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Cos’è la mascolinità tossica e come può essere affrontata

Articolo in lingua originale QUI (traduzione di Egle del gruppo Abbatto I Muri)

Mascolinità tossica:

La diffusione del nuovo spot della Gillette, intitolato “The best Men Can Be”, ha scatenato un enorme dibattito online sul concetto di mascolinità tossica e sull’eventualità che essi sia un argomento che la società dovrebbe affrontare.
Lo spot evidenzia svariati argomenti tra i quali le molestie sessuali, ricorda le azioni del movimento #MeToo e le pressioni a cui sono sottoposti i ragazzini per conformarsi alle norme di genere, il tutto strettamente riconducibile e collegato alla mascolinità tossica.

Perciò, come può realmente essere definita la mascolinità tossica, da quale cultura deriva e come può essere affrontata?

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Il maschicidio non esiste

Ogni volta che si parla di femminicidio puntualmente arriva il maschilista o la maschilista di turno a parlare di m@schicidio. Il fatto è che non esiste. Vi spiego perché.

      • I maschi non sono vittime in quanto maschi. Nessuno li uccide perché maschi, diversamente dai delitti che riguardano gay, lesbiche, trans, donne.
      • Non esiste in ambito sociale una teoria che punta alla sottomissione dei maschi. E’ il maschilismo che punta alla sottomissione di donne, gay, lesbiche, trans e uomini che non corrispondono al modello di mascolinità voluto dalla cultura maschilista.
      • Non esistono leggi né esiste una cultura che giustifica i delitti contro i maschi. Esistono invece leggi e culture che colpevolizzano le donne quando esse subiscono uno stupro o sono vittime di femminicidio.
      • Nessuno ha mai detto di un uomo che – se stuprato – se l’è cercata.
      • Nessuno ha mai detto di un uomo che – se ucciso – se l’è cercata.
      • I delitti che coinvolgono gli uomini non sono commessi per addomesticare il genere maschile. Hanno a che fare con altro. Casomai ci sono delitti contro uomini che non vogliono interpretare il ruolo di maschio così come i maschilisti vogliono.
      • Se i maschi potessero abortire la legge l’avrebbe già consentito secoli fa.
      • Se i maschi subissero stupri usati come armi da guerra ci sarebbe stato subito un processo internazionale per condannare questa pratica.
      • Se ai maschi fosse stato sempre impedito di poter esigere soddisfazione per il proprio desiderio sessuale lo stupro sarebbe legale. Nessuno ha mai negato l’esistenza del piacere maschile. Il piacere delle donne invece è sempre stato considerato come dipendente da quello maschile o del tutto inesistente.
      • Se i maschi fossero obbligati a restare a casa a badare ai figli e alla moglie tutti marcerebbero per la loro liberazione.
      • Se i maschi fossero uccisi al ritmo di uno ogni tre giorni, perché lei non è in grado di accettare che lui dica di no e la lasci, ci sarebbe stata una vera e propria rivoluzione legislativa per salvaguardarne le libertà.
      • Di fatto quando lui lascia lei è più facile che l’altra uccida la partner con la quale lui ha scelto di restare. Non lui ma l’altra.
      • Quando lui ha un problema con un altro uomo è la donna di turno che viene stuprata o uccisa per punire lui. Stuprare lei è il modo in cui certi uomini si puniscono a vicenda perché la donna non è vista in altro modo se non come oggetto appartenente a qualcuno.
      • Se un uomo abbandona un figlio nessuno lo stigmatizza. Se una donna fa lo stesso invece lo fanno, eccome.
      • Se un uomo uccide i figli si dice che era fortemente depresso perché lei voleva lasciarlo.
      • Se una donna uccide i figli si dice che lei è un’assassina.
      • Se un uomo subisse approcci sessuali non voluti ogni giorno, ogni minuto, ogni ora, ci sarebbe già una legge che impedisce questi crimini.
      • Se un uomo fosse discriminato nel mondo del lavoro e le donne fossero scelte di più, pagate meglio, ci sarebbe già una legge che vieterebbe queste discriminazioni.
      • La società è costruita attorno ad un modello elaborato affinché gli uomini godano di privilegi e continuino a sottomettere donne, gay, lesbiche, trans. Non c’è in atto uno sterminio di uomini per mano delle donne.

