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“Macron e il ventre delle donne africane, un’ideologia misogina e paternalista”

Per rispondere ad un giornalista ivoriano che lo interrogava sullo sviluppo dell’Africa in una conferenza stampa a margine del G20, il presidente francese Macron ha dichiarato che “Oggi la sfida dell’Africa è completamente diversa, è molto più profonda, è di civiltà” e che “Quando alcuni paesi ancora oggi hanno da sette a otto figli per donna, potete decidere di spenderci dei miliardi di euro, ma non stabilizzerete niente”. 
Queste dichiarazioni hanno ancora una volta acceso il dibattito sui social media, pochi giorni dopo quella secondo cui “Ci sono le persone che riescono e poi quelle che non sono niente”.   [Read more…]

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Cagne del Capitalismo

Il discorso di Yasmin Nair in occasione dell’International Working Women’s Day, Chicago, 08/03/2017 

Il link al post originale qui. Traduzione di Antonella.

 

 

(…)Di tre cose voglio parlare oggi – la prima: il concetto stesso di donna, donna come categoria, e intendo farlo in un modo che non rimandi all’idea della cancellazione delle donne trans e delle persone trans in generale. Questo è il 2017 e ci sono ancora troppe resistenze e dissensi che riguardano qualcosa di semplice come “l’inclusione” delle donne trans. Due: voglio parlare di cosa significhi da donna combattere il capitalismo ed il patriarcato. Tre – forse la cosa più importante – come continuare a combattere come donne, o comunque ci identifichiamo, senza esaurirci nel breve termine.

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#FertilityDay: La fertilità NON è un bene comune!

Cartolina-5-300x300Vorrei aggiungere alla controversa discussione sull’iniziativa del ministero della salute, quella del fertility day, una riflessione politica su uno degli slogan che ho trovato su quel sito. Dire che la fertilità è un bene comune significa dare al corpo delle donne un valore in quanto riproduttrici alle quali viene negata la libera/personale scelta. Quel che è “bene comune” diventa di controllo pubblico e va bene se si parla dell’acqua, che non va privatizzata, ma una donna non privatizza la scelta di gestione del proprio corpo, non lo fa in senso liberista. Il corpo è privato, è mio, lo gestisco io, e farlo diventare bene pubblico, semmai, diventa un modo per renderlo subordinato a biocapitalismo che fonda le proprie basi sulla riproduzione e sul ruolo di cura.

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Quando il terremoto divenne pretesto per propaganda politica e per la shock economy

Vedo che le vittime del terremoto continuano a salire. A parte invitarvi a portare cose utili nei punti di raccolta e continuare a respirare accogliendo appelli e notizie, quel che mi ronza in testa, e che non riesco a far sparire, è il pensiero di quello che accadde quando il terremoto colpì L’Aquila.

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“Non sto tanto bene”, o la rivendicazione politica della depressione

di M.

Non dico mai, o quasi mai, “sono depressa”. Non la voglio come etichetta addosso, non la sento come descrittiva della mia identità. Forse sono io, forse sono anche depressa, ma è solo una delle identità che mi attraversano. Piuttosto dico “sto affrontando una leggera depressione”. Che poi leggera e depressione vicine mi fanno abbastanza ridere, ma è quello che ha scritto il medico di base quando gli ho chiesto di mandarmi da uno psichiatra per farmi dare delle medicine. Ha scritto “leggera depressione”, e io lo uso, lo dico, “leggera”, perché mi fa sentire meno peggio: non depressa, “leggermente depressa”.

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Il pompino libera chi lo fa e non chi lo riceve

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di Aurora & Bea

Quando vedo un film in cui si descrive la vita di una donna segregata, costretta in schiavitù personale, sessuale, da un uomo che la tiene chiusa in cantina, un po’ mi incazzo. Non perché non esistano storie di questo tipo ma perché sono quelle che solleticano una curiosità morbosa nel pubblico. La descrizione di un simile mostro è consolante perché ci fa dire che non esistono altre persone del genere. Sono solo alcuni casi. Ma chi ha voglia di indagare sulle segregazioni alla luce del sole, le sottomissioni prive di catene visibili, in case perbene, a partire da uomini perbene i quali, senza alcuna costrizione, ottengono, a volte, la schiavitù di una donna che ha anche un ruolo sociale da sostenere. Deve sembrare felice, moglie e madre assolutamente soddisfatta, perché altrimenti le sue lamentele si ripercuoterebbero sul marito.

