c’è che dire. Pettegoli su chiunque ma discreti per non assumersi responsabilità. Quella sera stavo male, lui mi aveva dato calci in pancia e pugni sulla schiena mentre tentavo di proteggere il bambino. Camminai per andare verso l’ospedale. Caddi per strada, mi raccolsero e mi portarono al pronto soccorso. Il medico mi diede un sedativo e mi ricoverò in psichiatria. Il giorno dopo vidi il medico che parlava con il futuro coniuge e lui diceva che io ero solita scappare di casa la sera “non posso mica legarla”. Così nessuno si interessò ai lividi che avevo sul corpo.

Calci e pugni non finirono e io dissi a mia madre che non volevo sposarmi. Quel matrimonio riparatore non poteva essere il mio destino. Avevo bisogno di aiuto. Mia madre rispose “meglio divorziata che ragazza madre” e continuò a preparare il corredo che tanto la riempiva d’orgoglio. Come madre lei stava facendo il suo dovere. Altro non voleva fare. Spese tanti di quei soldi per cose che ancora oggi restano chiuse nelle confezioni originarie, lenzuola ricamate, capi firmati. Mio padre controllava le finanze di famiglia e quando si rese conto della spesa proibì a mia madre di fare qualunque altra cosa. Arrivò il giorno del matrimonio, in chiesa, con una pancia chilometrica, io stavo per partorire, il mio aspetto e il mio abbigliamento suggerivano che io fossi invecchiata di almeno vent’anni. Ero davvero cambiata. Guardandomi allo specchio non mi riconoscevo più. Non ero più io. Il matrimonio fu l’opportunità per rientrare nelle grazie del padre padrone che mi aveva lasciata a patire quell’orrore di cui, a sentir lui, non sapeva nulla. E furono pranzi e cene di famiglia, gioiosi momenti di riunione con suocere e parenti vari. Loro festeggiavano, io morivo un po’ di più ogni giorno che passava. Avevo 19 anni e il mio destino era stato deciso.

Il clima casalingo non cambiò. Continuai ad essere picchiata e il marito mi picchiava talmente forte che ora mi lasciava lividi in testa, in faccia, ovunque. Non sentivo bene da un orecchio, occhi gonfi, labbro rotto, viso irriconoscibile. Qualcuno informò mio padre e lui arrivò per verificare. Quando bussò mio marito si nascose in bagno suggerendomi di truccarmi per nascondere i lividi. Io non uscivo da tre giorni e la faccia era ancora inguardabile. Mi truccai con chili di fondotinta e copriocchiaie. Aprii una fessura della porta e mio padre disse “ma che succede, fatti vedere” e spalancò la porta. Mi guardò in faccia e dimenticando le mille volte in cui lui mi aveva picchiata divenne all’improvviso il mio salvatore. Come dire: la figlia è mia e la posso picchiare solo io. Entrò cercando il disgraziato che nel frattempo era uscito dal bagno e si era nascosto in camera da letto. In bagno mio padre vide una bacinella con dentro fogli bruciati. Il marito, al quale interessava poco se io avessi dimenticato con lui perfino come si parlava in italiano corretto, aveva bruciato i miei libri e i miei diari sostenendo che era a lui che dovevo confidare tutto. I fogli di un quaderno per lui erano una minaccia, un segreto da cancellare. Io ero da cancellare.

Quando si scontrarono, marito e padre, furono pugni, urla e mio padre prese me e il piccolo e ci portò nella casa di famiglia dove mia madre attendeva senza alcuna gioia. Il suo progetto era fallito. E così come aveva detto lei è la moglie che fa la famiglia e se la famiglia si sfascia è colpa della moglie. Era colpa mia.

