La posta di Eretica, MalaRazza, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Storie

MalaRazza: storia di una coppia precaria

Ho deciso di raccontarvi di me e di quello che mi succede aderendo all’appello di Abbatto i Muri. Non posso esaurire tutto in poche parole, quindi scriverò più post per cercare di descrivervi la mia situazione meglio che posso. Devo spiegare intanto la scelta di darmi il nome “Malarazza” perché lo sono, una di quelle che non si lamentano e che tirano fuori i denti. Il fatto è che serve a poco o, qualche volta, abbastanza.

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La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

“La mamma è sempre la mamma”? Non quando è un’egoista alcolista

Lei scrive:

Ciao Eretica,
è da tanto che penso di scriverti e finalmente mi sono decisa a farlo.
Ti chiedo di mantenere l’anonimato,se deciderai di pubblicare questa lettera.

Parto premettendo che questo è più che altro uno sfogo per una situazione che ho vissuto e sto continuando a vivere, ma che non ho mai voglia di condividere con nessuno o quasi.
Sono figlia di una madre alcolista.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

Il terrorismo estetico

Non so che dire o che fare. A parte lamentarmi per via dei miei malesseri che in parte sono autoprocurati. La sensazione di poter trasportare me stessa in un’altra epoca e un’altra nazione, dove potrei parlare un’altra lingua o forse più d’una. Il disagio è talmente forte e ci sono tante scarse fessure in quelle finestre chiuse. Evito di respirare ma prima ancora evito di uscire per non far colpire il mio volto da quel che resta di un timido raggio solare. Evito di scodinzolare di fronte alla gente ma non riesco altresì a raccontare lo spavento, l’enorme terrore che ho di vivere e raccogliere pareri positivi o negativi sulle mie vicende, sulle mie esperienze.

Mi sono vestita male, una sera, nascondendo tutto quel che ho da nascondere, indossando la tunica della fibra più spessa che possiedo, non per abitudine al monacato ma per non dar adito al fastidio. Quanta importanza ha il fastidio altrui per me? Dico niente ma in realtà è davvero molto. Mi maschero, mi nascondo, quando il buio può far morire le uniche parti di pelle che lascio scoperte. Qualcuno potrebbe insospettirsi, penso, ma in realtà mi preoccupa di più il fatto di dover assolutamente passare inosservata.

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Personale/Politico, Recensioni, Storie, Violenza

Leaving Neverland: Michael Jackson, presunto pedofilo, e le madri dei bambini

Ho visto il documentario e ciò che a mio avviso viene fuori con maggiore intensità è il fatto che ad essere colpevolizzate degli abusi subiti da Wade Robson e James Safechuck sono le rispettive madri. Entrambe fuggite da una dimensione provinciale e con l’idea di poter lasciarsi alle spalle anche matrimoni “normali”, le due donne alla fine dichiarano il proprio fallimento, il fatto di non essersi rese conto di niente ma figli e nuore sembrano non riuscire a perdonarle. La madre di Wade Robson, soprattutto, colei che dall’Australia è partita lasciandosi alle spalle un marito mentalmente fragile che poi finirà per suicidarsi. Ma anche l’altra madre che nel suo racconto elenca i numerosi benefici, anche economici, che dal rapporto con Michael Jackson le sono derivati. Viaggi in prima classe, in limousine, alloggi in ambienti da sogno, prestiti per acquistare case e promuovere le carriere dei figli. Accecate da questo non si sarebbero rese conto di quanto stesse accadendo sotto i loro occhi.

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L’infinito cerchio della violenza e i nuovi inizi

Lei scrive:

Cara Eretica, mi sono fatta male a sedici anni, quando ho deciso di consegnarmi anima e corpo ad un uomo che mi ha maltrattata e mi ha costretta molte volte a fare cose che non avrei voluto fare. Lui esercitava controllo su di me e io non riuscivo a sottrarmi e andare per la mia strada. Per molto tempo ho pensato di amarlo e che lui mi amasse e quando qualcuno si intrometteva io dicevo che non erano affari suoi e che io stavo bene così. Ho impedito a mia madre di interferire e ho preferito stare con la madre del mio “uomo”. Pensavo che fosse giusto così. Non sapevo risolvere il conflitto con mia madre e sono scappata da lei a costo di sprofondare all’inferno.

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C’era una volta la bambina e il nonno che le insegnava a far “pompini” ai grandi

Lei scrive:

Cara Eretica, ti scrivo perché vorrei condividere la mia storia in forma anonima (è importante, vorrei tutelare la mia sicurezza).

