Cagne del Capitalismo

Il discorso di Yasmin Nair in occasione dell’International Working Women’s Day, Chicago, 08/03/2017 

Il link al post originale qui. Traduzione di Antonella.

 

 

(…)Di tre cose voglio parlare oggi – la prima: il concetto stesso di donna, donna come categoria, e intendo farlo in un modo che non rimandi all’idea della cancellazione delle donne trans e delle persone trans in generale. Questo è il 2017 e ci sono ancora troppe resistenze e dissensi che riguardano qualcosa di semplice come “l’inclusione” delle donne trans. Due: voglio parlare di cosa significhi da donna combattere il capitalismo ed il patriarcato. Tre – forse la cosa più importante – come continuare a combattere come donne, o comunque ci identifichiamo, senza esaurirci nel breve termine.

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Limbo, un libro di feminist/fantascienza di Eretica

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E’ la prima volta che scrivo qualcosa e oso pensare che qualcun@ vorrà comprarlo per leggerlo. Troppo lungo per un post. E’ un libro, che potete trovare in versione kindle (digitale, da scaricare sul vostro computer o telefonino – e se volete QUI trovate un estratto del libro) e in versione cartacea da ordinare su Amazon (c’è disponibilità immediata). Editor Antonella Garofalo e Grafiche e prefazione di UnaManu. Vi lascio alla lettura della presentazione, se può piacervi. Spero di si. Un abbraccio a tutt* e buona lettura!

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SWERF e TERF. Due sigle inglesi che stanno per “Femministe Radicali che Escludono le Sex Workers” e le persone “Transgenere”.
Molti in Italia conoscono femminist* che queste sigle inquadrano molto bene. Sono per lo più persone che evitano il dialogo con chi non è allineato al loro pensiero, e usano l’insulto e l’infamia contro chi considerano un “avversario”. Paradossalmente, camminiamo fianco a fianco nelle marce, eppure loro vorrebbero etichettare come non femminista tutto ciò che non è swerf e terf. Eppure sono sempre esistiti, i femminismi. Plurali. E questa è sempre stata una ricchezza per il movimento femminista.

Negli ultimi decenni, a livello globale, la seconda onda del femminismo è tramontata per lasciare spazio alla terza onda. Il concetto di intersezionalità è diventato cruciale e imprescindibile nelle lotte femministe. Il concetto di “differenza” basata sul sesso biologico è sempre meno accettato e riconosciuto, perché si presta male alle esigenze intersezionali.

Abbiamo scoperto che il patriarcato eteronormativo non nuoce solo alle donne cisgenere, bianche, benestanti, occidentali.
Altre minoranze hanno lottato per affermare la loro voce, ed è diventato evidente che non si può combattere il patriarcato se non si combattono l’omofobia, il razzismo, la sessuofobia e tutti quei sistemi di oppressione da cui il patriarcato trae forza e consenso.

Abbiamo scoperto che il colonialismo culturale, pur se benintenzionato, non è una risposta alle esigenze di liberazione di tutti. Che solo la lotta a partire da sé è una lotta efficace. Che non si possono “liberare” con la forza altri individui, non è così che funziona la liberazione.

Molte persone cresciute a pane e seconda onda non sono state in grado di fare questo salto. Sono rimaste ancorate ad una visione binaria del genere, per loro indissolubilmente legato al sesso, ed ad una visione romanzata e negativa e del sesso e dell’industria del sexworking.

Ma mentre loro rimanevano chiuse nei loro circoli, il mondo si è svegliato intorno a loro. Le sexworkers si sono organizzate e hanno fatto rete, le persone trans hanno preso consapevolezza di sé e delle proprie peculiari istanze. Con l’arroganza dell’autorità che queste persone pensavano di detenere in quanto mostri sacri della seconda onda, quando queste voci sono diventate troppo alte per essere ignorate la risposta è stata odio.

Come osano le donne transgenere chiamarsi donne? Come osano gli uomini transgenere tradire il loro sesso? Come possono esistere sexworkers che hanno scelto, lucidamente, il loro tristo destino?

