Culture, Recensioni, Violenza

La violenza dell’archivio: quando cancellano le tue narrazioni e la tua identità

Un libro da leggere (edito Codice edizioni) da cui vi ricopio un passo che possiamo riadattare alle nostre esigenze, motivo per cui mi arrabbio molto quando le nostre storie, la nostra capacità di narrazione, di prendere parola e di nominare quel che viviamo, viene censurata o osteggiata. Carmen Maria Machado scrive:

“Nel saggio Venus in two acts, sulla scarsità di ricostruzioni africane contemporanee della schiavitù, Saidiya Hartman parla di “violenza dell’archivio”. Questo concetto – detto anche “silenzio dell’archivio” - illustra una difficile verità: a volte le storie sono distrutte, e a volte non sono mai neanche pronunciate; in entrambi i casi, nelle nostre storie collettive qualcosa di molto significativo va irrimediabilmente perduto.

La parola archivio, ci dice Jacques Derrida, viene dal greco antico (…) : la casa di chi regna. Quando ho sentito parlare di quest’etimologia la prima volta, è stato l’uso del termine casa ad attrarmi, ma è il potere, l’autorità, l’elemento più eloquente. Innserire o escludere qualcosa dall’archivio è un atto politico, dettato dall’archivista e dal contesto politico in cui vive. Questo vale sia nel caso in cui è un genitore a decidere cosa valga la pena registrare dei primi ani di vita di unn figlio, sia nel caso in cui – come l’Europa e le sue Stolperstene, le “pietre d’inciampo” – è un continente a fare i conti pubblicamente con il suo passato. Questo è il luogo inn cui Sebastia ha fatto i primi passi con quei piedini cicciotti; questa è la casa dove abitava Judith quando lìabbiamo condotta alla morte.

A volte la prova non è neanche stata affidata all’archivio – non la si è considerata abbastanza importante da registrarla o, se sì, non abbastanza importante da conservarla.

A volte c’è un atto di distruzione intenzionale: pensiamo alle lettere più esplicite tra eleanor Roosevelt e Lorena Hitchcock, bruciate da quest’ultima per la loro assenza di discrezione. Quasi certamente erotiche, gay all’ennesima potenza, soprattutto in considerazione di quanto non è stato bruciato. (” mi sta venendo una tale fame di vederti.”)

Il defunto studioso della teoria queer José Esteban Munoz ha sottolineato che “aperte virgolette “l’identità queer ha una particolare difficoltà a essere dimostrata … Quando lo storico dell’esperienza queer cerca di fornire documentazione di un passato queer, si trova spesso davanti a una barriera, tesa a rappresentare un presente nella norma”. Quali sono le conseguenze? Lacune in cui ci sono persone sempre invisibili e che non trovano informazioni su di sé. Buchi che rendono impossibile attribuirsi un contesto. Crepe che inghiottono tanta gente. Silenzio impenetrabile.

L’archivio completo è un mito, possibile solo in teoria: forse si trova in qualche recesso della biblioteca di Babele di Jorge Luis Borges, sepolto sotto la storia dettagliata del futuro è nei suoi sogni tra il sonno e la veglia all’alba del futuro del 14 agosto 1934. Ma possiamo tentare appunto “come si fa a raccontare storie impossibili?” Chiede Hartman, e suggerisce molte strade: portando avanti una serie di argomentazioni ipotetiche, sfruttando le qualità del congiuntivo (uno stato d’animo grammaticale esprime dubbi, desideri e possibilità), scrivendo la storia secondo e contro l’archivio, immaginando quello che non può essere verificato.

L’abuso sulle donne esiste sicuramente da quando gli esseri umani sono stati capaci di manipolazione psicologica e violenza interpreterpersonale, ma come concetto dal significato condiviso l’abuso – e la donna- non sono esistiti fino a circa cinquant’anni fa. Il discorso sull’abuso domestico all’interno delle comunità qui è perfino più recente, e perfino più in ombra. Se consideriamo le forme che la violenza intima assume oggi, ogni nuovo concetto- la vittima uomo, il carnefice donna, i weer abusanti e i queer abusati- si rivela come l’ennesimo fantasma, che c’è sempre stato a infestare la casa di chi regna. Gli accademici, gli scrittori e pensatori moderni hanno nuovi strumenti per tornare a scavare negli archivi proprio come gli storici e gli studiosi hanno fatto risuonare nel passato la loro conoscenza della sessualità queer contemporaea. Pensiamoci: qual è la topografia di questi buchi punti, dove si trovano le lacune, come si fa ad andare verso la completezza? Come si fa a fare giustizia nei confronti delle persone oltraggiate del passato senza le prove fisiche delle loro sofferenze? Come si fa a indirizzare la nostra conservazione dei documenti verso una pratica equa? Il memoir, in fondo è un atto di risurrezione, chi scrive un memoir ricrea il passato ricostruisce un dialogo. Evoca un significato da eventi che per lungo tempo sono rimasti dormienti. Impasta tra loro le argille della memoria, del saggio, dei dati di fatto, della percezione, le riduce a una palla e la appiattisce come una sfoglia. Manipola il tempo, resuscita i morti. Inserisce se stesso, e altri, nel necessario contesto. Io inserisco nell’archivio il fatto che l’abuso domestico tra partner che condividono un’identità di genere e possibile e non insolito e che può somigliare a qualcosa di simile a questo, Io parlo dentro il silenzio. Getto la pietra nella mia storia dentro un’immenso crepaccio, E il rumore esiguo che rimanda mi dà la misura del vuoto.”

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