Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, R-Esistenze

Femminismo e personal-politico

Il femminismo è personale e politico. non ci può essere femminismo senza una declinazione personale delle esigenze delle donne. Si deve tener conto del fatto che ogni donna è diversa dall’altra e ciascuna ha diritto al rispetto per la propria autodeterminazione. Perciò la narrazione personale che scandisce le esigenze delle donne diventa un modo per nominare tutti i suoi disagi, le violenze subite, tutto ciò che va risolto tenendo conto delle sue esigenze. Il femminismo non è un dogma, non è un’insieme di teorie realizzate per essere adattabili a ciascuna donna.

La prima narrazione femminista di cui si è tenuto conto purtroppo è stata solo quella delle donne bianche e mediamente istruite e ricche. In seguito si sono riappropriate della propria voce le donne nere, le donne colonizzate, le donne trans, le sex worker, le migranti e tutte quelle donne che non si riconoscevano nella narrazione femminista dominante. Molte tra queste hanno accusato le prime femministe di essere sovradeterminanti e di agire colonialismo per conto del patriarcato senza tenere conto delle loro reali esigenze. Il femminismo afro americano ha introdotto il razzismo come elemento chiave della lotta femminista, così come ha introdotto l’azione anti carceraria in favore dei compagni di lotta che venivano arrestati mentre rivendicavano i propri diritti.   

Le donne indiane hanno promosso il femminismo post coloniale attribuendo alle donne bianche un colonialismo epistemologico che deve essere combattuto. Il femminismo della terza onda ha racchiuso le esigenze delle donne di ogni tipo, qualunque fosse la propria scelta e provenienza, qualunque fosse la loro religione, qualunque fosse il sesso di partenza se diventate poi donne trans, nel termine intersezionalismo.

Il femminismo intersezionale dà voce a tutte quelle donne che non si sentivano rappresentate dal femminismo della della seconda onda. In particolare ancora oggi c’è uno scontro tra il femminismo della seconda onda che riconosce il genere delle donne solo se nate di sesso femminile, ripudiando le donne trans, e il femminismo della terza onda – transfemminismo – che invece manifesta in piazza con colori queer e assieme alle sex worker dagli ombrelli rossi.

Il principio del femminismo intersezionale è tanto più vicino a quel personal politico di cui parlavano le primissime femministe degli anni ’70. Bisogna ascoltare le esigenze di tutte, rispettare le loro scelte, accompagnarle e supportarle perché siano libere di esercitare la propria autodeterminazione, senza giudicarle o imporre un credo che appartiene solo da alcune. Le femministe della seconda onda invece, oggi definite radicali femministe, pensano di poter dire alle altre donne quali scelte dovrebbero compiere e se compiono scelte diverse adoperano stigmi nei loro confronti per isolarle e giudicarle dall’alto del loro credo femminista.

La narrazione delle donne è tanto vasta quanto sono diverse le donne tra di loro. Non c’è un modo per raccontarle tutte senza rischiare di colonizzarle, produrre fenomeni di appropriazione culturale, o invisibilizzarle.  L’unica cosa da fare è restituire a tutte loro la voce, fare in modo che si raccontino, con le proprie diversità e le proprie esigenze e le tante scelte che vorranno seguire. È importante che la loro voce non sia posta sotto silenzio e che nessuna sovradetermini le scelte delle donne che non la pensano allo stesso modo.

Fare femminismo è dare dunque a tutte la libertà di nominare le proprie esigenze e farle diventare parte dell’agenda politica femminista. Significa che ogni loro esigenza ha tutto il diritto di diventare un rivendicazione politica riconosciuta nello spirito del femminismo intersezionale che raggruppa l’antisessismo, l’antirazzismo l’anti- transfobia. Solo così, manifestando insieme, potremmo unire le forze e definisci femministe. 

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