Eppure queste persone esistono, sono politicizzate e organizzate, sono femministe. La loro vita, voce, opinione ha un valore che non può essere ignorato. La terza onda le ha accolte, ed abbiamo scoperto qualcosa di sorprendente: le loro istanze aiutano la lotta di tutt*.

Rimuovere lo stigma dal lavoro delle sexworkers significa rimuovere lo stigma sulla sessualità, distruggere la rigida visione patriarcale del sesso al femminile come qualcosa di sempre sacro, sempre intimo, sempre fatto “per amore”. Significa liberare la sessualità femminile dal fardello della procreazione per forza, dell’amore per forza, della sacralità per forza.

Accogliere le donne e gli uomini transgenere significa mettere in discussione cosa sia l’appartenenza di genere, l’identità di genere, il costrutto sociale di cosa è donna e cosa uomo. Ripensare da zero i ruoli di genere. Gettare luce sul privilegio maschile, soperchiarne i meccanismi.

L’intersezionalità è la più grande ricchezza che il femminismo poteva sperare.
Eppure la resistenza delle matriarche è violenta, non lesina l’uso di autoritarismi e fascismi, e si crogiola nei suoi argomenti ad auctoritatem.

Questo romanzo ha il preciso scopo di mostrare i paradossi di questa resistenza, e lo fa raccontandoci un futuro distopico in cui queste matriarche hanno un potere politico e economico, oltre che accademico.
È ironico, paradossale, irriverente. È eretico.

Una Manu

#LottoMarzo #ScioperoGlobale dei generi, dai generi

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Bologna. Non Una di Meno. In ascolto di rivendicazioni, momenti di reciproca galvanizzazione e poi viene il momento di parlare di sciopero globale delle donne. Ma lo sciopero globale deve essere dei generi dai generi. Da ogni obbligo di genere, produttivo e riproduttivo, perché serve dire che senza il nostro lavoro nulla sarebbe mai lo stesso. Il lavoro delle donne non viene mai tenuto in debita considerazione, perché viene pagato meno, non viene pagato affatto, perché realizza il welfare come ammortizzazione sociale in sostituzione di servizi assenti senza riconoscimento alcuno. Perché il lavoro di cura è quasi totalmente assegnato alle donne e il lavoro riproduttivo è una pretesa da parte di chi immagina sia ancora il tempo dei piani di fertilità.

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Se sei trans/femminista/queer perché ragioni da femminista della differenza?

Immagine di Fuxia Block per Sciopero Otto marzo #NonUnaDiMeno

Immagine di Fuxia Block per Sciopero Otto marzo #NonUnaDiMeno

 

Il mio problema con il “maschile” veniva da un pregiudizio, lo riconosco. E’ vero. La rappresentazione del maschile è stereotipata e manca di una consuetudine tipica delle analisi femministe intersezionali e queer: il mondo non è diviso in maschile e femminile perché è il binarismo di genere uno dei fattori che generano violenza. Se mi dico queer e poi ragiono per letture binarie, attribuendo il male al maschile e il bene al femminile, o, peggio, intendendo come unico accettabile un modello di persona la cui maschilità (che cos’è la “maschilità” per un@ queer? e per un trans ftm?) deve essere abbattuta, come se avvicinare il maschio al femminile (e non sono io che do una lettura omofobica ma proprio chi veicola un messaggio di questo tipo) significasse depotenziarlo, depotenziare la violenza, sto semplicemente legittimando una contraddizione. Non puoi essere queer e femminista della differenza allo stesso tempo. Se vuoi essere entrambe le cose dimentichi che un maschile “depotenziato” e reso più “femminile” non equivale a renderlo meno violento e che non hai ben chiaro cosa sia “maschile” e cosa sia il machismo, il maschilismo eteropatriarcale.

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Essere anti-identitarie e insieme identitarie è un casino di coerenza!

Da un pezzo di Sommovimento NazioAnale di Firenze un contributo alla discussione aperta con il loro documento e proseguita con questo post. Pubblichiamo l’intervento di F. Buona lettura!

