Culture, R-Esistenze, Storie

Le preghiere non ci salveranno

C’è stato un tempo in cui in Sicilia si adorava il Dio Vulcano. Erano giorni segnati dalla concretezza, si pregava per qualcosa di tangibile: evitare il disastro. Poi qualcuno decise che la religione doveva restare al servizio dei potenti: incantare i possibili dissidenti, scoraggiare i ribelli, stigmatizzare la disobbedienza civile. Coltivare la propria spiritualità poteva essere un bene, metterla al servizio di chi la piegava, con colpevolizzazioni e indulgenze, al volere di ambizioni terrene non poteva che essere un male.

Qualcuno svelò che la religione poteva sembrare l’oppio dei popoli, ma se non si guarda al mondo diviso solo tra bianco e nero la vera questione riguarda il rispetto per la spiritualità di ciascuno e la condanna per chi imbonisce ogni anima per farle dimenticare sete di giustizia e lotte per i diritti e orientare le fatiche verso fanatiche letture della quotidianità.

Con l’isola in procinto di sprofondare si vedevano due fazioni religiose separate: una intendeva convincere i fedeli che se anche non sarebbero stati condotti verso la salvezza terrena, se non avessero ottenuto il permesso di evacuare, avrebbero di certo potuto trovare spazio nel paradiso celeste. Se c’è chi dice che quando soffri la fame, sei sfruttato, rischi di crepare per le condizioni terribili in cui vivi, in realtà devi mostrare calma, volontà di perdono, perché la vera salvezza ti sarà garantita nell’al di là, a te non verrà più in mente di svegliarti e lottare per ottenere maggiori e più equi diritti quando sei in vita. Religiosi che ti impongono di non disturbare i padroni che ti sfruttano sono certamente dalla parte di quei ricchi stronzi che potranno evacuare meglio e prima di te.

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Sorveglianti

Fin dai tempi più remoti i ceti superiori corrompevano alcuni esseri inferiori al fine di preservare il proprio potere. Il compito di quelli che venivano illusi di far parte di una classe media era quello di difendere unicamente i privilegi di chi guardava il mondo attraverso lenti ampie, dall’alto di un attico e della propria elevata funzione ereditata da nonni, padri, comunque gente arricchita grazie al sudore degli altri condannati a raccogliere polvere e umidità in un seminterrato.

La società non aveva realmente subito una qualche evoluzione. Ricchi assoldavano poveri affinché reprimessero rivendicazioni e dissenso espressi da altri poveri. Il messaggio era chiaro: se non usi toni compiacenti coi potenti, se non ti schieri e non li lasci a godersi tutto ciò che ti rubano, infine vorranno la tua testa. Serve che tu sappia che se resti in vita, a esercitare qualche marginale mansione, a illuderti di avere voce in capitolo sulle decisioni che pure ti riguardano, a sognare di poter raggiungere vette che inseguirai invano, scivolando lungo pareti rigidamente verticali nonostante tu abbia tentato di graffiarle, le unghie spezzate, il sangue profuso dai polpastrelli, se puoi tentare e in ogni caso fallire lo devi alla pietà dei ricchi.

La questione è più complessa di così: ai ricchi servono i poveri affinché possano accrescere la propria ricchezza. Perché i poveri sono mano d’opera, operai, lavoratori a basso costo, schiavi utili per far girare l’economia di ogni Paese. I poveri sono anche consumatori, vengono elogiati se nonostante il basso stipendio osano chiedere un prestito non tanto per sopravvivere ma per ostentare uno stile di vita che non potranno mantenere a lungo. Ai poveri si chiede anche di fare molti figli per rifornire i ricchi per le proprie necessità: altri guardiani, soldati, operai, schiavi.

Una società apparentemente egualitaria lascia intravedere la possibilità di formare sindacati, di poter accedere all’istruzione per migliorare la propria sorte. A ben guardare i sindacati sono deboli, alcuni collusi coi ricchi, gli operai che si ribellano vengono picchiati, le proteste sedate, il dissenso criminalizzato. A ben guardare per poter studiare servono prestiti universitari, rette altissime, alloggi dagli affitti stratosferici, spese quotidiane sempre eccessive.

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Flussi di immigrate per servizi familiari

Tra le donne in menopausa venivano selezionate quelle che avevano ben interpretato il proprio ruolo in famiglie eterosessuali, avevano generato prole e si erano prese cura di marito e figli. Questa l’unica possibilità di evacuazione per le signore il cui utero era diventato ormai inutile per la comunità.

