La posta di Eretica, R-Esistenze, Storie

Se anche la malattia è tutta colpa mia

Lei scrive:

ti seguo con interesse da anni. Vorrei condividere la mia storia, se avrai la pazienza di leggerla. Perché so che forse, almeno tu, non mi giudicherai. Ho provato a farlo con un’altra persona prima di te, ma lei mi ha giudicata eccome.

Mi viene sempre in mente un proverbio giapponese che dice: se cadi sette volte, rialzati otto. Vorrei chiedere all’antico saggio giapponese dopo quante volte sia lecito non rialzarsi più.
Nessuno sembra chiedersi cosa succede da grande a una persona che subisce abusi fin da piccola. Evidentemente le persone guardano troppi film hollywoodiani col lieto fine, dove basta un po’ di caparbietà e resilienza per ottenere qualsiasi cosa e per cambiare la propria vita. La realtà è ben diversa. Mio padre è una persona violenta e profondamente disturbata. Mia madre era una persona fragile. Non mi ha mai difeso nei confronti degli abusi di mio padre. Forse perché non ne era in grado. O forse perchè, anche se in maniera diversa, era un po’ abusante anche lei. I miei parenti, sia da una parte che dall’altra, hanno sempre fatto finta di non vedere. Anche se, silenziosamente, disprezzavano mio padre. Ma non era affar loro. Non erano affar loro le sue offese, le sue urla, i suoi schiaffi, le sue palpatine al sedere. Chissà perché la vergogna invece di essere del violento, ricade sulla vittima. Ero io quella che si doveva vergognare. Era mia la colpa di tutto.

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R-Esistenze

NO AL DDL MAIORINO e alle politiche calate dall’alto sulle nostre vite

da Ombre Rosse

NO AL DDL MAIORINO e alle politiche calate dall’alto sulle nostre vite.

Siamo molto preoccupate e arrabbiate dal crescente avanzamento del modello neo-abolizionista in Europa. Dopo Svezia, Francia e la proposta di legge in Spagna, in Italia viene proposto l’ennesimo disegno di legge che prevede la criminalizzazione del lavoro sessuale attraverso multe e, in caso di recidiva, carcere per i clienti. Non ci stancheremo mai di ribadirlo che la criminalizzazione non è mai la soluzione e continueremo a smascherare l’ipocrisia che si cela dietro a questa ideologia neo-abolizionista: criminalizzare non significa cancellare il lavoro sessuale, ma spingerlo ancora di più verso un contesto di violenza, clandestinità e pericolo.

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R-Esistenze

Proposta Maiorino danneggia la vita delle sex workers in Italia

dalla pagina del Comitato per i diritti civili delle prostitute

GRIPS, il Gruppo Italiano di Ricerca sulla Prostituzione e sul Sesso Work avverte:

La proposta di Maiorino è pericolosa per i diritti e la vita delle persone impegnate nel lavoro sessuale

Il disegno di legge n. 2537, firmato dal senatore Maiorino, introduce la punizione del cliente come via principale per determinare la riduzione della prostituzione e del traffico per sfruttamento sessuale.

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Antisessismo, Culture, La scrittura delle donne

La scrittura delle donne: capitolo tre

Ancora scrittura per la libertà. Continua da QUI. Stavolta è un po’ saggio e un po’ pamphlet polemico. Se vi piace una donazione mi fa sempre comodo. Ed ecco che inizia. Ogni riferimento a cose, città, fatti e persone è puramente casuale. Buona lettura!


Capitolo tre: molte donne scrivono dopo aver cresciuto i figli.

Quando chiedevo a qualcuna: perché non scrivi? Rispondeva che c’erano cose più importanti. La cura della casa e dei figli. La scrittura veniva considerata come un hobby per ricche e credo siano le ricche ad aver dato questa impressione. Le donne povere non potevano permetterselo e soprattutto non potevano vivere la contraddizione di amare la scrittura e dover crescere dei figli. Se amavano la scrittura passava comunque in secondo piano. La differenza di classe era ed è ancora discriminatoria in questo senso. Non perché certe donne non abbiano qualcosa da dire ma solo perché non ne hanno il tempo e non possono concedersi il lusso di lasciare versi sulla natura dell’esistenza e sul vivere quotidiano. Se non capite quanto la differenza di classe e di genere sia importante in questo caso è bene che ve lo ricordi. Bisogna avere un reddito e una stanza tutta per sé per poter scrivere di qualunque cosa. Non ci sono altri modi, non ancora. In un mondo stretto nel privilegio maschile e in quello dei ricchi alle donne povere non resta che vivere con la colpa di sentirsi inadeguate qualunque cosa facciano. Vengono giudicate per qualunque cosa, dal modo in cui tengono la casa, dal filo di polvere intercettato dalla suocera, dalla cucina che dovrebbe essere il loro regno sebbene non credano alla storia di Cenerentola, dal modo in cui vestono i bimbi, come lavano i loro visi, come li spidocchiano, li pettinano, li vaccinano, li accompagnano a scuola e tutto il resto. Le donne devono rispondere sempre a qualcun altro o a qualcun’altra del proprio operato.

