Comunicazione, Culture, Salute Mentale, Vedere

L’agorafobia al cinema e in tv

Ho visto l’ennesimo video con protagonista una donna agorafobica e mi si sono drizzati i capelli per gli stereotipi, sempre gli stessi, rappresentati. Non solo si racconta che l’agorafobica alla fine compie un atto di eroismo ed esce fuori per risolvere un crimine o cose del genere ma si rappresenta la donna affetta da agorafobia con una serie di caratteristiche precise.

Le agorafobiche sarebbero sempre strafighe, mai in sovrappeso, campionesse di hacking, nerd iperpreparate sul funzionamento dei computer e specializzate in comunicazione digitale, ricche e abitanti di case di 200 mq, terrorizzate di affrontare il mondo esterno ma impavide nel farsi i fatti dei vicini, pronte a scovare crimini e ingiustizie ed eventualmente capaci di praticare arti marziali.

Della serie che le agorafobiche sono strane ma in ogni caso, giusto perché non si sa cosa dire di loro e non si sa spiegare quel che vivono, bisogna descriverle come affascinanti, misteriose, dame il cui panico non impedisce loro di diventare supereroine.

E’ davvero imbarazzante e oltremodo frustrante vedere inscenati copioni in cui si adopera l’agorafobia come mero espediente per rendere più interessante e carica di suspense la storia.

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Personale/Politico

Taglio netto

Cronologia post soccorso. Attesa in reparto dove il grumo dei capelli è stato mozzato. Dovrei essere biondo rossa in realtà ma non ho vitamina D e i capelli al chiuso diventano tutt’uno con le sfumature della muffa sulle pareti umide.

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Personale/Politico, Salute Mentale

Pandemia e riacutizzazione depressione

Qualcuno chiede: ma qualche anno fa uscivi, venivi alle manifestazioni e partecipavi in giro. Che è successo? Ero già in terapia, non funzionava benissimo ma per lo meno ero riuscita a superare a tratti, non spesso, lo scoglio agorafobico. Poi la pandemia mi ha costretta a restare chiusa in casa. Infine avevo il terrore perfino di andare dal medico. Ho fatto i vaccini con molte cautele. Ho ricevuto una visita domiciliare da una psichiatra che comunque non mi reputava “grave”. Ho delegato il ritiro farmaci al compagno e tra noi si sono ingigantiti scogli mai affrontati, forse. Lui fuori, lavorava, io sempre a casa, sola, avevo staccato da tutto, non riuscivo più neppure a gestire la pagina, a scrivere, leggere, a fare nulla. Me ne stavo seduta sul divano ad abbuffarmi, vomitare, anestetizzarmi con sedativi e serie tv in streaming. Se dovevo affrontare il mondo esterno, vedere qualcuno, parlare al telefono, andavo nel panico. Il mio compagno non poteva ovviamente portare a casa nessuno perché io mi sarei chiusa in camera da letto. Lui frustrato, scandendo gli ultimi periodi, io completamente massacrata e senza forze.

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Personale/Politico, Salute Mentale

Agorafobia e burocrazie

Mi hanno concesso qualche mese di invalidità ma mi hanno sospeso la patente. Per riaverla dovrei uscire, telefonare, organizzare. Tutto è lontano e solo guardare info sul web mi fa venire il panico. Posso inoltrare qualcosa se ho la firma digitale ma per averla devo fare lo spid alle poste e mi gira la testa, comincio a sudare freddo e infine si appanna la vista. Se non ho nessuno che mi aiuti non so come fare ma non vorrei sempre delegare e non posso farlo.

Dipendo, da qualcuno, da leggi complicate, dalle mie paure irrazionali. Se devo affrontare qualcosa di burocratico vado in paranoia. Ancora sudore freddo, capogiri, vista appannata.