Quando nella terraferma fu decretato lo stato di emergenza e fu eretto un muro per bloccare chiunque fuggisse dalla Sicilia senza rispondere ai requisiti necessari, il governo varò il decreto flussi in cui si restringevano le ammissioni solo alle donne che volevano prendersi cura di altre famiglie, di malati, uomini, vecchi, bambini.

I flussi furono stabiliti per rinominare la tratta delle schiave e fu così che Samira si trovò bloccata in un lager sulla costa già in gran parte sommersa, prima che la Sicilia sprofondasse del tutto. Il lager aveva una duplice funzione: l’intensa selezione delle signore da autorizzare per la migrazione e la sorveglianza delle loro peculiari personalità affinché nessuna infiltrata contraria al sistema eteropatriarcale sfuggisse al loro controllo.

Quando spiegarono a Samira che per sopravvivere doveva fingere di essere un po’ scema e completamente dedita ai lavori di cura lei mosse il capo, un ricciolo grigio scivolò sulla sua fronte, osservò gli abiti che indossava e disse a se stessa che poteva farcela. Avrebbe potuto cambiare aspetto, invecchiarsi un po’, sembrare meno minacciosa, meno intelligente, meno tutto. Superò il primo esame e fu ammessa nel lager e già questo le era sembrato un successo.

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Fiamme e corpi non conformi

L’organizzazione per condurre in salvo le persone da evacuare subì un grosso arresto per via della difficoltà ad individuare gli impostori che volevano spacciarsi per riproduttrici e riproduttori utili nelle famiglie etero. Di tanto in tanto i valutatori di efficienza riproduttiva scovavano una lesbica o una persona trans. Era un compito assai complesso quello del valutatore. Trovare i trasgressori non era da tutti. Serviva una grande dose di capacità di osservazione e un occhio allenato in anni e anni di tirocinio presso le assemblee omofobe dei corpi speciali anti-gender.

Uno dei valutatori si distinse particolarmente nell’attività di deterrenza che scoraggiava lesbiche e trans dal volersi presentare ai raduni per accedere all’evacuazione. Egli volle dare l’esempio condannando al rogo una lesbica e una trans.

Situate in pali su cataste di legno alle due estremità delle zone di accesso, i loro resti avrebbero così accolto e disilluso chiunque avesse avuto voglia di prendere per il culo i valutatori.

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Culture, R-Esistenze, Storie

Intrappolati

Quando la Sicilia stava per sprofondare e i fumi delle eruzioni vulcaniche avvolsero l’isola ci fu un gran dibattito su chi ottenesse maggiori privilegi nel momento dell’evacuazione. Paternalisti che individuavano donne in età fertile per farle migrare presso famiglie in cui uomini scapoli esigevano servizi sessuali e riproduttivi si lanciarono in una campagna di promozione delle femmine sicule.

Venivano descritte come perfette schiave al servizio di mariti e figli, ottime fattrici dagli enormi allattanti seni. Le radunarono ai confini dell’isola, in un ambiente controllato affinché fossero visitate e venisse loro concesso il marchio utile per l’ammissione nella terra ferma.

D’altro canto si formò una banda di sabotatori che affermavano di non poter sopportare la discriminazione cui erano sottoposti a causa di quelle donne. Dicevano che le donne erano semplicemente avvantaggiate da ciò che tenevano in mezzo alle gambe e che i maschi subivano di tutto pur di poter oltrepassare lo Stretto.

Per punirle le rapivano e stupravano perché portassero in grembo un figlio erede della spavalda combinazione di geni maschilista altrimenti estinti. La pulizia etnica si svolgeva con la stessa convinzione buona per fanatici dell’ultima ora. Quei maschi giuravano vendetta contro le donne che gli avrebbero soffiato il posto e dando sfogo a perversione e violenza le sfiguravano perché infine non venissero scelte in alcuna fase dell’evacuazione.

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Antiautoritarismo, Culture, R-Esistenze, Storie

Figli dei vulcani

Sulla Sicilia che sprofonda si realizzano voluminosi true crime. Si descrivono le interiora del disastro come si fa con qualunque produzione di pornografia.