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Antisessismo, Culture, La scrittura delle donne, Scrittura

La scrittura delle donne: capitolo due

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Capitolo due: donne scrittrici e nobili.

Ho lavorato per un po’ di tempo nella città di Palermo e tutte le scrittrici che venivano proposte erano quasi sempre appartenenti a famiglie nobili. Alcune vivevano all’estero e altre elargivano memorie della loro vita nobiliare, con acuta descrizione dei loro ambienti, le ville in cui vivevano, la genealogia che le caratterizzava. Le donne del Sud che scrivevano libri appartenevano ad una classe differente e quando leggevo le memorie dei racconti passati, con riti delle parenti a recitare il Rosario, con la descrizione esatta del momento in cui si consumava un pasto o una bevanda tipica del luogo, mi sentivo inadeguata. Dopo molto tempo compresi il perché. Non avevo mai vissuto in una villa, in casa non c’erano parenti che sgranavano rosari, non c’era il momento del dolce o della bevanda pomeridiana, non c’era nessuno che mi servisse un pasto a parte mia madre quando ero piccola. Palermo si divide in due contesti precisi, la classe nobiliare e la massa. Catania ha una natura più borghese e industriale ma Palermo continua a conservare quella divisione anche nelle memorie e nella pubblicazione di libri ad opera di donne che non rappresentano tutte le altre.

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La scrittura delle donne: capitolo uno

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Capitolo uno: reddito e una stanza tutta per sé. 

Vi siete mai chiesti perché la maggior parte degli scrittori famosi sono uomini? Semplicemente perché potevano. C’erano scrittrici che dovevano firmarsi con nomi da uomini per poter essere pubblicate. Diversamente le donne dovevano badare alla famiglia e alla casa ed eventualmente elevare il prestigio del marito. Delle mogli degli scrittori sappiamo molto poco a parte forse per gli autori contemporanei. Gli scrittori paraculo dicevano che le proprie mogli li ispiravano e le trattavano da Muse anche se poi erano semplicemente le loro serve. Altri scrittori ebbero rapporti molto conflittuali con le donne che non riuscivano a trovare spazio per sé stesse dove c’era già una prima donna. La prima donna era il marito, ovviamente. Gli scritti delle donne sono stati per lungo tempo disprezzati ho sminuiti a rango di romanzetti rosa. Si diceva che solo gli uomini potessero scrivere di argomenti interessanti perché le donne erano legate hai emotività e sentimenti che derivavano dal possedere un utero.  I romanzi scritti dalle donne venivano interpretati come troppo intimisti, troppo autoanalitici o autobiografici. In realtà le donne avevano un immaginario vastissimo e riuscivano a interpretare intere epoche in poche righe, riuscivano a dare vita a generi letterari a loro preclusi eccellendo in ogni caso.  

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Antisessismo, Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze, Salute Mentale

Alla moglie dello scrittore: Ti prego, scappa!

Ho sognato uno scrittore conosciuto a Palermo, che mi invitava in casa a prendere un caffè. Una casa antica, di quelle che raggiungi attraverso scale di pietra e marmo, con le volte in corrispondenza dei pianerottoli. La casa aveva tetti alti, si trovava nei pressi di Ballarò, a servirci il caffè però non fu lui ma una donna. Lui mi parlava della sua maniera moderna di vedere le cose e poi si faceva servire da una donna che allontanò come se non fosse all’altezza di assistere alle nostre conversazioni. Lei aveva da fare, si giustificò lui, deve rassettare. Lui evidentemente non l’aiutava. Quella grande casa, vanto per lui e prigione per lei, la quale uscì in fretta e poi tornò con i cannoli freschi comprati chissà dove. Le dissi di sedersi, volevo parlare con lei, e lui ne fu offeso, come se il suo prestigio ne fosse offuscato, uno scrittore che mi concede di incontrarlo e io presto attenzione alla sua cameriera. Le chiesi se era felice e cosa pensava delle cose scritte dal marito e lei con dovizia di particolari tratteggiò un’opinione frutto di una complessa osservazione del lavoro che veniva svolto mentre lei serviva caffè e cannoli.

Lui l’artista e lei la serva che gli permetteva di poter scrivere senza pensieri di sorta. Le dissi che scrivevo anch’io e mi sarebbe piaciuto ascoltare la sua storia e lei con modestia disse che non era nulla di importante, la sua fortuna era stata quella di conoscere un uomo d’arte, il petto dell’artista si gonfiò con orgoglio, la moglie stava ricucendo un abito proporzionato alle nuove misure, sapeva come mercanteggiare e vendere il prodotto del marito. La venditrice era lei, lui solo un innocuo manutentore con la divisa d’ordinanza da intellettuale che indossava per averla ereditata dai genitori. La donna si comportava come si comporta ogni madre di famiglia siciliana che io abbia conosciuto. Non ne avevo mai vista una che solleticava tanto l’ego del marito, nonostante lui non facesse un cazzo in casa. La vera artista era lei e lui colse il mio pensiero sebbene io continuassi a discutere dei suoi progetti e di come egli aveva tratto spunto da fatti storici per determinare una narrazione sconclusionata sui fatti siciliani. Gli dissi che non mi intendevo di storicità, preferivo la fantascienza, ad esempio quella in cui un uomo portava il caffè alla donna intenta a scrivere un libro e mi chiedevo se mai mi sarebbe stato permesso di immaginare una visione simile, fuorché in situazioni nobiliari, come spesso accadeva alle scrittrici conosciute siciliane.