Per andare dalla psichiatra mi serve la macchina, quindi qualcuno che mi accompagni e poi ricomincia la procedura per chiedere il riesame di invalidità. Andare al disbrigo pratiche, fissare appuntamenti, poi attendere convocazione, tornare con certificati medici. Se non avessi nessuno a darmi una mano potrei annegare nel panico.

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Depressolandia, storie e desideri

Piani di recupero. Più contatto con la pelle. Sposto il culo dal divano alla mia stanza per scrivere. Con l’aiuto del mio compagno proverò a mettere il naso fuori dalla porta. Forse per prendere il sole su uno scalino o riuscire a raggiungere il giardino a un paio di centinaia di metri di distanza. Lavare i capelli, quello mi viene difficile, perché se mi piego in avanti sulla doccia temo di scivolare e non saprei come risollevarmi. Mi farò aiutare? Tento di misurare i farmaci per capire quale sia il dosaggio giusto, incontrerò la psichiatra e proverò a ragionare di terapia di coppia con il mio compagno per capire dove stiamo andando e cosa è accaduto nel frattempo.

Nel frattempo sono stati archiviati vari lutti, persone che mancano. di cui non posso parlare, per non indispettire il resto della mia famiglia e perché non mi sento in diritto di farlo. Come se mi fosse negato accesso al dolore perché ho rifiutato la cura per loro negli ultimi tempi. Ciò che mi ha liberata mi ha anche imprigionata. Le famiglie sanno essere crudeli e disfunzionali ma da lì partiamo e lì torniamo. Sola al mondo, con un compagno come unica fonte di affetto. Via lui non so come farei. Il timore di perderlo, il terrore di passar sopra ai miei desideri per tenermelo.

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Anestetizzarsi: come si diventa dipendenti

Penso molto a ciò che mi distrae dal non pensare, ovvero da quello che mi fa paura affrontare, anche se non dovrei provarne per quello che ho narrato e vissuto. Eppure la ricerca di metodi per anestetizzarsi è una parte quasi cosciente della vita di molte persone. C’è chi beve (io per fortuna almeno quello no), c’è chi fuma (nicotina a tratti un decennio sì e uno no e adesso il tabacco impera), c’è chi mangia e si abbuffa (poi vomita, come faccio io e chi soffre di disturbi dell’alimentazione). C’è chi eccede nell’uso di droghe (quelle illegali e quelle legali, tipo i farmaci calmanti che mi vengono prescritti). C’è chi si anestetizza guardando la tv per ore e ore, guardando sui social le vite altrui che scorrono mentre la tua resta salda sul divano. C’è chi affoga le paure nei videogiochi, o con un milione di altri metodi che ti danno l’illusione di muoverti mentre sei ferma.

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Malattia mentale e prevenzione ed educazione al rispetto dei generi

Se parliamo di malattie mentali che colpiscono maggiormente le donne, come la depressione, i disturbi alimentari, l’agorafobia, dopo averle osservate e analizzate da un punto di vista di genere possiamo immaginare delle forme di prevenzione. Per prevenire i disturbi alimentari bisogna combattere il sessismo, il body shaming, i modelli estetici imposti. Voler essere magre non è sempre la dimostrazione che è quella donna si affetta da una malattia ma se si raggiungono stadi in cui si ritiene di poter avere il controllo su se stesse soltanto digiunando o stadi in cui si perde il controllo su tutto abbuffandosi e poi vomitando, siamo di fronte a un disturbo che si potrebbe prevenire se solo le pressioni sull’estetica femminile non fossero così enormi. Voler essere belle non e qualcosa di malvagio, non riuscire a vedere la propria bellezza perché non si somiglia ai modelli estetici imposti diventa invece patologico. Dobbiamo spiegare con attenzione che quei modelli non rappresentano la realtà delle tante donne esistenti al mondo, con corpi di ogni peso e misura e colore, con aspetti differenti l’una dall’altra. Dobbiamo spiegare che la diversità è un valore e se impediamo a quelle pressioni sessiste di insistere nel far sentire inadeguate le donne nei propri corpi potremmo prevenire patologie invalidanti che hanno certamente una derivazione anche culturale. 