Si dissezionano le vittime per saziare il pubblico lontano. Pietra dello scandalo è la presenza di zombie che in prossimità delle eruzioni risorgono inebetiti da terremoti e tsunami. I gas emessi nel corso delle eruzioni generano cenere vulcanica portatrice di un virus sopito che rende le persone non-morte per nulla fameliche. Non sono preda di istinti cannibalistici, non risorgono per diventare protagonisti di un horror. Gli zombie manifestano una rara gentilezza, indossanno di frequente un fiore tra i capelli realizzato con metallo o legno, porgono una mano salvifica a coloro che hanno bisogno di aiuto.

Gli zombie vengono chiamati figli dei vulcani. Sono creature con emozioni di base, ingenui come bambini, con un grande senso della giustizia sociale, al punto che qualcuno discute ancora sull’eventualità che diventino tutori dell’ordine. Non c’è però alcuna utilità nell’affidare la tutela dell’ordine pubblico a chi non comprende le differenze sociali, di ceto, razza, genere, religione. Se la giustizia diviene uguale per tutti non potrà essere usata per cancellare il dissenso e reprimere ogni forma di resistenza.

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Antiautoritarismo, Culture, R-Esistenze, Storie

Sprofonda la Sicilia

I vulcani che risiedono sopra e sotto il mare, dal più grande al più piccolo, eruttano e provocano fratture, terremoti, tsunami, come mai accaduto prima d’ora. L’eruzione del vulcano Marsili ha creato spaccature di faglia che minacciano l’esistenza stessa dell’isola. Con buona pace di coloro i quali sprecano risorse per un immaginifico ponte sullo stretto ecco che l’isola rischia di sprofondare. L’annuncio è stato dato quasi in prossimità del disastro.

A questo punto vi chiedo di dimenticare i disaster movie in cui i potenti, in genere eroici e patriottici presidenti americani, cercano di salvare l’umanità. Ecco cosa succede davvero: ricchi che fuggono per primi e criminali che sbranano i più deboli. Nessuna corsa per salvare gli altri. Troppi fanno scelte spregevoli per salvare solo se stessi.

L’Europa si interroga: se i migranti non possono più essere intercettati mentre tentano lo sbarco in Sicilia, in quale luogo vorranno approdare? Così i governanti non provano neppure a varare un decreto per facilitare la richiesta di ospitalità in terra ferma da parte dei siciliani. Quel che viene deciso, solo poche ore dopo l’annuncio, riguarda esclusivamente i metodi attraverso i quali le forze armate potranno bloccare la migrazione di chiunque: siciliani senza più una casa in cui abitare e migranti di altre provenienze.

Il governo italiano decide di finanziare immediatamente la costruzione di un muro feudale e diverse strutture di detenzione per stranieri nella zona più alta della Sila. Temono che la parte più pianeggiante della Calabria possa sprofondare con la Sicilia.

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Pubblicazioni, Scrittura

La vita delle altre – un libro a cui tengo

Vi anticipo qui qualche pagina, e spero lo amerete quanto lo amo io.

Prologo

Quando ero piccola osavo chiedermi perché io ero solo io e non fossi qualcun’altra. Avrei voluto indossare i corpi altrui per saggiarne le vite, i privilegi, talvolta i dolori. Non si trattava della ricerca di una fuga, perché sapevo di dover fare i conti con me stessa, ma la vita altrui mi incuriosiva, per il bagaglio di conoscenze che possedeva, per l’esperienza da devolvere, per esercitare una mimesi umana che mi lasciasse informe, senza genere, obblighi e ruoli sociali. Così cominciai a pensare ad un modo per proiettare la mia coscienza nei corpi delle altre. Infine vi riuscii, non senza sofferenza e sacrificio, perché ogni viaggio aveva effetti collaterali. Riportavo indietro pensieri non miei, abitudini mai avute prima, con le conoscenze delle altre raccattavo anche la loro immondizia, i segreti celati, le violenze subite. Pensavo che le vite altrui fossero migliori della mia. Mi resi conto che non era affatto così. Per arrivare a questa conclusione però dovetti osare molto e sacrificare parte di me stessa. L’ultimo viaggio mi impediva di tornare indietro, perciò dovetti uccidere colei che mi tratteneva. L’esercizio di dominazione tra una coscienza e un’altra poteva avvenire in modo involontario. In quel caso lei voleva intrappolarmi, dunque mi liberai. 

La vita delle altre è disponibile ora in ebook. Potete trovarla Qui.

