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Voices Carry: come si cantava la violenza di genere negli anni ottanta

Dal libro “Nella casa dei tuoi sogni” di Carmen Maria Machado, in cui lei parla, tra le mille cose, tradotte in violenza dell’archivio, dell’esperienza violenta in un rapporto queer. C’è questo capitolo che mi ha colpito molto e voglio condividerlo con voi, assieme ai link ai video delle canzoni citate. Scrive Machado:

La casa dei tuoi sogni come 45 giri pop

Un anno prima della mia nascita, il gruppo ‘Til Tuesday, capeggiato da Aimee Mann, fece uscire il 45 giri Voices Carry. La canzone ansimante ossessiva su una relazione violenta scalò la classifica dei 10 maggiori successi degli Stati Uniti. Nel videoclip – che veniva trasmesso a ciclo continuo nei primi tempi di MTV – il fidanzato è, in mancanza di un termine migliore, ridicolo. Un palestrato con le catene d’oro e la maglietta aderente, pronuncia il suo discorso aggressivamente banale con la sottigliezza di una puntata di ABC AfterSchool Special, la serie tv degli anni ottanta.

Nel video, il fidanzato demolisce Aimee un pezzo alla volta. All’inizio, le fa i complimenti per la sua musica e il suo nuovo taglio di capelli – punk e color platino, con il codino. Più tardi, in un ristorante che sembra preso in prestito dal set di una sitcom, le toglie un sofisticato orecchino, lo sostituisce con uno più tradizionale e poi le dà un buffetto scherzoso sotto il mento. C’è un’inquadratura di Mann dietro una tenda trasparente, con il volto disperato premuto sulla stoffa, seguita da una scena in cui lei esce per andare alle prove del gruppo. Qui lui la affronta sulle scale del loro brownstone: quando le afferra la custodia della chitarra, lei gliela strappa dalle mani. Quando torna, lui la rimprovera perché ha fatto tardi. “Lo sai, stai esagerando con questo tuo piccolo hobby. Perché, per una volta, non puoi fare qualcosa per me?”.

Quando lei parla per la prima volta – “Tipo cosa?”, chiede, tirando su il mento con aria di sfida – lui la aggredisce, spingendola contro la scala e costringendola a baciarlo.

Alla fine del videoclip, sono seduti tra il pubblico della Carnegie Hall. Il  fidanzato mette il braccio intorno a una Mann adesso tutta in ghingheri – seduta buona buona, con il filo di perle – ma poi lui scopre che il codino intatto e arriccia le labbra disgustato. Mann comincia a cantare – piano all’inizio, e poi più forte mentre si strappa un elegante cappello con la veletta dalla testa. Poi si alza e sta gridando, gridando-cantando – “He said shut up / He said shut up” – e tutti si voltano a guardarla.

Questa scena finale, ha dichiarato anni dopo Mann in un’intervista, è stata ispirata da L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock, quando il personaggio di Doris Day lancia un grido agghiacciante per sventare un omicidio, mentre è in corso l’esecuzione di una sinfonia.

Parecchio tempo dopo l’uscita del video, nel 1999 il produttore della canzone rivelò che nel demo iniziale del pezzo erano stati usati pronomi femminili – nella versione originale, Mann cantava di una donna. “La casa discografica non era contenta di quel testo, come era prevedibile” scrisse, “perché era una canzone commerciale di forte impatto e preferivano che i riferimenti restassero il più possibile nel solco accettabile delle tendenze dominanti.”. Io non sapevo cosa pensare del fatto che insistevano così tanto perché cambiassimo il genere dell’interesse amoroso, ma alla fine mi convinsi che non avrebbe cambiato di una virgola la portata della canzone. Davvero una canzone dal vago sapore lesbico avrebbe avuto qualche effetto sulla liberazione di quel tipo di omosessualità che, allora come oggi, era molto indietro rispetto a quella maschile sulla strada verso un’ampia accettazione sociale? Non credo proprio, ma era difficile giudicarlo all’epoca.”

“Se non c’è niente da guadagnare dal punto di vista sociale” continuava, “non ha molto senso rischiare che la gente possa perdere la trama principale e confondersi per via di qualcosa che per loro forse è marginale. Forse è meglio tirarli dentro, in maniera sovversiva, come fa la migliore musica pop. Quanta gente oggi sostiene la causa gay proprio perché ha risposto a quegli artisti gay che non l’hanno sbandierata apertamente, preferendo esprimere sentimenti universali, che riguardano tutti? Per prima cosa si reagisce all’umanità di una canzone, ed è questo quello che conta.”

Ventisette anni più tardi – decenni dopo l’inizio della sua carriera da solista – la finzione è stata fatta cadere. Mann ha lanciato un album, Charmer, che conteneva la canzone Labrador. Il videoclip era un remake inquadratura per inquadratura di Voices Carry virgola e ne sottolineava gli aspetti scontati allo scopo di ottenere un effetto comico.

L’introduzione – in cui un regista viscido e cafone ammette di aver convinto Mann con l’inganno a fare un remake contro la sua volontà – è davvero divertente. Ma la canzone in sé è triste come Voices Carry, se non peggio: chi parla non può fare altro che tornare dalla sua amante violenta, come un cane, infinite volte.

“Sono tornata perché non mi bastava”, canta Mann. “E tu mi hai riso in faccia e hai messo il dito nella piaga perché sono un labrador e corro quando il fucile abbatte un’altra volta la colomba”. La canzone si apre rivolgendosi a qualcuno che Mann chiama “Daisy”.

Malgrado tutto questo – la rappresentazione occultata, la stranezza di un videoclip degli inflazionati anni 80, Voices Carry ritrae l’abuso verbale e psicologico in modo chiaro e comprensibile. L’ossessione dell’abuso – i suoi violenti scarti emotivi, il ciclo eponimo – sono contenuti nel midollo della musica: versi smorzati, modulati in minore senza una chiave chiara, che diventano un potente coro scintillante poi si blocca di nuovo.

Non è la leggiadria ironica ottimistica di He hit me (and It felt like a Kiss) dei Crystals – prodotta nel 1963 da Phil Spector, che in seguito avrebbe assassinato l’attrice Lana Clarkson perché aveva respinto le sue avances – anche se quella è la sua metafora musicale. Entrambe le canzoni, nonostante la cupezza di ciò che raccontano, sono orecchiabili e canticchiabili all’infinito.

E io lo faccio. Le canticchio all’infinito, cioè. Ogni volta che rileggevo questo capitolo mentre scrivevo questo libro, avevo in testa Voices Carry – e la mia voce – per giorni e giorni. Mentre lavoravo alla stesura finale, ho fatto una pausa per andare sulla spiaggia di Rio de Janeiro a guardare le onde verde-azzurro incresparsi a riva. Intorno a me la gente giocava a calcio, i cani correvano nella spuma per andare a riprendere il bastone e la luce era di un morbido color ambra, e mi sono resa conto che la stavo cantando. Piano piano, cantavo rivolta a nessuna in particolare, abbassa la voce adesso.”

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