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Il “rosso-brunismo” ai tempi della nuova inquisizione

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di Luciana

Rossobruno, o rossobruna, è colui o colei che scrive di Marx per dare ragione alla gente omofoba. Scrive di anticapitalismo per dire le stesse cose che direbbe un’antiabortista. Non è difficile capire di che fenomeno parliamo. Tutto iniziò con il “né rossi né neri ma liberi pensieri” (ancora prima in realtà). E pensando pensando siamo arrivati a leggere di veri fenomeni che integrano concetti pseudo stalinisti ad altri decisamente mussoliniani. Il terrore di concedere diritti ai gay perché altrimenti si sfascia la famiglia tradizionale. Quello che dice che tenere la famiglia etero come normativa per una società molto più complessa significherebbe lottare contro il capitalismo. Dicono che il mercato vuole la disgregazione della famiglia, vuole la scomparsa del padre, vuole la mamma che lavora e di complottismo in complottismo le sparate diventano sempre più paradossali. Eterni ossimori in cui viene citata la libertà ma poi si pronunciano i limiti per quell* che non sono ammessi a fare parte della società governata dalla nuova inquisizione.

Vediamo se ho capito come ragionano e come mettono assieme un populismo nazionalista e omofobico ad un presunto anticapitalismo. C’era una volta il nazional socialismo, poi divenuto fascismo, oggi diciamo che la comunicazione rossobruna tenta di presentarsi in ambiti di sinistra e raccatta consenso da chi in fondo è sempre stat@ di destra. L’etero, la famiglia tradizionale, l’antiabortismo, l’anti/GpA (Gestazione per Altri), la vittimizzazione costante delle donne, la cui tutela vogliono sia consegnata a governi patriarcali, sono tutte cose che vengono descritte come anticapitaliste. Chissà se ricordano come il welfare a misura del biocapitale sia invece destinato a far ridiventare le donne solo delle balie a tempo pieno, per la riproduzione e la cura familiare, mentre il padre/marito sarà più motivato a spaccarsi le ossa al lavoro per mantenere la famiglia. Lo hanno detto in tant* che le donne sono importanti perché risorse utili al capitale. Perfino la guerra al femminicidio è stata inaugurata da chi ha citato un bilancio economico relativo ai costi che la morte delle casalinghe/madri/mogli rappresenta per lo Stato. La riproduzione e la cura, per non parlare del sesso che fa da sedativo familiare, oltre l’oggettificazione dei corpi delle donne che diventa psicofarmaco universale, rappresentano una ricchezza inestimabile che va bene finché è gratis. Il problema nasce quando le donne, essendo consapevoli del valore di quel che possono dare, decidono di farsi pagare e gestiscono autonomamente l’esposizione del proprio corpo, la vendita di servizi sessuali, di cura, assistenza, riproduzione. In quei casi, fateci caso, viene messa in discussione la loro libertà di scelta. Nessuno fa crociate per verificare quanto sia effettivamente libera di scegliere una donna che fa la moglie, madre, casalinga, badante, in condizione di totale dipendenza economica.

Fare figli in una famiglia etero, con una organizzazione sociale che è tutta fondata su quel modello di famiglia e che non vuole mai concedere nulla a chi evolve e racconta di altre possibilità, non è la stessa cosa che avere figli in una coppia lesbica o gay. Siamo ancora fermi alla politica che chiede conciliazione di tempi lavoro/famiglia per le donne, ma figuriamoci se ragionano di modelli di conciliazione per i padri. Troppo costosi per il capitale. E’ una società tutta votata alla cultura patriarcale che non vuole mollare un’oncia di diritto a chi stravolge il quadro che obbligherà a un ripensamento del modello sociale. Ma cosa ci si può aspettare da una nazione in cui la figura del capofamiglia è stata eliminata solo poco tempo fa. Per chi afferma che quel modello di famiglia è utile alla nazione anche la figura del padre padrone sarebbe giusta e meritevole di ripristino in termini legali. Già che ci siamo perché non concedere al padre (etero), allora, lo ius corrigendi, il potere di “correggere” il comportamento dei membri della famiglia concesso al capofamiglia?

