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Praticare l’intersezionalità: contro la colonizzazione del pensiero Black nel discorso femminista bianco

Di Ariane Poisson

(articolo originale qui – traduzione di Antonella e Leda del Gruppo Abbatto i Muri)

Contesto: l’intersezionalità come nuovo trend femminista

Il termine intersezionalità fu coniato dall’accademica femminista nera Kimberlé Crenshaw nella sua pubblicazione del 1989 “Demarginalizzare l’intersezione di razza e genere: una critica femminista della dottrina dell’antidiscriminazione, della teoria femminista e delle politiche antirazziste” e le radici culturali di questa teoria si basano su discorsi portati avanti dall’abolizionista (della schiavitù afroamericana negli USA, NdT) Sojourner Truth e la studiosa di Liberazione Nera Anna J. Cooper nel 19esimo secolo. In una parola, l’intersezionalità teorizza che l’esperienza di oppressione sistemica cui è sottoposta una donna nera non è la somma di ciò che opprime un uomo nero sommato all’oppressione subita da una donna bianca. Oggi l’intersezionalità ha permeato il discorso femminista bianco, ma i suoi termini sono divenuti vaghi, marginali e meno pregnanti. Tanto che, prima di esplorare la teoria di Crenshaw sull’intersezionalità, in quanto donna bianca si dovrebbe chiaramente identificare cosa l’intersezionalità è e non cosa possa essere per me. L’intersezionalità non è universale e non tutte le intersezioni delle identità sono su uno stesso piano, specialmente quando una intersezione include la bianchezza. Non importa quali altri assi di discriminazione sono in gioco, la bianchezza conferisce un supporto tale per cui a chi ne beneficia non sarà dato di sperimentare l’impatto totale dell’oppressione o dell’invisibilizzazione smascherate dalla teoria intersezionale.

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A proposito dell’aborto in Messico. Decolonizzarsi è una pratica di messa in discussione quotidiana e siamo tutte in processo

Ciao a chi ci legge. Siamo un gruppo di donne italiane che vivono in Messico, ci siamo sempre interessate al contesto in cui viviamo ed inoltre alcune di noi hanno abortito, proprio qui in Messico. Per questo, l’articolo uscito sul blog di Eretica sul Fatto Quotidiano il 9 gennaio ci interpella profondamente e dobbiamo dire che, appena letto, ci siamo chieste: l’avranno rapita e sostituita con qualcun’altra? Le avranno hackerato il blog?

Alcune di noi hanno fatto parte di collettivi femministi italiani e non, così come abbiamo spesso letto il blog “Abbatto i muri” e prima ancora “Femminismo a Sud”. Così, dopo un primo momento di sgomento, abbiamo deciso di scrivere a Eretica per esprimerle le nostre perplessità circa il contenuto del suo articolo, perché l’abbiamo sempre ritenuta una compagna aperta alle critiche costruttive e al dialogo con altre compagne. Di fatti, dopo un breve scambio di mail con lei, abbiamo deciso insieme di pubblicare le nostre riflessioni in merito all’articolo, per condividerle con piú persone possibile e socializzare un altro punto di vista, diciamo, situato.

In generale, l’articolo in questione ci fa interrogare su cos’è il femminismo, cosa sono i femminismi e come si stringono legami di solidarietà dal basso e purtroppo, con molto dolore, dobbiamo ammettere che conferma ciò che spesso le compagne latinoamericane sostengono: che il femminismo ‘bianco’ europeo/eurocentrico a volte è proprio riproduttore di stereotipi. Lo sguardo di questo (nostro) femminismo si fa facilmente superficiale e sommario quando si posa su realtà lontane, perdendo molta della radicalità e soprattutto dell’intersezionalità che rivendica a livello discorsivo. Scrivere di realtà “lontane” ma più in generale di realtà che si conoscono poco è un esercizio delicato, in cui è più che mai necessario tenere presente che il discorso che produciamo costruisce realtà: abbiamo la possibilità di riprodurre narrazioni stereotipate, semplificate, a volte false, a volte romantiche, oppure di cercare di produrne di nuove, il più possibile autentiche, situate, lucide, partigiane e rispettose. Oppure anche di tacere, se sappiamo di non saperne abbastanza: e questo “abbastanza” è sempre relativo.

