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Storia di L.: nessun@ ti dà niente per niente

Non ho chiesto di nascere ma desidero continuare a vivere, nonostante tutto. Ringrazio chi ha letto la mia storia e ha inviato messaggi di solidarietà. Mi fanno bene, non sapete quanto. Mi danno la forza di alzarmi la mattina, pettinarmi, docciarmi e uscire per ricominciare. Sono andata ad aiutare una persona amica che aveva bisogno di una mano per spacchettare i pezzi del trasloco. Anche lei non sta benissimo economicamente ma ha un lavoro e questo fa la differenza. Si è trasferita in una casa più piccola, di una stanza e accessori vari, per risparmiare. Stava in affitto e quando mi ha chiesto se volessi trasferirmi in una casa da affittare in due ho detto di no. Non so davvero come potrei contribuire dato che non ho entrate sicure e non ho un lavoro.

Mi sono concessa un’uscita con un tizio che mi corteggia e che mi chiede sempre se non ho intenzione di sposarmi, ma io non voglio, è un’esperienza già vissuta ed è andata malissimo. E’ troppo tardi per ricominciare, specie se spinta da necessità economiche e da una richiesta che arriva da una persona che in realtà ha solo paura della solitudine.

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#Breastaurant: della vittimizzazione moralista delle cameriere “spogliate”

Illustrazioni di Paola Bianconi e 5vmart (https://www.facebook.com/5vmart/?fref=ts)

Illustrazioni di Paola Bianconi e 5vmart (https://www.facebook.com/5vmart/?fref=ts)

 

Corinna mi segnala questo articolo e mi chiede cosa ne penso. Ci sono degli “studi” che farebbero concludere a – non so – ricercatori e ricercatrici il fatto che il Breastaurant fa male alla salute delle donne che lavorano con divise scollate nella ristorazione, in pub, bar, e non so che altro. Si generalizza, basandosi su non so che inchiesta, non so su che numero di persone intervistate, non so su quali basi, saperi, sulla tesi iniziale che si desiderava avvalorare e sulla cultura che si voleva legittimare.  Già il fatto che si parli di conseguenze psicologiche sulle donne che lavorano in quei contesti, giudicando la depressione fattore che coinvolge una percentuale altissima di donne, cameriere, che espongono il corpo, mi fa comprendere che l’analisi è parecchio lontana da me.

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Due pilloline amare su Expo

di Inchiostro

Il fatto sorprendente, riguardo l’occhio dell’opinione pubblica, è che tutte le attenzioni si basano su focus passeggeri, che non durano più di uno o due giorni.
Settimana scorsa eravamo tutti indignati per la riduzione di pena all’individuo pentito o presunto tale, poi quell’indignazione è passata e, sostanzialmente, il fatto non sussiste più.

Mi ha sempre affascinato la velocità con la quale ci si dimentica delle cose. Un altro esempio è lo scandalo di Expo, tra tangenti, fondi neri e i cazzi e i mazzi. Per una settimana – parbleu! – indignazione trasversale e univoca, poi basta, poi il nulla; poi tutti in coda al padiglione del Giappone, a scrivere messaggi sul legno, lamentarsi d’essere lì e via continuando.

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Giornata dell’equità salariale: manuale d’istruzioni per l’aumento di stipendio. Per donne

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Articolo pubblicato su The Guardian. Traduzione di Sara.

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Giornata dell’equità salariale: manuale d’istruzioni per l’aumento di stipendio. Per donne

Prima di tutto, essere uomo. Ma se non fosse possibile allora smetti di mangiare. Ah, e non pronunciare mai la parola f***i

 

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Sono una sex worker e preferisco i mondi senza ipocrisie

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Sono arrabbiata, perché la vita non va come dovrebbe, perché non trovo alleati in questa mia corsa quotidiana, perché mi sento molto sola anche se so di non esserlo, perché vorrei urlare al mondo tutta la mia disperazione e invece me ne sto qui, zitta, a facilitare l’esistenza a molti senza trarne alcun beneficio. Non sono nata per fare la martire e non mi interessa godere di stima incondizionata da parte del mondo intero. Starei benissimo anche se mi insultassero dalla mattina alla sera, ma l’ipocrisia mi uccide, questo modo di fare per cui tra un mezzo sorriso e uno sguardo glaciale mi fai intuire quello che pensi di me ma non lo dici con chiarezza.

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La mestruazione è mia e la gestisco io

Menstruate with pride

L’Huffington Post pubblica una notizia ripresa dal Daily Mail, fonte britannica non propriamente eccezionale.

Entrambe le testate online si fanno i fatti di donne che hanno scelto di bloccare il ciclo mestruale per poter “favorire la carriera”. Mi scattano così mille campanelli in testa. Di donna in carriera si parla, in senso dispregiativo, quando si stigmatizza la donna che lavora e che predilige il lavoro invece che la maternità o la famiglia.

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Perché certi uomini temono ancora una donna libera?