Disponibile anche in cartaceo QUI

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Le Pazze, R-Esistenze, Scrittura

Le Pazze – ottavo capitolo

Scrittura per la libertà. Continua da QUI. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


8

Ci ritrovammo in piedi, a Piazza Marina, tra Corso Vittorio Emanuele e Porta Felice, a Palermo. Non c’erano carrozze, quindi potevamo escludere di essere nel passato. Non c’erano neppure automobili né la normale ressa attorno al negozio che vendeva pane con la milza. Tutto era chiuso. Forse era troppo presto per fare il conto con un possibile futuro palermitano, ma era il mio ambiente. Finalmente ero nel mio elemento naturale. Un luogo di cui conoscevo quasi tutto, incluse le follie sparse un tanto al grammo, per ogni singolo abitante. Noi non avremmo fatto eccezione. Saremmo state un po’ com’erano tutti. Bastava solo adeguarsi e tentare di non apparire troppo strane. Le altre, fiorentine, assieme a Cecco, guardavano i dintorni con meraviglia. Non sapevano nulla della mia città natìa. Se Firenze era stata costretta a tornare agli orti e alla pesca, Palermo sarebbe stata in preda alla siccità e agli acquazzoni di ottobre. Non sapevo come potevamo cavarcela. Quello che riuscivo a vedere erano strade vuote e suggerii di avviarci per percorrere il centro storico. Salendo per la Vuccirìa, poi Ballarò, poi a destra per andare verso il teatro dell’Opera e continuando per Piazza Politeama.

Deviammo verso il quartiere del porto, a Borgo Vecchio, passando per il mercato ancora chiuso e tentando di raggiungere il mare. Restammo fermi vicino ad un chiosco che da quel che ricordavo vendeva angurie a fette. Era difficile stabilire in che modo il futuro di Palermo si fosse sviluppato. Sembrava una città abbandonata, il sole alto, era mattina o l’ora della pennichella. Non riuscivo a capire. Consigliai di tornare indietro, vicino al Teatro Massimo. Forse si sarebbero fatti vivi i turisti e i carretti siciliani in bella mostra. Potevamo incontrare il tizio che vendeva la grattatella, ghiaccio e limone. Pensare alle cose buone di Palermo mi faceva veniva l’acquolina in bocca. Poi un tale si avvicinò e osservando le nostre divise da lavoro fiorentino condensò il suo parere in un “minchia” di benvenuto. Si chiamava Totò e disse che per dei turisti come noi avrebbe fatto volentieri da guida. Risposi che non eravamo turisti e che ero palermitana anch’io. Voleva spillarci dei quattrini ma quando udì il mio accento si tirò indietro e provò a consigliarci.

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Comunicazione, Critica femminista, Culture, La scrittura delle donne, Pubblicazioni

La scrittura delle donne è ora un libro

Eccomi: Ho deciso di aggiungere un bel po’ di capitoli, con note a pie’ di pagina e farne un libro. Lo trovate QUI in versione ebook e QUI in cartaceo. Spero vi piacerà. Nel frattempo continuo a scrivere di Pazze e corpi colonizzati.

Un abbraccio a tutti e tutte 

Eretica Antonella

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Antisessismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Salute Mentale

Alla moglie dello scrittore: Ti prego, scappa!

Ho sognato uno scrittore conosciuto a Palermo, che mi invitava in casa a prendere un caffè. Una casa antica, di quelle che raggiungi attraverso scale di pietra e marmo, con le volte in corrispondenza dei pianerottoli. La casa aveva tetti alti, si trovava nei pressi di Ballarò, a servirci il caffè però non fu lui ma una donna. Lui mi parlava della sua maniera moderna di vedere le cose e poi si faceva servire da una donna che allontanò come se non fosse all’altezza di assistere alle nostre conversazioni. Lei aveva da fare, si giustificò lui, deve rassettare. Lui evidentemente non l’aiutava. Quella grande casa, vanto per lui e prigione per lei, la quale uscì in fretta e poi tornò con i cannoli freschi comprati chissà dove. Le dissi di sedersi, volevo parlare con lei, e lui ne fu offeso, come se il suo prestigio ne fosse offuscato, uno scrittore che mi concede di incontrarlo e io presto attenzione alla sua cameriera. Le chiesi se era felice e cosa pensava delle cose scritte dal marito e lei con dovizia di particolari tratteggiò un’opinione frutto di una complessa osservazione del lavoro che veniva svolto mentre lei serviva caffè e cannoli.

