Antiautoritarismo, Antifascismo, Antirazzismo, Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, R-Esistenze

Cos’è il “femonazionalismo”?

L’accademica Sara Farris parla della “strumentalizzazione” delle donne migranti in Europa da parte dei nazionalisti di destra – e dei neoliberali.

Articolo di
Niki Seth-Smith
In lingua originale QUI. Traduzione di Isabella del gruppo Abbatto i Muri

È un libro puntuale, ma complesso, che include case study di Francia, Italia e Paesi Bassi. Ho chiamato Farris, che è attualmente docente senior in sociologia presso Goldsmiths, University of London, per approfondire alcune delle domande che il suo libro solleva. Questa è una trascrizione editata della nostra conversazione.

NSS: Nel tuo libro parli di femministe e di “femocrati” (burocrati femminili) le quali “tradendo la loro politica di emancipazione” e “invocando i diritti delle donne per stigmatizzare gli uomini musulmani” mirano solo a portare avanti i loro obiettivi politici (anti/immigrazione). È un tradimento consapevole, o è il lavoro di queste donne ad essere strumentalizzato e sfruttato a questo fine?

SF: Da un lato abbiamo i nazionalisti di destra che sfruttano e mobilitano su questioni di uguaglianza di genere, in particolare nelle campagne contro i musulmani. Questi sono i leader di destra come Marine Le Pen, leader del Fronte nazionale francese, a lei non interessa davvero i diritti delle donne, è ovviamente solo un modo per stigmatizzare i musulmani. Questo è uno dei volti del ‘femonazionalismo’: i nazionalisti strumentalizzano il femminismo. D’altra parte, descrive anche come alcune femministe – e voglio davvero sottolineare alcune femministe, una minoranza – stiano sempre più attaccando l’Islam come religione, affermando che è una religione che opprime le donne.

Duke University Press, 2017.

NSS: Prendiamo l’esempio del “divieto burkini” in Francia, che il tuo libro considera. Chi erano le femministe che sostenevano quel divieto e le vedi come figure affini alle “femonazionaliste”?

SF: Diverse femministe hanno sostenuto il divieto del velo e il divieto del burkini – Sto pensando a intellettuali femministe molto note come Elizabeth Badinter, così come l’ex ministro per gli affari femminili, Najat Vallaud-Belkacem . Era una rappresentante del centro-sinistra, una socialista, e ha anche suggerito che il divieto andasse oltre le scuole pubbliche, che avrebbero dovuto guardare anche al posto di lavoro. Molte eminenti femministe e “femocrati” hanno sostenuto queste leggi e questo ha rafforzato le posizioni anti-islamiche in nome dei diritti delle donne.

NSS: Tu chiedi se c’è una “nuova diabolica alleanza” tra nazionalisti di destra, femministi, “femocrati” e neoliberisti, ma la storia delle donne bianche che “salvano” donne di colore da uomini di colore non è nuova. Come vedi la narrazione d questi stereotipi?

SF: Dovrei chiarire: mi chiedo nel libro se questa sia davvero una “alleanza diabolica” e scelgo invece di usare il termine “convergenza” che meglio descrive la fluidità, il fatto che persone e personaggi politici provenienti da progetti politici molto diversi stanno convergendo in questo spazio dove sussistono molte contraddizioni.

NSS: “Alleanza” suggerirebbe che si tratta di un ri-raggruppamento consapevole?

SF: Esattamente, e non penso che lo sia.

Inoltre, non c’è nulla di particolarmente ‘nuovo’ su ciò che sta accadendo. Abbiamo un sacco di esempi di imperialisti e colonialisti che sostengono di portare la “civiltà” in “paesi incivili”, e questo comprende i diritti delle donne. In Algeria, negli anni ’50, l’esercito francese sviluppò questa ossessione per cui bisognava togliere il velo alle donne musulmane. Anche alcune femministe hanno sostenuto queste imprese coloniali nel nome dei diritti delle donne. Ciò che è stato notevole dall’11 settembre in poi, è la crescente popolarità dell’idea che i diritti delle donne siano particolarmente in gioco quando si tratta di comunità musulmane.

NSS: Ma, senza generalizzare, le donne in molti paesi musulmani devono affrontare limiti e minacce ai loro diritti. Per non parlare, nel contesto odierno, dell’ascesa dell’ISIS. Questo non potrebbe spiegare la crescente attenzione su queste aree?

SF: Non sono convinta. Una delle giustificazioni per l’invasione dell’Afghanistan era proprio quella di liberare le donne, e questo accadeva prima dell’ISIS e degli eventi che si sarebbero svolti dopo l’11 settembre.

NSS: Esiste una relazione tra il tuo libro e quello che parla di assemblaggi terroristici: omonazionalismo nei contesti queer, della studiosa Jaspir Puar? Lei disse un decennio fa che le dinamiche della sessualità, della razza, del genere, della nazione, della classe e dell’etnia si stanno riallineando in relazione agli sforzi contemporanei di securitarismo, antiterrorismo e nazionalismo.

SF: Il libro di Puar è ​​stato una fonte di ispirazione. Era molto acuta nel ritrarre questo fenomeno in relazione ad alcuni rappresentanti della comunità LGBT negli Stati Uniti, i quali sostennero il nazionalismo americano, specialmente dopo l’11 settembre, e sostennero anche le campagne anti-islamiche, con l’idea che i musulmani erano tutti contrari ai diritti degli omosessuali. Io non mi riferisco ai diritti dei gay, mi concentro sui diritti delle donne, ma Puar ha dato inizio ad una riflessione molto importante. Per quel che mi riguarda io pongo anche l’accento sulle basi politico-economiche del femonazionalismo.