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La violenza invisibile: “Non avevo lividi. Era comunque un abuso”.

Stavo con il mio ragazzo solo da pochi mesi quando lui ha suggerito di andare a vivere insieme, in una zona in cui non conoscevamo nessuno: avrei potuto finire l’università vivendo della mia borsa di studio, mentre lui avrebbe lavorato. «È la cosa più romantica che mi abbiano mai detto», gli ho risposto. Avevo ventidue anni e lui ne aveva ventuno.

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Razia, 34 anni, affinché la sua morte non venga archiviata

Questo documento si riferisce alla spietata uccisione di una donna, Razia, da parte dell’ex marito, Rachid, entrambi richiedenti asilo in Francia senza che a lei sia stata garantita la minima protezione nonostante le tante denunce e il fatto che le donne di un rifugio abbiano tentato di proteggerla. Il documento (in basso in lingua francese) è stato tradotto da Benz.

Benz in premessa dice: “Questa traduzione si riferisce alla morte di una compagna in domanda d’asilo politico, Razia, uccisa dal suo ex-marito il 30 ottobre 2018, in pieno centro a Beçanson. Delle compagne femministe, hanno scritto un comunicato che ripercorre tutto l'”iter” di Razia e dei suoi figli per scappare dalle mani di quello che sarà il suo assassino. Nel testo sono analizzati i meccanismi che proteggono gli aggressori, dal settore amministrativo a quello giudiziario. Le responsabilità che non sono solo dell’assassino in questione, ma di tutto un sistema. Razia ha lottato con tutte le sue forze per continuare a vivere, ma non è stata creduta, non è stata protetta. Un pensiero pieno di rabbia e dolore vanno a questa magnifica donna che purtroppo non é più tra noi.”

Razia, 34 anni, affinché la sua morte non venga archiviata.

Il 30 ottobre 2018, Razia è stata infine pugnalata dall’uomo dal quale stava scappando, Rashid Askari, padre dei suoi figli. I rappresentanti dello Stato francese dichiarano oggi che per “mancanza di  prove” non si è potuto agire in tempo. Le persone che per quasi due anni hanno sostenuto Razia nella lotta per salvarsi la vita e quella dei suoi figli smentiscono questa versione.

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La terza via: stare accanto alle vittime di violenza vuol dire rispettare le loro scelte

Anni fa commisi un grave errore. Una mia amica era spavalda, disponibile e sessualmente attiva. Molto più attiva di me. Quando uno stronzo la stuprò mentre lei, ubriaca, stava lì ferma sul pavimento con gli slip strappati, io la accompagnai in ospedale perché non si risvegliava. Era andata in shock per aver bevuto troppo e io sapevo che non era colpa sua ma non potevo fare a meno di guardarla male. L’ho trattata male. Freddamente. Pensavo davvero fosse colpa sua. Quel periodo la lasciai sola e non riuscii a dirle nulla che la facesse sentire meglio. Quando discutemmo della possibilità di denunciare lo stupratore lei disse di no perché non voleva stare sulla bocca di tutti e non voleva avere ripercussioni. La mia rabbia nei suoi confronti aumentò e il perché era semplice: non faceva nulla di quello che io avrei voluto facesse. Ma io non stavo nei suoi panni. Non avevo vissuto quello che aveva vissuto lei. Eppure mi sentivo in diritto di sprecare parole per farla sentire sempre più colpevole.

