Personale/Politico

Peccati da confessare

Non che i miei problemi siano risolti ma pare che io debba fare i conti con i miei peccati prima del trapasso. Non quello solito. Trattasi di passaggio a miglior vita, una vita migliore nel vero senso della parola. Dunque vediamo. Metto in moto il tapis roulant per i neuroni privi di allenamento e accelero al massimo la velocità per tornare indietro nel tempo. Mi sono toccata da bambina, e vabbè, questa è la più ovvia. Con il mio cuginetto provammo le gioie del sesso bimbesco e fummo scoperti nientemeno che dalla sua religiosissima madre. Quella che non si perde mai, neanche con neve o pioggia, una uscita del Papa dal finestrone del Vaticano, quella che voleva far diventare la figlia suora perché grassa. Invece lei si sposò e fece due figli. Tiè. La scoperta di quella cattiva azione fu naturalmente imputata solo a me. Giammai il figliolo poteva pensare a cose sporche se bene aveva udito il tono delle sue preghiere e lo scorrere delle sue dita sul rosario. Io la vastasa, tre volte tanto, dopo che la madre di una vicina mi scoprì a misurare la febbre nel culo, con una matita, alla pargola innocente. Come se c’avessi scritto maniaca sulla fronte. Eppure ero timidissima e innocente. Insomma peccaminosa, perché tre volte al fiume decidevo di voler a tutti i costi sopravvivere e galleggiare. Le turbe sessuali che causai al cuginetto non so quali furono. Di certo la zia non mi guardò più allo stesso modo, sebbene volesse aggiustarmi, come si dice, redimermi, e allora fu lei che mi accompagnò alla cresima, minacciandomi con l’indice: e ora devi chiamarmi madrina. Sssì madrina. 

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Dove sta l’autonomia del discorso femminista?

Elettra Deiana commenta il mio post sul femminismo bottegaio, riflette ad alta voce assieme a me, ed ecco quel che scrive e che io condivido con voi:

Cara Eretica, il femminismo è stata un’esperienza dell’umano, non un incipit metafisico, non l’epifania di un nuovo mondo. Solo un’esperienza dell’umano femminile, ma poderosa e dirompente, che ha cambiato il gioco delle parti, messo al mondo l’inaudito, condensato, per fare un esempio a me caro, nel dissacrante gesto della vagina, ostentato negli spazi pubblici a sfida del patriarcato. Ha insomma sbaragliato l’ordine del discorso dominante e alcune donne vi hanno contribuito con una particolare lucidità del pensiero e forza dell’azione, che va loro riconosciuta. Ma come tale – come esprienza dell’umano – il femminismo ne porta intrinsecamente i limiti, quelli per cui non si esce dalle ricorrenti follie umane o se ne esce in forma claudicante e provvisoria.

Come qualsiasi altra vicenda rivoluzionaria, anche il femminismo (nelle sue infinite filiere) si è presto trasformato in un’aspirazione al potere e in uno strumento di partecipazione al potere. Politico, istituzionale, accademico, mediatico, economico e altro, IL femminsmo e la politica; qui si è persa la forza della critica, l’autonomia dell’azione, la capacità femminile di parlare al mondo “spostando le sguardo”, come dicevamo a quei tempi, ed è cominciata la lagna della “qualità” femminile, da aggiungere come una salsa salvifica alla politica degli uomini, l’ossessione delle quote rosa, che da sacrosanta norma antiscriminatoria è diventata qualità della democrazia, mentre la democrazia si sgonfia come un palloncino e l’ordinamento democratico dello Stato non accende più nessuna passione popolare. Per non parlare del seguire l’onda mediatica della lotta per il potere. Tutte le critiche che tu fai mettono in evidenza proprio questo.