Lei scrive:

Ciao Eretica,

sono Milena, una giovane ragazza di 26 anni. Seguo il tuo blog su fb da parecchio tempo anche se da dietro le quinte, senza mai entrare nel dettaglio commentando i post. Ammiro molto il tuo lavoro perché dai libero spazio alla gente, alle persone che per un motivo o per un altro non hanno coraggio di esprimersi liberamente con i propri cari, per paura di sentirsi incompresi, o peggio giudicati.

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Storia di F. (della bellezza e della voglia di sparire)

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Lei è una che potrebbe somigliare a tante tra voi. Vuole raccontare la sua esperienza e fornirci un importante spunto di discussione. Le sono, le siamo vicin*. Grazie a lei e buona lettura a voi!

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Ciao,
sono una ragazza di 28 anni. Sono una donna di quelle che si fa fatica a pensare possano avere problemi (ho un compagno meraviglioso, viviamo in una bella casa, sono giovane e di bell’aspetto) e ancor di più si fa fatica ad associare all’insulso stereotipo della femminista.
Sono una bella ragazza, dopo la laurea ho attraversato un periodo di disoccupazione molto pesante, che ha avuto effetti disastrosi sul mio equilibrio già fragile per altri motivi che qui sotto spiegherò.

Ho trovato un lavoro saltuario, sono una hostess…lavoro solo perchè sono bella, si suppone sia anche stupida e a lavoro molti ci provano con me (pur avendo 20-30 anni più di me e non ricevendo da me alcun invito al flirt) perchè associano il lavoro della hostess alla ragazza che è lì per compiacere in ogni modo (non so come scrivere questa parte, non vorrei sembrare moralista…sto cercando di parlare di un rapporto di potere tra manager e ragazza carina ma scema con cui si può fare tutto ciò che si vuole, tanto sta lì solo per compiacere..senza alcun giudizio in merito a lavori di altri tipi).

Ho dovuto mettere da parte il mio cervello e i miei ideali che non mi danno da mangiare e lasciare che a farmi arrivare a fine mese fosse solo il fatto che io sia giovane e bella. E poi? quando verranno le rughe? Quando mi si afflosceranno le tette?Dove vanno le fighe una volta che si appiattisce il culo e vengono le borse sotto agli occhi?

Vengo da una famiglia fortemente patriarcale, dalla quale sono scappata lontano cercando di mantenere il più possibile ogni tipo di distanza. Mia madre ha sempre pensato e detto di me che sono una tipa strana, che sono “legno storto” e non sono buona per il matrimonio, che ho la “lingua amara”, non sto mai zitta e pretendo che il mio uomo faccia cose “da donna” (cucinare, tipo). Mio padre ha sempre detto che sono inutilmente petulante e polemica, che parlo troppo per essere una figlia femmina, che anzichè andare all’università e riempirmi la testa di un sacco di baggianate sarebbe stato meglio (e più naturale) fare un corso da parrucchiera, restare nel mio paese natale, sposarmi giovane, fare dei figli e prendere casa vicino alla sua, così da accudirlo in vecchiaia.

La mia vena polemica è sempre stata motivo di forte disappunto da parte di mio padre, che ha sempre cercato di correggermi a suon di botte e cinghiate. Sono stata picchiata fino ai 18 anni, quando sono andata via di casa.

Appena andata via di casa, dopo solo sei mesi, ho sviluppato una sindrome da ansia generalizzata e problemi con l’alimentazione. A 20 anni sono arrivata a pesare 37kg e a restare immobile e terrorizzata sul letto per più di 3mesi per la paura di vomitare (emetofobia). Nessuno mi ha seguito, i miei hanno pensato bene di mandarmi da uno psichiatra che mi ha imbottita di psicofarmaci. Dopo un anno sono riuscita a farmi forza e dopo ancora un bel pò di tempo sono riuscita ad uscirne.

Dopo la laurea e la disoccupazione pesa, si è affacciato nella mia vita il fantasma del dover tornare a casa dai miei.
Ho ricominciato a non mangiare, ad aver paura di uscire, a pensare sempre e solo al vomito, ad essere fortemente depressa. Grazie al mio compagno sono ancora lontana dalla mia famiglia e vado in terapia, cerco di affrontare giorno per giorno il male che mi affligge.
Cos’è questo mostro che mi perseguita?

Dopo più di sei mesi di terapia posso finalmente dire che sì, da una parte è la situazione socio economica attuale, nella quale se hai due lauree non lavori se non perchè sei una bella figa (e da studentessa era più facile perchè a fare i lavoretti demmerda quando hai 24/25anni ti pigliano sempre), dall’altra è il non-amore della mia famiglia. L’astio che la mia famiglia ha nutrito nei miei confronti per non rispondere perfettamente all’idea che loro hanno della figlia femmina, le botte che ho preso perchè non stavo zitta di fronte ai soprusi, la costante disapprovazione per quello che dicevo, pensavo, facevo.