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La malattia mentale come conseguenza

Tutte le questioni fin qui trattate, relativamente alla discriminazione sessuale e di genere nei confronti delle donne, possono essere individuate come cause di alcune precise malattie mentali. Se non osserviamo la questione della salute mentale senza anteporvi la questione di genere, non potremmo capire come realizzare una prevenzione che alleggerisca il peso di tanta pressione sulle donne. 

Quella pressione deriva dagli stereotipi di genere, dal sessismo e dalla misoginia, dal body shaming, dalla mancanza di rispetto per il consenso, dal revenge porn,  dal maschilismo o antifemminismo che dir si voglia, all’interiorizzazione del maschilismo che ci riguarda, dalla cultura dello stupro, dal victim blaming, dall’essere considerate oggetti del desiderio invece che soggetti, dalle molestie subite da bambine, dall’omertà che obbliga tante hanno svelare quel che hanno subito dai loro carnefici, dalle molestie sul lavoro, dalla violenza ostetrica, dall’obbligo di assumere ruoli di ammortizzazione sociale, dall’idea che la famiglia eterosessuale sia l’unica destinazione è l’unica salvezza per tutte noi, dai modelli estetici imposti, dagli stessi errori che vengono compiuti nelle campagne contro la violenza di genere, dal considerare femminismo come qualcosa di vago e non il personal politico a cui ci riferiamo noi, dalla criminalizzazione della donna in quanto donna e dalla colpevolizzazione della vittima in qualunque situazione, dallo stigma che pesa sulle donne alle quali viene detto che se non sono madri non valgono niente,  dalle politiche contro l’aborto, dai ruoli di cura di mogli, madri, badanti, dall’idea di poter essere liberate dai ruoli di cura attraverso la schiavitù delle donne migranti.

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Personale/Politico

Farmi inghiottire dall’universo o resistere?

Quello che succede quando ti manca il terreno sotto i piedi è che ti rendi conto di non saper volare. Perciò cerchi un appiglio, uno qualunque, per restare ancorata il più possibile prima di svanire in un universo vasto e pieno di incognite che giammai vorresti visitare e mai vorresti ti inghiottisse. Invece l’universo incombe su di me e devo abituarmi a osservarlo da vicino immaginandomi ora esploratrice e ora semplicemente una donna che tenta di sopravvivere ai grossi colpi inferti dalla vita. Senza certezze mi accingo a gestire l’ingestibile, sapendo di contare su pochi aiuti e su me stessa soprattutto, nonostante io sia piena di difficoltà e non sappia come fare a percorrere più di cento metri senza aiuto per l’agorafobia o non possa essere puntuale al mattino per i farmaci per la depressione. Com’è possibile che in questi casi nessuno abbia approntato un servizio che possa tenere l’ancora ben salda per impedire che l’universo prenda tutto quello che di me è rimasto.

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Bodyshaming

Una delle pratiche più odiose messe in circolo da uomini con la clava e relative consorti è quella del bodyshaming. Letteralmente vuol dire vergognati del tuo corpo. Dunque ogni volta che qualcuno vi importuna e fa delle battutacce per disprezzare il vostro aspetto fisico sta usando una forma di molestia che può riferirsi a tutto ciò che non corrisponde con il modello estetico imposto dalla maggioranza o particolarmente gradito al o alla idiota che vi disprezza. Il modello estetico cui certa gentaglia fa riferimento prescinde dal fatto che voi siate sane, debilitate, qualunque cosa. Loro disprezzano tutto quello che nella loro testa suona come anormale. L’influenza dei media nel creare un immaginario normativo per i corpi di ciascuna di noi è enorme. Tant’è che l’idiota di turno disprezza spesso una donna che potrebbe perfino somigliare a sua madre o sua sorella o alla sua fidanzata. L’importante è dar fiato alla bocca o metter mano alla tastiera, cosa che rende il web una giungla nella quale spesso si è più soggette ad aggressioni di haters che si nascondono dietro nickname e schermi per schernire con tutto l’odio che hanno in corpo e in testa.