E’ forse anticapitalista l’omofobia? Lo è la transfobia? Lo è la paura di un fantomatico gender? E che cosa c’entra Marx con la gender-fobia? Lo sa solo chi attacca frasi a muzzo tratti da testi storici per riadattarle ad una visione del mondo che vorrebbe decisamente autoritaria e fascista. E’ anticapitalista esigere che le donne facciano figli, entro la famiglia etero, per dare al capitale contributi per mantenere le pensioni dei vecchi benestanti? E’ anticapitalista dividere il mondo in ruoli di genere standardizzati, per la soddisfazione di paternalisti che immaginano di essere nuovi guru di ispirazione al mondo cattolico? Se vedo una cattolica integralista che parla di anticapitalismo per opporsi alla GpA, presto vedrò anche tanta gente, di fatto rossobruna, calpestare il palcoscenico di eventi come le marce no-choice o il family day.

Per chiarezza qui si parla di una nuova inquisizione dotata di argomenti decisamente confusi per esercitare nuovamente il controllo sui corpi delle donne. Le nuove streghe da cacciare sono quelle donne consapevoli del proprio valore. Le donne sono state sempre usate come forza lavoro gratuita. Il lavoro casalingo non è neppure considerato un lavoro. Non viene valorizzata la gravidanza, giacché, anzi, una donna gravida viene considerata priva di valore produttivo quando invece fornisce una ulteriore dose di braccia, fatica, sudore, cervello, per partecipare alla catena di montaggio che vuole altre persone che consumano, producono e crepano. Non viene valorizzata la cura, ché è gratis, e sarebbe da considerare un dono se non fosse caratterizzata da una attribuzione di ruoli destinati solo ad un genere. Anticapitalista è fare a pezzi l’attribuzione di quei ruoli che vogliono una schiava a tempo pieno a produrre senza indipendenza economica. La donna sta al capitalismo come i bambini dei paesi poveri, quelli che lavorano per le grandi corporation, stanno allo sfruttamento mondiale di forza lavoro.

Il capitalismo non vuole persone che sfuggono ai ruoli imposti perché tutto quanto dovrebbe essere messo in discussione. La gerarchia del capitale pone gli uomini, bianchi ed etero in cima a tutto. Comunque uomini ricchi. Poi ci sono le donne, bianche, etero, occidentali. Poi ci sono i migranti, ricchi, o poveri, poi ci sono le donne povere, precarie, di qualunque nazionalità, perché le donne sono il “nero” del mondo. Poi ci sono altre categorie umane e tutti quanti dovremmo essere consapevoli della stratificazione del privilegio secondo la regola del capitale. Osservate come chi ama la conservazione attacca sempre e solo chi tenta di raggiungere una pari posizione, non per assumere maggiore potere ma solo per ottenere garanzia dei diritti. Se un uomo batte un chiodo viene pagato. Se una donna lava le finestre è una regina del focolare. E via con queste compensazioni assurde e vomitevoli che parlano sempre e solo della meraviglia rappresentata da donne tutelate da patriarchi. Lusingate da chi ti chiama regina e poi ti tratta da schiava. Compiaciute per le balle raccontate da chi dice che vuole salvarti e poi ti rinchiude ancora entro una serie di norme che non puoi infrangere.

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Non è poi così strano che l’anticapitalismo pronunciato dalle anti/gpa sia condito di affermazioni misogine e omofobe e di sopravvalutazione della condizione di sottomissione delle donne che giammai potranno sfuggirla. Giù, perché non puoi certo avere il potere di gestire il tuo corpo, come vuoi, di dargli il valore, anche economico, che vuoi. Questa è una cosa che altri decideranno per te. E dunque mi pare assolutamente necessario analizzare il rossobrunismo come caratterizzazione di nuovi posizionamenti identitari e politici che non c’entrano niente con l’anticapitalismo reale, con il femminismo, con il rispetto per l’autodeterminazione dei soggetti, donne, lesbiche, gay, trans, migranti.

Questo misto fritto, l’incrocio tra cultura marxista/stalinista e integralismo di destra, non può diventare riferimento culturale femminista. Il femminismo o è intersezionale o non è. Non può essere razzista, omotrans/fobico, fascista, lesivo della autodeterminazione delle donne e di tutti i soggetti, di tutti i generi esistenti che si autonominano e si autorappresentano. Di certo il femminismo non è rossobruno. Perciò prima di affrontare, ulteriormente, le singole tematiche, assistendo alla inutile guerra tra tifoserie che attaccano le persone o assumono posizionamenti solo sulla base dei propri pregiudizi, sarebbe da stabilire di che forma ideale e politica stiamo parlando. Confusa, di certo. E poi? Perché se si capisce di che si tratta sappiamo tutt* con chi abbiamo a che fare e possiamo parlarci senza subire revisionismi di ogni tipo e uso generico del brand “donna” per legittimare pensieri autoritari e fascisti. Insomma: chi siete? Cosa volete? Un fiorino.