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“Macron e il ventre delle donne africane, un’ideologia misogina e paternalista”

Per rispondere ad un giornalista ivoriano che lo interrogava sullo sviluppo dell’Africa in una conferenza stampa a margine del G20, il presidente francese Macron ha dichiarato che “Oggi la sfida dell’Africa è completamente diversa, è molto più profonda, è di civiltà” e che “Quando alcuni paesi ancora oggi hanno da sette a otto figli per donna, potete decidere di spenderci dei miliardi di euro, ma non stabilizzerete niente”. 
Queste dichiarazioni hanno ancora una volta acceso il dibattito sui social media, pochi giorni dopo quella secondo cui “Ci sono le persone che riescono e poi quelle che non sono niente”.   [Read more…]

Wonder Woman ambasciatrice ONU: cambiamento sociale o strategia commerciale?

Immagine Onu per Wonder Woman ambasciatrice per uguaglianza di genere e autoaffermazione delle donne

Immagine Onu per Wonder Woman ambasciatrice per l’uguaglianza di genere

 

di Serena Natile

Qualche giorno fa mi è stato chiesto un intervento sulla nomina del personaggio dei fumetti Wonder Woman come ambasciatrice onoraria delle Nazioni Unite per l’uguaglianza di genere e l’autoaffermazione delle donne. La questione, per quanto possa sembrare irrilevante e in un certo senso ludica, ha in realtà delle implicazioni politiche importanti in termini di relazioni di potere e dinamiche di genere e sarebbe interessante sapere cosa ne pensano le compagne di Abbatto i Muri.

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Stereotipi sessisti e immaginari neocoloniali: buon anno da L’Espresso

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di Marta Panighel

Gli occhi terrorizzati, invocanti aiuto, di una donna musulmana vestita di un niqab. Accanto, una giovane modella nuda, magra, bianca. È questa la prima copertina dell’anno de L’Espresso: un mix di neo-orientalismo e neo-colonialismo, una visione dicotomica che ripropone lo stereotipo di un Oriente arcaico, popolato da donne vittime, rinchiuse negli harem o sotto un velo che le annulla, contrapposto all’Occidente moderno, avanzato, libertario e libertino (ma solo quando si tratta di mettere una donna nuda in copertina).

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Le Ovarian Psycos, cicliste, femministe, antirazziste

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Loro sono le Ovarian Psycos (qui la loro pagina facebook) e stanno a Los Angeles. Hanno costituito questo gruppo, che sa tanto di un incrocio tra femminismo post coloniale e ecofemminismo, che vuole riappropriarsi delle radici dei popoli prima della colonizzazione da parte degli europei e raccontano di popoli indigeni di Anahuac e Turtle Island le cui società erano in gran parte matriarcali, in cui le donne e la madre terra non erano solo rispettate come leader, curatrici, guerriere e compagne ma erano soprattutto il fondamento di una equilibrata e fiorente nazione.

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Per Innocenzi e Oliva: non serve andare in Iran per trovare i molestatori!

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Arrivano un po’ di lamenti sparsi sulla vicenda della Innocenzi. Non valutazioni ma lamenti, perché non riesco a classificarli in modo diverso. Se una coppia di amiche avesse scelto Palermo come meta turistica e perse tra i mercatini avessero incontrato un tot di uomini molesti, mano morte, palpatori di giornata, esibizionisti dal pene al sole, se queste amiche, dopo aver vissuto tutto questo avessero scritto una pagina di diario in cui si parla della condizione della donna in Sicilia e della sovrabbondanza emergenziale di molestatori per le strade, a loro avrei detto la stessa cosa che ho scritto sull’Iran.

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