Lui l’artista e lei la serva che gli permetteva di poter scrivere senza pensieri di sorta. Le dissi che scrivevo anch’io e mi sarebbe piaciuto ascoltare la sua storia e lei con modestia disse che non era nulla di importante, la sua fortuna era stata quella di conoscere un uomo d’arte, il petto dell’artista si gonfiò con orgoglio, la moglie stava ricucendo un abito proporzionato alle nuove misure, sapeva come mercanteggiare e vendere il prodotto del marito. La venditrice era lei, lui solo un innocuo manutentore con la divisa d’ordinanza da intellettuale che indossava per averla ereditata dai genitori. La donna si comportava come si comporta ogni madre di famiglia siciliana che io abbia conosciuto. Non ne avevo mai vista una che solleticava tanto l’ego del marito, nonostante lui non facesse un cazzo in casa. La vera artista era lei e lui colse il mio pensiero sebbene io continuassi a discutere dei suoi progetti e di come egli aveva tratto spunto da fatti storici per determinare una narrazione sconclusionata sui fatti siciliani. Gli dissi che non mi intendevo di storicità, preferivo la fantascienza, ad esempio quella in cui un uomo portava il caffè alla donna intenta a scrivere un libro e mi chiedevo se mai mi sarebbe stato permesso di immaginare una visione simile, fuorché in situazioni nobiliari, come spesso accadeva alle scrittrici conosciute siciliane.

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Culture, Recensioni, Satira, Scrittura

Il rombo di Gunter Grass

Dopo aver letto un sacco di libri di fantascienza ho deciso di riprendere in mano dei libri che avevo letto quando ero adolescente. Non erano libri semplici ma mi piacevano e probabilmente non ne compresi il senso appieno ma leggevo di tutto e quindi mi era capitato anche di leggere di Gunther Grass. Oggi ho finito di leggere anzi di rileggere La ratta che parla di un futuro post apocalittico in cui solo i ratti sopravviveranno agli uomini che faranno di tutto per autodistruggersi. Nel romanzo c’è questo dialogo ipotetico tra un uomo che rimane intrappolato nello spazio e assiste alla fine della terra ma è in comunicazione con un ratto che gli spiega esattamente come sono andate le cose. Io non so se conoscete questo autore che peraltro è anche un premio Nobel ma il suo modo di scrivere è complesso e lui utilizza un sarcasmo che è veramente micidiale e che gli è costato parecchio perfino l’emigrazione quando pubblicava testi che contestavano tutto quello che aveva fatto la Germania e i modi autoassolutori che i tedeschi impiegavano culturalmente per rimuovere tutto ciò che avevano fatto di sbagliato. Una delle basi culturali della Germania che lui prende perennemente per il culo e quella fondata sulle favole dei fratelli Grimm che secondo lui sono assolutamente antifemministi, misogini, continuando a proclamare l’idea dell’esistenza di una vecchia strega la cui fine è quella che piaceva tanto a certi nazisti: ovvero bruciarla nel forno. Sto rileggendo adesso Il rombo che è una satira feroce delle faccende relative allo sviluppo storico e culturale del patriarcato e con sarcasmo narra di un pesce che dal neolitico in poi usava dare consigli ad un pescatore per portare avanti la causa della virilità maschile. In epoca più moderna il pesce si rende conto che questi uomini continuano ad essere dei frignoni e a portare alla rovina ogni loro piano e decide di schierarsi dalla parte opposta facendosi catturare da tre femministe che non accettano i suoi consigli paternalistici per un presunto ritorno in auge del matriarcato ma lo sottopongono, assieme ad una enorme schiera di gruppi femministi, ad un processo esilarante in cui si ripercorre la storia di uomini dipendenti dalla prima donna descritta con tre seni e la storia successiva in cui le varie fazioni femministe tentano di capire se solo la trisenita’ potrà dare valore al matriarcato. Non si riduce ovviamente tutto a questo ma c’è una descrizione veramente divertente sul mondo variegato femminista e sul paternalismo bieco di certi consiglieri che per l’appunto meriterebbero un processo invece che l’ascolto. Non posso descrivervi tutto perché l’uso delle parole così come la descrizione di ogni cosa per questo scrittore è veramente unica ma posso dirvi che rido da stamattina e ancor di più rido leggendo questo ulteriore libro che vi consiglio augurandovi una buona serata.