Leggi anche:

 

L’anticapitalismo di convenienza delle missionarie del nuovo ordine femminista

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Vi ricordate il pezzo della femminista Nancy Fraser che ad un certo punto dichiarò come il femminismo, un certo femminismo, quello bianco, coloniale, ricco, che aveva deciso di non considerare la differenza di classe (e neppure di razza in verità) mentre diffondeva il verbo sulla questione della violenza sulle donne, fosse l’ancella del capitalismo? Ve la ricordate? Vi sintetizzo i punti salienti del suo discorso e anche di tante considerazioni lette e fatte dopo. Le femministe si erano concentrate troppo sulla questione della violenza domestica senza considerare gli aspetti intersezionali del problema e favorendo la diffusione di concetti neutri, perché abilmente usati dalle filo/capitaliste, al punto che la questione della violenza sulle donne diventò un brand utile a chiunque per attrarre consenso per partiti, istituzioni, governi (vi ricorda niente?), donne ricche e perfino di destra, che se ne fregavano delle rivendicazioni delle donne sull’aborto o sul diritto di cittadinanza delle migranti, ma ripetevano a memoria parole svuotate di senso giusto per legittimare paternalismo e industria del salvataggio, composta da polizie e istituzioni varie, oltreché di organizzazioni varie finanziate apposta per dedicarsi al problema anche se del problema non sapevano proprio nulla.

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“Non possiamo parlarne”: operai* in fabbriche fornitrici di marchi famosi della moda vivono confinat* da guardie

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Pezzo pubblicato qui. Traduzione di Antonella. Le “schiave” di cui nessun@ si occupa, tantomeno le “femministe” (occidentali) che tirano fuori le donne indiane e la loro povertà solo quando gli fa comodo. Il corpo di queste donne è da considerarsi come un bene disponibile per l’uso pubblico? Buona lettura!

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Viene stimato che fino all’80% di chi lavora nelle fabbriche di abbigliamento in Bangalore, India, siano operai* migranti. Molt* non parlano la lingua locale e fanno fatica a trovare alloggio, perciò le fabbriche provvedono offrendo loro alloggi della ditta. Unico problema: alcun* residenti sono trattat* come prigionier*. Secondo il nuovo rapporto (pdf) sui diritti lavorativi a cura della ONG India Committee Netherlands, le condizioni all’interno degli “ostelli” delle fabbriche possono essere terribili e prevedono confinamento forzato e sorveglianza continua.

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Buon anno alla mia generazione

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di Annalisa

La mia generazione è nata durante gli Anni di piombo ed è cresciuta nell’incoscienza di un’infanzia di strada, forse l’ultima non vigilata né tutelata né compromessa dall’invadenza degli adulti, un’infanzia giocata a testa o croce per affidare alla sorte chi doveva scegliersi per primo il compagno di squadra, un’infanzia che, quando avevamo fame, per merenda andavamo nel campo di fronte casa e raccoglievamo l’uva e il latte dei fichi ci colava giù per tutto l’avambraccio e le mani ce le lavavamo sotto i rubinetti arrugginiti dei seminterrati. Se lanciavamo la palla troppo in alto o troppo forte scavalcavamo le cancellate dei cortili, bambine e bambini, e ce la dovevamo vedere con i ragazzini dell’altra palazzina che non ce lo volevano restituire o con qualche adulto che, stufo, non si faceva tanti scrupoli a tagliare il pallone e a ridarcelo sgonfio e pesantissimo.

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Advantageous: il film in cui le donne soccombono al capitalismo

::Avviso Spoiler::

Advantageous è il titolo di un film straordinario. E’ il futuro, fatto di opulenza e sacche sociali poverissime e destinate alla totale invisibilità. Le protagoniste del film, madre e figlia, cercano di mantenere un equilibrio per evitare di finir male. Le donne, però, vengono licenziate continuamente perché i lavori sono destinati agli uomini. Alle donne non resta che piangere in segreto, facendo in modo che nessuno le ascolti, affittando delle camere di compensazione per sfogare il proprio stress, ovvero possono rinunciare alla propria identità e vendere, in nome del biocapitalismo, il proprio corpo o la propria coscienza alle grosse industrie che dominano in modo assoluto quel tempo e che in cambio rigenerano corpi di donne più giovani dei quali le compagnie si servono per una maggiore produttività.

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