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L’antirazzismo è una questione femminista

qualcuno scrive dicendo che saremmo “fissate” con la questione dei migranti. vorrei raccontare una storia che probabilmente molt* conoscono già.

mussolini al governo giurò di regalare benessere agli “italiani”. facilmente conquistò consenso perché nei momenti di crisi economica, quando la gente è precaria e povera, gli autoritarismi si affermano con facilità. pur di ottenere quel presunto benessere, rimpiazzato con spese per guerre e colonizzazioni che nessuno aveva mai richiesto, gli “italiani” ficcarono la testa sotto la sabbia mentre le donne facevano la fila per donare le fedi nuziali e altri oggetti d’oro utili alla patria. mentre mussolini faceva video di propaganda in cui teneva in mano la pala su terreni da coltivare che non furono mai consegnati ai poveri. mentre veniva confiscato gran parte del racconto di grano e altri beni di prima necessità. così gli italiani furono indifferenti al licenziamento degli ebrei e alla confisca dei loro beni, pensando che lavoro e beni sarebbero stati consegnati agli “italiani” (gli ebrei non erano forse italiani?). i nostri connazionali furono indifferenti alla deportazione di molte persone perché a loro bastava la promessa di un presunto benessere. welfare ed economia furono basati sul lavoro di cura delle donne così come accade ancora oggi. venne impedito l’aborto e istituito il premio alla migliore madre della patria, quella che faceva più figli italici – spesso chiamati “Benito” o “Italia” in onore al duce e alla nazione – da mandare in guerra. la famiglia imposta era quella tradizionale e gay e lesbiche finirono per essere perseguitati e deportati come anche le varie persone dissenzienti che avevano già capito e che per fortuna costituirono l’asse culturale che portò alla resistenza partigiana. i posti di lavoro erano destinati ai maschi, salvo che i poveri venivano chiamati nell’esercito e crepavano per i fanatismi dei fascisti. le camicie nere facevano razzie in ogni luogo e incutevano terrore, altro che benessere. chi non voleva tesserarsi al partito o arruolarsi veniva arrestato e nel bel mezzo delle persecuzioni finiva alla fucilazione.

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DULCIS IN FUNDO – L’Intersezionalità ai tempi dello specialismo

di Monica Scafati

La verità è che ognuno parla da solo, o a una platea scarna, perché ognuno ritiene di potersi esprimere senza avere minimo conto di quanto hanno detto gli altri. Ogni esternazione risulta in questo modo autoreferenziale, e non c’è modo di produrre discorso. I fattori possono essere molti, e lo sono di fatto. Mi interesserebbe attardarmi a prenderli in esame, ma se ci si permette di soffermarsi in qualche dove prima di arrivare al punto si è già cestinati. La questione è il punto, non ciò che tra punto e punto si inscrive, nonostante la brevità sia diventata un problema, che lo si ammetta o no. La brevità, prodotto necessario della velocità, della concitazione, e soprattutto -magari paradossalmente- dell’abbondanza.
Ognuno dice, scrive, si esprime, e si attesta in uno spazio che può esser piccolo, grande, o variabile, e in quello spazio proprio detiene ragione e verità. Il mondo è tutto in rete, tutto e tutti in un paio di click.

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Io musulmana, femminista, queer e quelle “femministe” che vorrebbero “salvarmi”

di Sveva Basirah

È dura essere una velata, specialmente per i forcaioli salviniani di turno, se poi sei una femminista islamica (per di più convertita, sacrilegio) sei tra la pressa dell’haram police, ovvero i musulmani rigidi e giudicanti, e tra gli increduli bigotti o i fasci della domenica che ti additano come traditrice della patria. La “categoria” che mi fa più rabbia, però, è quella delle/dei femminist* che invece di supportarti, visto che come donna musulmana, nativa e/o di origini straniere o straniera, velata o meno, magari pure queer, quindi ulteriormente discriminata, cerca di affossarti, di liberarti perché “sei oppressa“, perché la religione fa schifo e perché “è patriarcale e non si cambia”.

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Le femministe irlandesi dicono no alle Terf: “non siete le benvenute” a Dublino!

Qui l’articolo in lingua originale. Traduzione di Isabella e Antonella.

I collettivi femministi irlandesi e oltre 1000 individu* hanno firmato una lettera aperta rivolta alle Terf’s (Femministe radicali trans escludenti) britanniche, le quali hanno organizzato un evento a Dublino, dicendo loro che non sono le benvenute.

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#Transfobia che opprime: ma è una ragazza quella? E a te che importa?

Lei scrive:

Questa mattina mi sono svegliata tranquilla e di buon umore e mentre stavo facendo colazione e ho letto un messaggio che mi è arrivato da mia mamma:

“Stamattina ti va di andare a fare un po’ di compere di natale dopo le commissioni?”

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Quel ridicolo picchetto antiporno di Gloria Steinem

La femminista radicale Gloria Steinem ne ha fatta un’altra delle sue. Ha fatto interventi in favore della candidata Hillary Clinton, è una figura filo-istituzionale, ha fatto visita al centro contro la tratta gestito da una falsa vittima di tratta (vedi Somaly Mam), si accompagna volentieri ad alcune sopravvissute della prostituzione (quella la cui iniziativa a Roma è diventata un luogo escludente per le sex workers che volevano dire la propria) tuonando contro i/le sex workers che vendono servizi sessuali per scelta, è anche una Terf [a, b, c, d, e,] (femminista radicale trans escludente) che solo di recente ha ambiguamente, senza poi rimettersi tanto in discussione e solo dopo una petizione contro le sue affermazioni, chiesto scusa alle persone trans offese ripetutamente nel corso della sua carriera femminista, è una antiporno che vittimizza tutte le donne a prescindere dal fatto che le dicano che lei non rappresenta tutte quante.

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Il femminismo NON è una religione

 

La cosa grave delle interpretazioni fondamentaliste e dogmatiche di ogni parola che scrivo è che codeste interpretazioni, che tali sono e restano, impediscono un dibattito reale. oppongono intolleranza e normatività alla laicità e al rispetto per l’autodeterminazione delle persone. a conferma di ciò basta seguire il semplicistico e mediocre sillogismo medio della donna o dell’uomo (paternalisti e vittimizzanti entrambi):

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