Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Precarietà, R-Esistenze

“La mia datrice di lavoro manifesta e io le tengo i bambini”

Articolo in lingua originale QUI. Traduzione di Antida del gruppo di lavoro Abbatto i Muri.

Donne immigrate, sprovviste di statuto legale, manifesteranno il 14 giugno. Porteranno con sé delle forme di cartone in rappresentanza di tutte coloro che non potranno partecipare.

di Gabriela Cabre

“La mia datrice di lavoro manifesta e io le tengo i bambini”

Nonostante i rischi, delle donne immigrate manifesteranno il 14 giugno. GCE

UGUAGLIANZA

Durante lo sciopero del 14 giugno, una trentina di forme in cartone di colore viola verranno portate da donne immigrate e da militanti del CCSI (centro di contatto Svizzeri-immigrati) e del SIT (sindacato interprofessionale delle lavoratrici e dei lavoratori). Coloro che saranno presenti alla manifestazione porteranno i messaggi di chi, invece, non potrà parteciparvi perché manifestare rappresenta per loro un rischio particolare: quello di essere scoperte dalla polizia o riconosciute dai datori di lavoro. Queste donne si sentono invisibili e dimenticate persino dai movimenti femministi, quando invece il peso del patriarcato ricade su loro. Romina, Andrea* e Senait*, tre donne immigrate la cui situazione non è regolamentata, testimoniano per il quotidiano Le Courrier.

Un contributo ben accetto

Lo scorso febbraio, il CCSI ha creato un gruppo per incoraggiare le donne immigrate a condividere le loro preoccupazioni e rivendicazioni in vista dello sciopero del 14 giugno. “D’altra parte, l’80% dei fascicoli individuali di cui l’associazione si occupa è a nome di donne, per la maggior parte madri di famiglia”, spiega Marianne Halle, responsabile comunicazione dell’organizzazione. Un’occasione che Romina ha afferrato al volo per partecipare attivamente all’organizzazione dello sciopero. “Mi si è aperto un mondo davanti dopo aver saputo dell’esistenza di questo gruppo”, racconta.

La maggior parte delle donne immigrate si ritrova a svolgere attività di assistenza alla persona, come il baby-sitting o il sostegno agli anziani, e di lavori domestici, segnala il CSSI. Un contributo senz’altro apprezzato dalla Svizzera, che tuttavia va a scapito delle lavoratrici, colpite in pieno dalle discriminazioni legate al genere e alla divisione “per sessi” del lavoro. “Non possiamo aspirare ad altro”, dichiara Andrea.

Le condizioni di lavoro in questo settore sono precarie, con orari irregolari, salari bassi e senza copertura in caso di malattia. Senza contare che spesso queste donne hanno figli a carico. È il caso delle tre testimoni, tutte madri. “Al carico fisico e mentale del doversi occupare degli altri si aggiunge quello emotivo legato al nostro essere madri” sostiene Andrea.

Dopo aver lavorato per dieci anni come cuoca in Svizzera, Senait ha seguito dei corsi di formazione per diventare infermiera. Nonostante le diverse esperienze di tirocinio, non riesce a trovare lavoro. Nessun datore di lavoro vuole assumerla, sebbene adesso abbia anche preso la patente. La situazione le pesa. “A volte mi vergogno di raccontare la mia situazione. Sono qui da più di vent’anni e non ho nulla”, testimonia con una certa emozione. La sua rivendicazione principale per il 14 giugno? “Essere ascoltate”. Tutte si sono sentite sole nel corso degli anni d’esilio. Ritrovarsi per condividere una causa comune e le relative rivendicazioni ha permesso loro di sostenersi a vicenda e di parlarsi. La speranza è che nasca una rete di mutuo aiuto per donne immigrate. “Una sorellanza”, sottolinea Romina.

Dimenticate dalle femministe

Una sorellanza che non ritrovano del tutto nei movimenti femministi : “le altre donne ci hanno dimenticate”, dichiarano. Ricordiamo tuttavia che, tra le 19 rivendicazioni dello sciopero del 14 giugno, quelle delle donne immigrate si posizionano tra le prime. “Grazie al nostro lavoro, altre donne hanno la possibilità di trovare un impiego, di fare carriera. Vogliamo un reale accesso alla giustizia”, si legge nelle rivendicazioni. Nonostante tutto, le donne immigrate sentono di essere state lasciate da parte a lungo.

In un manifesto che auspica un femminismo intersezionale, Romina interpella le militanti di oggi: “l’8 marzo le donne europee sono scese in strada a manifestare, lasciando tuttavia le loro impiegate a rimpiazzarle ‘nei loro compiti abituali’”. Secondo loro, alcune donne non si accorgono dei propri privilegi e hanno dimenticato le immigrate. “Voi che marciate per l’uguaglianza, ricordatevi che neanche noi ce l’abbiamo”, aggiunge Andrea. Nonostante i rischi, Romina, Andrea e Senait manifesteranno il 14 giugno. “Non avrò i documenti, ma ho delle opinioni”, sostiene Andrea. “L’unica cosa con cui possiamo difenderci è il nostro corpo”, aggiunge Romina.

Le rivendicazioni delle donne immigrate per il 14 giugno sono molteplici. Riguardano tanto la loro condizione di illegalità quanto le forme di molestia e abuso derivanti dalla precarietà del loro status. Il movimento di denunce si fa più democratico, ma le immigrate e le clandestine non possono rivolgersi alla polizia. Condannate al silenzio, pretendono una legislazione che le protegga dalle molteplici forme di discriminazione di cui sono vittime. Allo stesso modo, premono per delle condizioni di lavoro decenti, per un accesso ad aiuti finanziari. Infine, invitano le autorità a riflettere su prospettive di immigrazione legale e sulla regolarizzazione del loro status.

*nomi di fantasia

 

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