Tra i calci in pancia e la scoperta salvifica paterna ci fu il mio parto. Festeggiato come se fosse l’avvento di Gesù in persona. Io ero sopravvissuta a notti di botte senza fine ed ero lì a vedere i parenti che addobbavano il reparto con merletti e confetti come nulla fosse. La prima notte restò ad assistermi la suocera che di bambini capiva poco. Ruppi i punti che mi avevano dato per quel taglietto doloroso tra vagina e ano che usavano fare per accelerare l’uscita della testa del neonato e mi sollevai dal letto e da lì in poi pensai a tutto io, come se lo avessi fatti da sempre. Sentivo di essere l’unica ad assumersi la responsabilità di quella creatura e non sapevo da dove cominciare per fargli da madre. Tornata a casa il marito ignorante in materia di genetica avanzò l’ipotesi che quella creatura chiara, con occhi chiari, a differenza di lui che era scuro e bruno, poteva non essere sua. Mi interrogò a lungo su chi fosse il padre, sembrava un torturatore delle SS. Mi massacrò al punto che alla fine per rabbia dissi “e va bene… pensa quello che vuoi, non è figlio tuo”. Dopo qualche giorno mio padre mi trovò in condizioni pessime. In ospedale dissero che le mie costole erano incrinate e che avevo problemi di respirazione per la pressione al diaframma.

Se non avessi temuto l’abbandono mi sarei prima resa conto del pasticcio in cui mi stavo cacciando. ma essere emotivamente fragili non aiuta per niente. In casa di mio padre non cambiò nulla. Io tornai ad essere figlia e a subire gli ordini paterni. Dopo tre mesi scappai di nuovo e tornai col coniuge. Non chiedetemi perché. La dipendenza in situazioni di violenza è una cosa difficile da cancellare. Pensavo che avrei saputo controllarlo, che in fondo sarebbe stato meglio che restare con mio padre, che comunque era il padre di mio figlio e dunque le cose si sarebbero aggiustate. Intanto il coniuge mi aveva chiesto scusa, aveva detto che non l’avrebbe più fatto. Consapevolmente ora penso che volevo solo sfruttare quell’occasione per scappare dalla padella alla brace perché non sapevo dove andare.

Durò poco. Cercai di fare la brava moglie e madre. Mi adattai il più possibile comportandomi e abbigliandomi da signora. Poi arrivava lui e mi picchiava perché avevo steso i panni in balcone indossando la vestaglia e sotto c’era un tale che guardava. Oppure mi picchiava perché per arrotondare sparsi la voce e davo lezioni private a chiunque. Facendo tutti i lavori possibili che c’erano da fare in casa ottenni di poter scrivere di notte e mi dedicai ad una tragicommedia che i miei alunni volevano recitare in parrocchia. Roba tosta, sulla mentalità di paese, sul giro di droga che stava devastando tutti, sulla guerra di mafia. In quella storia misi tutto il mio vissuto, strappai risate al pubblico raccontando le manìe sulle voglie in gravidanza, pensai a quando mia suocera mi infilò a forza uno spicchio d’aglio in bocca solo perché avendolo visto ne avrei provato il desiderio. Scrissi della violenza domestica e di molte altre cose e il risultato fu che dopo la Prima il parroco non volle più fosse rimessa in scena. Troppo cruda, disse. Troppo cruda.

Dopo un po’ il marito cacciò via di casa i miei studenti, ne era geloso. Poi mi impedì di uscire chiudendomi in casa. Mentre non c’era mi chiusi dentro. Pensava di avermi imprigionata e non sarebbe potuto rientrare. Si arrampicò fin sul balcone, ruppe la porta finestra mentre io restavo abbracciata alla creatura ripetendo “non aver paura, non aver paura”. Si scagliò contro di me, mi gettò a terra e strinse il collo fino quasi a strangolarmi. Mi svegliai sentendo le urla infantili e poi vidi che mio marito aveva le mani in faccia e piangeva pensando che mi aveva uccisa. Lo cacciai via, andai a prendere la creatura in braccio e poi cacciai il marito fuori di casa. A quel punto, decisa a chiedere il divorzio, nonostante lo stalking e le minacce del mio ex, io restai a vivere lì, finché mi fu possibile, facendo ogni lavoro per pagare l’affitto e nutrirci. Nulla più mi avrebbe spaventato, dicevo. Sono sopravvissuta. Sono ancora viva. Ancora. Viva.

Eretica Antonella

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