Poi mi disse che era rimasta incinta, gravida dello stupratore. Voleva abortire ma all’epoca non esistevano neppure i consultori, anche se l’aborto era legale. Lei non voleva andare in ospedale perché in quel posto ci si conosceva un po’ tutti e anche questo l’avrebbe resa un bersaglio di critiche e giudizi. Preferì chiedere dei soldi allo stupratore per abortire presso un privato e in un’altra città. Questo per me fu una specie di tradimento. Perché si era rivolta a lui? Ero troppo egocentrica e ferita per capire che non aveva nessun’altra scelta. Lo ha fatto per sopravvivere e si è comportata come doveva data la situazione in cui si trovava. Lui andò con lei. Io rimasi a casa. Quando la incontrai di nuovo le mie prime parole furono “te la sei voluta” e la sua reazione fu di stanchezza. Era ovvio dato che perfino io le davo contro.

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Quando le donne dovevano essere solo donne e i maschi solo maschi

Quando ero piccola dovevo aiutare mia madre. Dovevo farlo io e non mio fratello. Mia madre aveva tempi difficili, si svegliava alle cinque del mattino e dormiva davvero pochissimo. Io mi svegliavo presto solo quando dovevo ripassare per una interrogazione a scuola. Quando tornavo dovevo apparecchiare, sparecchiare, lavare i piatti, poi passare la scopa, lavare il pavimento. A fine settimana c’erano le grandi pulizie da fare. Spolverare, passare la cera sui pavimenti, pulire i vetri delle finestre, lavare le scale e pulire anche il marciapiede subito avanti alla porta di ingresso. Poi potevo uscire a giocare con altre bambine se prima, però, avevo fatto tutti i compiti. Studiavo molto ed ero una bambina molto timida e insicura. Sempre monitorata a casa per via dell’ansia che mio padre ci faceva subire. Un uomo che lavorava tanto e che riusciva a mantenere la famiglia intera con vari figli. Mia madre era una casalinga e da quel che ricordo non si fermava mai. A fine orario scolastico di solito veniva a prendermi mia nonna materna. Una strega vera, di quelle che conoscono storie e arti magiche da vecchia signora cresciuta tra miti e soluzioni a varie malattie. Scacciare via i vermi, poi la febbre, curare il morbillo. C’erano gli antibiotici, certo, ma senza l’arte magica della nonna nessuno sperava in una guarigione.

Sono cresciuta tra narrazioni sul potere delle donne, grandi donne, in grado di sostenere tutta la famiglia e di non badare al proprio piacere. Mi sono sempre chiesta il perché e mi è stato detto che è così che si fa. Io non ho obbedito. Quando sono stata in grado di vivere da sola ho fatto pulizie solo quando era necessario, non ho più passato la cera, non avevo molto da fare in effetti e in ogni caso mi mancava la magia. Quella magia svanì con la morte di mia nonna e solo allora scoprii che mi aveva destinata a confessioni sui riti magici che non ebbe il tempo di confidarmi. Che peccato, dissi a me stessa.

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Per partorire le donne hanno bisogno di opzioni, libertà di scelta e sostegno

 

Quello che vedete è un meraviglioso tipo di parto che in Italia non viene praticato, il cesareo assistito. La donna tira fuori da sola il suo bambino con l’aiuto dei medici.

 

Chiara scrive:

Ho scoperto casualmente la pagina Birth Without Fear e me ne sono innamorata. E’ un progetto, un blog, una community, una missione, un libro.
Ho scelto di condividere questa immagine perché è quella che sento più vicina, nonostante ognuna di quelle che ho visto mi abbia suscitato un’emozione indescrivibile, perché trasmettono una forza ed una bellezza che non trovano eguali in nessun altro degli eventi umani: la nascita della vita.
Una delle citazioni dell’autrice è “Non mi importa quale tipo di parto farai.. parto in casa, naturale con epidurale, cesareo programmato.. o se partorisci da sola, nel bosco, accanto ad un cucciolo di cervo. Mi importa che tu abbia delle opzioni e che tu sia supportata e rispettata nelle tue scelte.”

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