NSS: In effetti, il tuo libro guarda all’aumento della domanda in Occidente per il lavoro femminilizzato – assistenza all’infanzia, badante, assistenza agli anziani, pulizia, lavoro domestico – e come questo si riferisce al trattamento delle donne migranti musulmane in particolare.

SF: Questo è uno dei principali contributi che ho cercato di dare, per far luce sugli aspetti economici di questa ideologia femonazionalista e dell’islamofobia. L’idea che i migranti siano ladri di lavoro è molto maschile. Ho in mente il poster di UKIP, ad esempio, l’uomo bianco britannico che chiede l’elemosina per strada. La mia domanda era: dove sono le donne migranti? Non sono realmente rappresentate nei media come ladre di lavoro, ma come obbedienti vittime passive delle loro presunte culture arretrate.

Un poster UKIP mostra un uomo bianco britannico che mendica per strada.

 

Dove sono le donne? In Italia, l’ex leader del partito molto razzista della Lega Nord, Roberto Maroni, ha dichiarato: “Non può esserci regolarizzazione per quei [migranti] che sono entrati illegalmente, per chi stupra le donne o rapina una villa, ma certamente terremo conto per regolarizzare tutte quelle situazioni che hanno un forte impatto sociale, come nel caso dei caregiver migranti “. Questi caregivers (badanti), ovviamente, sono per lo più donne. Questa è la sessualizzazione del razzismo. Le donne vengono presentate come vittime per le quali, se correttamente assimilate, si può fare spazio – mentre gli uomini sono gli altri irrecuperabili. Le femministe anti-islamiche parlano dell’emancipazione delle donne musulmane, ma che aspetto ha questa emancipazione? Stanno facendo lavori che molte femministe non vogliono fare. Le lotte degli anni ’70 riguardavano proprio la liberazione delle donne dalle faccende domestiche e dal lavoro domestico.

Questa è la sessualizzazione del razzismo. Le donne vengono presentate come vittime per le quali, se correttamente assimilate, si può fare spazio – mentre gli uomini sono gli altri irrecuperabili.

NSS: Il tuo libro sembra suggerire che tutti i programmi per far lavorare le donne migranti sono problematici in quanto “incoraggiano tacitamente” l’adozione della nozione di “emancipazione delle femministe occidentali attraverso il lavoro produttivo”. Ma molte donne migranti avrebbero potuto lavorare anche nei loro paesi d’origine.

SF: Alcuni dicono “almeno hanno un lavoro”. Sì, naturalmente. E la cura, la pulizia e altri lavori di riproduzione sociale sono lavoro e dovrebbero essere riconosciuti come tali. Ma sono spesso lavori a basso reddito, a basso status e con situazioni di sfruttamento, spesso senza contratti. Come femministe, dobbiamo mettere di nuovo la questione dei servizi socialmente riconosciuti per le persone che ne hanno bisogno all’ordine del giorno. Negli ultimi dieci, 20 anni, il femminismo liberale è diventato più mainstream. Dobbiamo tornare a questioni molto importanti come l’assistenza all’infanzia universale gratuita. È importante unirsi alla battaglia delle organizzazioni che si occupano del lavoro domestico delle donne. Ad esempio, c’è una lotta in corso da parte delle persone che fanno pulizie presso la London School of Economics, molte delle quali sono donne emigranti, in lotta per il riconoscimento, contro contratti a zero ore.

NSS: La tua ricerca guarda anche all’enfasi sulla maternità nei programmi di integrazione civica, e su come questo si relaziona con le idee essenzialiste intorno alla donna come portatrice di cultura.

Un’immagine di un video di “integrazione” del governo olandese in cui la madre “tipica” dice: “Se i bambini provengono da una buona famiglia in cui sono stati stimolati positivamente … staranno bene qualunque cosa accada.”

 

SF: Questo è una delle più grandi contraddizioni di questi programmi di integrazione civica: c’è tanta enfasi nell’insegnare alle comunità migranti musulmane i diritti delle donne e le idee femministe, ma poi questi programmi contengono idee piuttosto tradizionali sulle donne viste fondamentalmente come madri. Nei Paesi Bassi chiedono persino alle donne di dimostrare di essere impegnate nel processo di una corretta maternità – devono sostenere un esame, in cui rispondono alle domande sui modelli olandesi di maternità e genitorialità. Devono portare prove dei loro sforzi, ad esempio che sono andate a incontrare l’insegnante dei loro figli, che forse hanno fatto qualche lavoro di volontariato. C’è un’enfasi enorme sulle donne come madri della generazione futura. Hanno bisogno di essere culturalmente assimilate ai valori occidentali per trasmetterli.

NSS: E se, per timore di demonizzare gli uomini musulmani o di contribuire ai programmi anti-Islam, le cose oscillassero nella direzione opposta e gli sforzi per sostenere e responsabilizzare le donne migranti musulmane venissero respinte? È un rischio?

SF: Questo è un dilemma classico, quando l’anti-sessismo viene giocato tutto contro l’antirazzismo. È qualcosa che le femministe nere negli Stati Uniti hanno scritto molto negli anni ’60 e ’70 e continuano a discuterne: loro si chiedono come denunciare il sessismo nelle loro comunità, quando sanno che questo potrebbe essere usato per attaccare i neri? Non c’è una risposta facile. Dobbiamo sostenere in ogni modo la possibilità per le donne di qualsiasi comunità di denunciare il sessismo ovunque si presenti. La domanda che dovremmo porre è: stiamo davvero rendendo possibile questo? Come possiamo sostenere la lotta di queste donne, in questo contesto di islamofobia incredibilmente dura e crescente? La lotta contro il razzismo e il sessismo devono andare di pari passo.

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