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salve a tuttu
mi è piaciuto assai il comunicato del sommovimento, come mi appassiona l’opportunita che ci da laglasnost su abbattoimuri di farne spunto di un dibattito.
sul transfemminismo ad oggi e sull’opportunità di evolvere correnti non egemoniche di pensiero che possano rinforzarsi nel rispetto delle differenze reciproche.

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La violenza di genere non è “maschile”. E’ maschilista ed eteropatriarcale

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Leggo il documento interessantissimo del Sommovimento NazioAnale e vi trovo alcune contraddizioni in termini. Per esempio:

come si fa a rivendicare un’espressione di rabbia a partire da posizionamenti “in quanto lesbiche, trans*, butch, froce, frociarole e favolosità varie” per poi temere che questo possa essere oggetto di un’accusa grave tanto quanto frequente da parte di chi divide il mondo in binarismi biologicamente riduzionisti?

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Chi t’ha genderizzato a te?

Il primo episodio di cui ho memoria è questo: ho di certo meno di cinque anni. Lo so perché abitavamo ancora in quella casa in affitto al pian terreno. Anno forse 1970. Provincia. Centro Italia. Domenica mattina. Si va a messa tutti insieme (fatto inusuale, che fosse Pasqua?) e io voglio mettere i pantaloncini. Non posso. Perché? Perché le bambine mettono la gonna. Ma io non la voglio la gonna. Strepito strillo e divento verde (anche questo era piuttosto inusuale: ero una bambina generalmente quieta) ma non c’è verso. Quando insisto mi dicono che è una regola del prete, che in chiesa le bambine con altro che non sia una gonna non le fanno entrare. Cedo quando proprio sono esausta. Anche mia madre lo è. Mio padre minaccia punizioni e mia sorella più grande cerca di rabbonirmi. Continuerò a singhiozzare per un bel po’.

li2La foto di me qui accanto dice chiarissima una cosa: su tante cose avevano ceduto, in famiglia. È il 1976. Mio zio ci mette in posa, me, mia sorella e i miei cugini. Siamo sul lungomare e io sfoggio un completo verde ramarro ovviamente con dolcevita rosso mattone, occhiali a goccia con montatura dorata, posa da playboy decenne. Ero un maschio? No. Mi sentivo tale? Non lo so. So solo che ogni volta che mi si appellava come tale io non sapevo bene come reagire. Mi comportavo come se lo fossi. Questo è certo.

C’erano parenti che mi chiedevano ridendo “Ma tu sei un bambino o una bambina?” e quella volta che io risposi pronta (ci avevo pensato su, a quella risposta) che ero un incrocio (dissi proprio così, come fossi un cucciolo), un incrocio tra un maschio e una femmina, un mio zio disse con grande ironia a beneficio dei presenti “Su questo non ci possiamo sbagliare!” e tutti a ridere. Era una cena di famiglia e io divenni paonazza e come spesso accadeva mi rifugiai in bagno a piangere di rabbia (credevo di aver detto una cosa intelligente e invece no).

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Wonder Woman ambasciatrice ONU: cambiamento sociale o strategia commerciale?

Immagine Onu per Wonder Woman ambasciatrice per uguaglianza di genere e autoaffermazione delle donne

Immagine Onu per Wonder Woman ambasciatrice per l’uguaglianza di genere

 

di Serena Natile

Qualche giorno fa mi è stato chiesto un intervento sulla nomina del personaggio dei fumetti Wonder Woman come ambasciatrice onoraria delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’autoaffermazione delle donne. La questione, per quanto possa sembrare irrilevante e in un certo senso ludica, ha in realtà delle implicazioni politiche importanti in termini di relazioni di potere e dinamiche di genere e sarebbe interessante sapere cosa ne pensano le compagne di Abbatto i Muri.

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Le Collettive Femministe Queer cacciate dal corteo di #MilanoPride

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Riceviamo e pubblichiamo:

“Siamo le Collettive Femministe Queer e abbiamo deciso di scrivere questo comunicato per fare chiarezza su quanto accaduto ieri, Sabato 25 Giugno, durante il discorso del Sindaco Beppe Sala al Milano Pride 2016.
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