Il femminismo è stato per me la compagnia più dolce e rassicurante, mi ha dato strumenti utili a far fronte a tutti i momenti di incertezza, mi ha dato spunti di riflessione per trovare risposte alle domande che continuamente mi sono posta nella mia vita in merito alla mia “inadeguatezza”, è stato ed è una fortezza entro cui ritirarmi nei momenti peggiori.
A volte non basta avere intorno compagn* che ti aiutano a mantenerti salda attaccata alla tua fortezza, a volte i mostri entrano e devi combatterli. Ora sto combattendo ma mi sento forte perchè so che alle spalle ho tutto questo e che sono una donna forte e consapevole, che non può perdere.

So che ci sono molte donne (e penso ci siano anche molti uomini) in situazioni simili alla mia e per questo ho pensato di scrivere questa “testimonianza”: non sono sola, non siete sol*. Adelante!
F.

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Stuprata mentre era al lavoro. Un fiocco rosa è sufficiente a dire basta?

A Roma una donna, una tassista, è stata stuprata e derubata da un “romano” che l’ha bloccata, ne ha abusato, ha preso i soldi e se ne è andato. Stavolta nessuno può cercare scuse, non si può dire che era lei ad adescare, il che non significa proprio niente perché uno stupro è uno stupro sempre. Non si può dire che fosse vestita in modo indecoroso e che se l’è cercata. Non era ad una festa, non aveva bevuto, ma era semplicemente fuori a lavorare. Insomma non c’erano tutte le condizioni che normalmente fungono da alibi per chi vuole giustificare uno stupratore. E il tizio, pensate un po’, non era neppure uno “straniero” ma un romano de Roma. Insomma ai sessisti d’ogni tipo stavolta è andata storta ed è invece andata bene per chi normalmente strepita sulla necessità di evirare cazzi a destra e a manca quando si tratta di donne stuprate da stranieri. Stavolta, però, pensate un po’, non c’è un titolo in grande e in prima pagina su questa storia. Non suscita altrettanto interesse, forse, o non stimola la gente a sfogare come vorrebbe i due minuti d’odio che da sempre favoriscono un linciaggio ma non una analisi preventiva.

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I colleghi e le colleghe lavoreranno con un nastro rosa sulle loro auto e a me sembra una cosa grottesca. Un fiocco rosa per accogliere la nascita di una bambina, un altro sulla testa di una figlia che cresce, uno per vendere gudgets per la raccolta fondi contro il cancro e uno per uno stupro. Davvero vogliamo che un fiocco rosa rappresenti una circostanza come questa? Gesto gentile, senza dubbio, ma c’è di fatto che una donna non può neppure lavorare in pace, e per lavoro intendo qualunque tipo di lavoro, incluso quello delle sex workers, e non si può tollerare questo fatto senza avere almeno palesato l’intenzione di ragionare di cultura e prevenzione. Non fiocchi, securitarismi, eserciti a scortare le femmine in città. Prevenzione fatta di educazione al rispetto dei generi, ad una sessualità consapevole e consensuale. Prevenzione che parli un linguaggio che non sia paternalista ma che segua i progetti e i desideri di chi si occupa di questo da tanto tempo.

Lo stupro non è un furto qualunque. Non è la stessa cosa per un tassista uomo che potrebbe certo essere rapinato, ma dubito che il ladro alla fine lo stuprerebbe. Lo stupro è violenza di genere che avviene per via di una mentalità che lascia credere a certuni che il corpo di una donna sia lì disponibile senza che chi lo possiede abbia diritto a formulare desideri, voglie, e dunque consensualità.

Perché anche le donne hanno dei desideri, amano provare piacere nella sessualità e fare qualcosa controvoglia, sottoforma di costrizione violenta, non è solo il segno di una assoluta assenza di strumenti culturali che possano servire a costruire alternative, ma è soprattutto un crimine odioso che fino a poco tempo fa veniva considerato reato contro la morale invece che contro la persona. E temo molto la maniera in cui si parla ora di violenza, quando si descrive la donna come incapace di scegliere per se’ e si stabilisce che è vittima a prescindere, il suo corpo non le appartiene ma è corpo sociale affidato alla cura delle istituzioni paternaliste che ci priveranno anche del diritto a determinare una difesa.

Dove sono le altre donne che fanno lavori a rischio. Le commercianti che restano aperte fino a sera, le tassiste, le “viandanti”, chiunque abbia bisogno di coesistere, legittimamente, lavorando alla luce del sole per difendersi l’un l’altr@? Perché le strade sono sicure se le attraversiamo, in tante, invece che assegnare il ruolo di ronda ai militari e restarcene impaurite e chiuse in casa.

Da parte mia la solidarietà a questa donna e a tutte le lavoratrici che rischiano di incontrare persone così orribili. Buona lotta a tutte e, rivolto a tutte le persone di buon senso, mi raccomando: teniamoci strett*.

Ps: ma poi, scusate, solidarietà alla collega “rapinata”? Era chiedere troppo che scrivessero alla collega “stuprata”?