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Tso senza una ragione?

Mi è arrivata un’altra lettera questa volta da parte di un ragazzo che mi ha raccontato di ciò che gli è successo due anni fa. L’argomento è sempre lo stesso e cioè il principio secondo il quale alcuni pensano di fare del bene ledendo la tua dignità. All’epoca lui aveva 23 anni e stava bevendo assieme un gruppo di amici in una città del Nord e ad un certo punto uno dei suoi amici cominciò a sclerare e alcune persone presenti alla scena chiamarono la polizia che arrivo’ accompagnata da un’autoambulanza. La polizia registrò l’accaduto come una questione di ordine pubblico ma quel che avvenne poi dipese da un medico che accompagnava alcuni volontari e che decise che uno dei ragazzi, appunto il 23enne avesse bisogno di immediato aiuto.

Non si capisce per quale ragione presero di mira lui ma fatto sta che lo portarono in psichiatria usando il trattamento sanitario obbligatorio per ricoverarlo in una situazione che lui definisce la kafkiana. Quando l’altro ragazzo sclerava il ventitreenne tentava di farlo smettere e poi semplicemente si tirò indietro e e sedette sul marciapiede perché gli girava la testa dato che aveva bevuto un po’ troppo. Il fatto che fosse ubriaco non giustificava un TSO. Tantomeno giustificava il fatto che lui fu costretto a restare in un reparto psichiatrico in contenzione per i primi due giorni e sedato per i successivi cinque giorni. Gli attribuirono deliri e disturbi di vario tipo di cui lui non soffriva affatto perché era uno studente brillante che stava semplicemente trascorrendo una serata con gli amici dopo aver dato un esame che gli era andato bene. Si ribellò in tutti i modi al ricovero forzato e per questo lo tennero legato per due giorni e sedato per il resto del tempo dichiarando che lui avrebbe potuto farsi del male o farne a qualcuno.

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La posta di Eretica, Salute Mentale, Violenza

Ero troppo piccola e non potevo fare niente

Mi ha scritto una ragazza che ha letto il post sulle malattie mentali e sui modi sbagliati in cui alcuni medici le affrontano e mi ha raccontato quello che è successo a lei quando non era ancora maggiorenne. Aveva circa 14 anni un po’ più forse e all’improvviso non riusciva più a fare niente, a parlare, a concentrarsi, a dormire, a studiare. Si trovava in una condizione di immobilità e non riusciva a capirne la ragione e non sapeva spiegarla a chi tentava di capire quello che stava succedendo. I genitori la portarono da uno psichiatra che le prescrisse dei sedativi, banali benzodiazepine, per calmarla e farla dormire meglio. Lei comunque non stava bene e continuava ad avere sensazioni negative e a non riuscire a fare molto per se stessa o per chi le stava intorno.

Continuo’ a studiare con molta difficoltà anche se dovette saltare un anno. Quando ebbe compiuto diciotto anni decise di smettere di prendere quelle medicine e di rivolgersi a un altro medico. Il medico ovviamente dapprincipio le sconsigliò di smettere i farmaci all’improvviso e senza un piano graduale e poi le fece una semplice domanda che sarebbe stato utile le facesse lo psichiatra che l’aveva liquidata con le benzodiazepine. Il nuovo medico le chiese cosa le fosse successo nel periodo in cui comincio’ a star male. Una domanda semplice, per risalire ad una causa era necessario che lei ricordasse qualcosa di quel periodo. Lei ricordò di un brutto litigio tra sua madre e suo padre e del fatto che il padre aveva picchiato la mamma.

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Ledere la dignità per il tuo bene

Ci sono casi in cui qualcuno lede la tua libertà individuale e la tua dignità dicendoti che lo fa per il tuo bene. Avviene spesso per esempio nella cura dei minori quando si dice ad un bambino di non fare una determinata cosa altrimenti incorrerà in una punizione. Per paura di quella punizione il bambino limiterà le sue azioni. Mio padre mi diceva sempre che la mia testa era guasta e che solo lui avrebbe potuto condurmi per la retta via. Così mio padre mi picchiava e quel che ne traevo era solo paura e non un insegnamento che poteva regalarmi saggezza ed esperienza.

La stessa cosa mi diceva il mio ex marito che voleva insegnarmi come diventare donna senza che lui stesso fosse ancora divenuto uomo. Ogni metodo autoritario attinge al sentimento della paura immaginando che sia necessario suscitarla in nome di un bene superiore. Si può trattare della tua salute o dello studio, si può trattare di qualunque tipo di esperienza che vi riguarda, e in ogni caso verrà meno l’ascolto nei vostri confronti perché nessuno darà valore alla vostra voce.

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