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Comunicazione, Culture, Personale/Politico, Pubblicazioni, R-Esistenze, Scrittura

Fantascienza e malattia mentale

Immagino saprete che la maggior parte degli scrittori che scrivono di fantascienza abbiano problemi mentali. Alcuni tentarono il suicidio altri prendevano pasticche e alcol ed altri ancora si consumarono nella depressione trovando in essa una sorta di risorsa che forniva immagini che venivano poi descritte talvolta in maniera ossessiva, ripetute da un libro all’altro, talvolta diventavano reali intuizioni su ciò che sarebbe avvenuto nel futuro. In tempi nei quali lo stigma sulla malattia mentale obbligava questi autori a restarsene per conto proprio, mietendo vittime nelle loro relazioni, una donna dopo l’altra, essi sviluppavano una visione che diventava la traccia sulla quale avrebbero sviluppato le trame di un romanzo. Anche autrici o autori che scrivevano generi differenti soffrivano talvolta di malattie mentali e la scrittura diventava per loro il modo di osservare il mondo attraverso una lente diversa. Riuscivano a percepire ciò che altri non vedevano. Le donne soprattutto raccontavano la propria realtà o quella dei propri personaggi riuscendo a favorire una reale evoluzione culturale che solo in seguito poi sarebbe stata riconosciuta e premiata. La loro lungimiranza veniva considerata una stranezza, il disagio di vivere il presente diventava il modo di proiettarsi nel futuro. Non serve effettivamente avere una malattia mentale per riuscire a scrivere la trama di un romanzo ma per gli scrittori che sono stati i miei riferimenti per tanti anni evidentemente aiutava. Li aiutava a interferire in una realtà normalizzata con spunti visionari e inimmaginabili.

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Culture, Pensieri Liberi

Cosa succede dopo che hai finito di scrivere il tuo libro?

Mi è stato chiesto di parlarne e vi dico quello che so sulla materia. Non sono una professionista ma vi spiego quel che so sul mondo editoriale. Su quello che si intende per correzione bozze e per l’editing, sull’impaginazione, la grafica e la copertina.

Se hai scritto il tuo bel libro, dopo aver fatto le correzioni che ti suggerisce il tuo programma di videoscrittura, hai alcune possibili opzioni. La prima: componi due cartelle con una sinossi e descrivi in alcune pagine la trama del libro e perché dovrebbe interessare quella tale casa editrice, se conosci un indirizzo mail cui postare e se la casa editrice è aperta ad accettare manoscritti. Non spedire il manoscritto per posta tradizionale perché cestineranno tutto. Il cartaceo non funziona. Invia e attendi. Se dopo sei mesi non ti rispondono significa che non gli piace e devi considerarlo un no. Ci sono case editrici che ti chiedono dei soldi per editing o analisi del testo. Non è detto che lo apprezzeranno ma ad un determinato costo ti diranno cosa c’è di giusto o sbagliato nel testo che hai scritto. Mi raccomando di analizzare sempre i cataloghi delle case editrici e di capire se il tuo testo è compatibile con le loro pubblicazioni.

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Comunicazione, Personale/Politico

Come scrivere un libro

Mi hanno chiesto come faccio a scrivere un libro e non avendo alcuna presunzione in materia posso solo dirvi come faccio io. Quello che faccio è cominciare a ragionare sulla storia che prima di scriverla conosco dal principio alla fine. Andare avanti inventando e senza conoscere la conclusione in genere mi ha portato a scrivere contenuti dispersivi che volgevano verso finali che non riuscivo più ad immaginare. Perciò devo conoscere la storia nel dettaglio, immaginando di averla vissuta, come se mi appartenesse e quando scrivo diventa un resoconto di memorie che va arricchita a seconda dello stile che scegli. Puoi scrivere in prima persona, al presente o al passato o in terza persona. Ho sperimentato diversi stili, perché fin da bambina dopo aver letto un autore riuscivo ad imitarli fino a quando non ho trovato il mio, caratteristico del mio modo di essere e sentire. Uno stile non è solo una faccenda di punteggiatura e di sintassi ma è la maniera in cui tu offri a chi legge l’argomento che hai scelto di trattare e per me è fondamentale giacché la mia scrittura non è scissa dall’interesse politico, personale e sociale. Non è arte per l’arte ma un modo per raccogliere un filo e offrirlo ad altre persone che potranno poi condividerlo ancora, per tessere una trama di esperienze vissute.

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