Da qualche settimana vedo andare in onda su canale 5 la serie “Non Mentire”, che racconta la vicenda di un’insegnante che viene stuprata dal padre di un alunno, il quale è un brillante chirurgo vedovo, ricco, bello, sempre misurato, sempre cortese, sempre professionale, sempre puntuale, sempre il migliore. La protagonista lo denuncia la mattina seguente, ma lui nega tutto. E in assenza di prove, e di fronte all’apparente candore dell’accusato, il caso non viene portato avanti. Con il proseguire della serie, seguendo le ricerche della protagonista e conoscendo meglio il presunto stupratore, si scopre che la facciata scintillante nasconde in realtà una personalità oscura. Si scoprono altre vittime, si scopre una metodologia fissa nel modo di orchestrare le aggressioni (nel caso specifico, lui usava il GHB per rendere le vittime incoscienti), e si scopre addirittura che era stato lui stesso a premeditare il suicidio della ex moglie.
Ecco, vedere tutto questo passare in tv mi ha fatto l’effetto di una bomba.

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Scrawl On The Medieval Wall

un racconto
di Elena Donadon

Vivo in un appartamento con altre due creature. Uno è un uomo, l’altra una femmina.
È surreale pensare che solo poche settimane fa ci toccava aspettare le 9 per un tramonto appena accennato che ci concedesse di iniziare a mangiare. Stomaco che brontolava di fame ma no, per qualche motivo cenare con la luce del giorno ancora presente era fuori discussione.
Ogni volta pensavo la stessa cosa, o meglio, ripetevo a me stessa una citazione sentita da qualche parte. Un film, forse. Una vecchia serie TV. All’epoca non le chiamavamo serie, erano sceneggiati, serial televisivi, film a puntate, FICTION. In ogni caso, nella scena un indiano Cheyenne si rivolge ad un bambino orfano, che dopo aver consultato il preziosissimo orologio da taschino dell’amatissimo padre dichiara di voler mangiare. L’indiano gli risponde che solo l’uomo bianco guarda l’orologio per sapere se ha fame.
Cazzo. Vero. Eppure la saggezza nativo-americana non aveva fatto presa ed ero anche io schiava dell’orologio del microonde.
20.15 groan NO.
20.32 groan groan NO DAI.
20.37 groan groan bluuurp ASPETTA TI HO DETTO.
20.58 groan groan bluuurp GROAN! OK.

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Uccidere mia madre, per andare avanti

Lei scrive:

Cara Eretica, in questi giorni state parlando molto di violenza sui bambini e di madri violente e io volevo raccontare la mia storia. Mia madre non tirava solo schiaffi, non erano quelli a farmi male. Era la sua maniera distruttiva, una specie di tornado che distruggeva tutto quello che incontrava. Urlava spesso, la sentivo arrivare e il mio cuore batteva forte. Avrei voluto nascondermi ma non sapevo dove. Ero già grande eppure non capivo e soprattutto non capivo le sue contraddizioni. Come fai ad essere una donna tanto amabile all’esterno e così distruttiva dentro casa? Prendersela con me o con le mie cose per lei era lo stesso. In cinque minuti era in grado di mandare letteralmente in pezzi la mia stanza e io restavo lì a raccogliere i pezzi. Poi mi chiedeva scusa e io non ero in grado di ribellarmi fino a quando non ho avuto la forza di allontanarmi da lei. L’ho cercata a lungo, ho tentato di volerle bene e di farmi voler bene ma non ci sono riuscita e dolorosamente l’ho lasciata andare, lei mi ha lasciata andare. Se ho avuto dei genitori decenti quelli sono stati i miei nonni, anche se erano la causa diretta della violenza di mia madre. Era cresciuta in un luogo sbagliato e non aveva avuto alternativa se non quella di assimilare i loro metodi. Questo però non la giustifica. Non la giustifica affatto.

Certe volte avrei voluto che lei avesse abortito. Perché farmi nascere per poi darmi la colpa della violenza che mi faceva subire? Mi sono spesso detta che sentirmi vittima non aiuta granché e allora ho provato a stare meglio con me stessa. Lei con il tempo ha ammesso le sue responsabilità ed è andata in cura per depressione ma, per quanto io sappia che la sua vita sia stata molto difficile, cresciuta anche lei tra tanta violenza, non sono riuscita a perdonarla. Qualcuno dice che dovrei cominciare da lì per dedicarmi a me stessa ma non riesco e non penso che dovrei. Sono grande ormai e so che restare ancorata alla visione adolescenziale della vita non mi aiuta ad andare avanti, non riesco ad andare avanti, ma anch’io merito aiuto. Non ho fatto figli e credo di non volerne fare mai. Ci sono andata vicino una volta ma non me la sento. La violenza è dentro di me e non potrei risparmiare quel dolore ad un bambino. Non so se riuscirei a spezzare quel maledetto cerchio. Forse potrebbe servire a farmi meglio capire mia madre ma non posso crescere sulla pelle di un figlio. Meglio di no.

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