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Cronache postpsichiatriche: depressione e tentato suici.dio

Appunti per la mia autobiografia.

Nell’ultimo periodo di gestione del progetto di Abbatto i Muri ho saltato fasi, ho lasciato le mie compagne da sole, senza spiegare niente, parlando di vaghi problemi di salute. Poi tornavo e in uno di questi ritorni ho ideato e condotto la campagna #tuttacolpamia che mi ha portata allo stremo delle forze. La campagna era giusta, ed è stata efficace, io però non avevo misurato il potere che aveva ogni racconto nel risvegliare miei dissidi interiori. Non ero pronta, non ero forte abbastanza. L’ho condotta fino alla fine poi ho dovuto prendere tempo, staccare e piangere. E piangevo per le storie lette, per le vostre vite spezzate, il vostro sangue versato, le umiliazioni che avete subito, le mortificazioni che non avete potuto nominare. Mi sono fatta carico di troppo in un momento di enorme fragilità. Non potevo interrompere, non volevo lasciarvi da sole, mi preoccupavo di lasciarvi inascoltate. Ma ora posso confessarvi che per me è stata dura. Non il fatto in se’, perché se la mia vita fosse andata per il verso giusto avrei potuto raccogliere le fragilità di ciascuna e coccolarla come sarebbe stato giusto, Come dovrebbe essere giusto fare in ogni spazio femminista che si rispetti. Alla fine mi sono inchiodata sul divano a vedere serie tv coreane, apprendendo una lingua che non so a che mi servirà, sposando il disimpegno che una intellettuale come me non dovrebbe sposare. Avrei dovuto approfittarne per leggere libri di filosofia, forse. Macchè. I drammi coreani sono il meglio del meglio se sei depressa e non vuoi ascoltare nessuno e tantomeno te stessa.

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Cronache postpsichiatriche: la crisi arriva alla fine della guerra!

Leggo in uno dei libri di psicologia che mi è stato regalato in questi giorni che la tendenza al suicidio non si rivela mai quando sei in guerra, quando stai combattendo, ma “il lasciarsi andare è classico della quiete dopo la tempesta emotiva“.

Io non capivo perché avessi voglia di morire dopo essere sopravvissuta ad una famiglia violenta, ad un padre padrone e ad un ex marito che mi ha quasi uccisa. Non capivo perché non fossi depressa quando lottavo tutti i giorni per sopravvivere, quando facevo due lavori per campare e quando tentavo in tutti i modi di perseguire i miei obiettivi pur tra mille difficoltà. Invece alla fine è arrivata, la depressione, mi ha presa dopo anni in cui avevo costruito una sorta di stabilità emotiva e affettiva. Quando avevo stabilito le mie priorità e avevo capito anche da cosa ero riuscita a fuggire, elaborandone i pericoli intimamente e politicamente. Mi ha presa quando il mio personal politico avrebbe dovuto essere risolto e io avrei dovuto semplicemente percorrere una strada a quel punto in discesa, con le difficoltà di tutti i giorni ma senza gli impedimenti violenti che avevano caratterizzato l’infanzia, l’adolescenza e la prima parte dell’età adulta.

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Notizie dalla prigione di un’agorafobica: primi passi verso l’esterno

Lei scrive:

Cara Eretica, non ho proseguito con la psichiatra a domicilio che non mi è piaciuta molto. Ho contattato una psicoterapeuta e ho fatto delle sedute in chat/video, grazie alla sua disponibilità.

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La posta di Eretica, News & Sorellanze, Personale/Politico, R-Esistenze

Notizie dalla prigione di un’agorafobica: l’incontro con la psichiatra a domicilio

QUI i suoi primi messaggi. Sulla categoria News & Sorellanze ecco un altro suo aggiornamento:

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