Che cosa resta di quell’esperienza che ha tuttavia davvero cambiato il mondo e cambiato ognuna di noi e cambiato le donne, comprese quelle delle nuove generazioni? Bisogna, secondo me, guardare in profondità. Prevalgono innegabilmente gli scarti femminili dell’attitudine umana alla competizione per stare a galla in una politica del potere. La supposta, speciale “grandezza” femminile ha ceduto le armi? Non ha resistito di fronte alla strutturante e pervasiva potenza del neoliberalismo che si nutre proprio della competizione e concorrenza in tutte le dimensioni? Perché le cose “al femminile”, ancorche femministe, sono quello che sono in prevalenza? Per complicità antropologica funzionale al maschile? Perché i cambiamenti possibili sono solo quelli che si misurano nello spazio del tempo che viviamo e buona notte al secchio?

Perché anche laddove tutto il potere del maschile fosse eroso e un fiume di donne li sostituisse i meccanismi del potere rimarrebbero uguali e le donne non ne possono essere immuni? Io sono femminista dagli anni sessanta continuo a essere ostinatamente femminista perché il mio femminismo è un tutt’uno col mio stare al mondo e guardare le cose. Ma, proprio per questo, non ho mai teorizzato virtù angelicate, differenze magistrali, sapienze strategiche delle donne. Registro che nell’esperienza umana femminile, antropologicamente sedimentata e singolarmente vissuta, ci sarebbe materiale per acchiappare le cose del mondo da un altro punto di vista, che forse potrebbe contribuire a cambiare almeno un po’ le cose. Ma a parte riflessioni solitarie, prevale quello che tu registri. Ma tutte le grandi idee, passioni, promesse, rivoluzioni si logorano, diventano altro. Più o meno rapidamente. Spesso nello spazio di un mattino. Io sono di sinistra e quello che tu dici di certi femminismi e del femminismo io potrei dirlo – e spesso lo dico – della sinistra. Anche di quella in cui oggi mi colloco

Potremmo magari organizzare un incontro “eretico per parlarne”.

Un abbraccio e grazie per l’ostinazione e l’acribia delle tue argomentazioni.

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Se vuoi essere popolare recita il dogma del “femminismo” mainstream

03Uno degli obiettivi principali del femminismo strumentale e filo/istituzionale è quello di screditare il femminismo che non si rende funzionale alla legittimazione di partiti/governi e non si presta a certi giochi di potere. Farlo è abbastanza semplice. Puoi essere chiunque, donna, uomo, blogger, socialnetworkara, autrice di parole che nessuno o quasi si caga perché banali, in fondo sempre uguali e perennemente tese a moralizzare l’universo mondo o a denigrare chi non ti somiglia perché il bene massimo, ovviamente, è rappresentato dalla tua fattezza e dai tuoi pensieri, ma quel che ti contraddistingue è il fatto che se usi le stesse parole della nota parlamentare, presidente, giornalista mainstream xy sai bene che il mondo ti regala un pizzico di celebrità.

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Il femminismo col copyright al tempo della libera condivisione dei saperi

1173845_637278386291099_1286171987_nCosa speravi di trovare nel femminismo tu che sei una di periferia? – mi disse un’amica che ben sapeva quanto grande fosse l’amarezza, la disillusione, la tristezza.

Cosa speravo di trovare io, femminista di periferia, nel tentativo di de-colonizzarmi e trovare parole e pensieri per esprimere il mio punto di vista? Speravo di trovare casa, calore, accettazione della diversità, libertà, riconoscimento, generosità, coerenza. Speravo di trovare anche contraddizioni, umanità, imperfezione, giammai santità e dunque la possibilità di esprimersi in modo disallineato, senza dover aderire a logiche precise e senza partecipare a dinamiche di branco.

Che a capo del branco ci sia un uomo e una donna alla fine cosa cambia? Niente. Non cambia niente. Funziona tutto allo stesso, identico modo.

Cosa speravo di trovare io, femminista a margine, in un contesto spesso fatto di benestanti pensionate, stipendiate, donne cresciute all’ombra di un partito, signore che si autopubblicano un tot di libri e poi scrivono la propria biografia (modeste!) su wikipedia come se le conoscesse qualcuno. Cosa speravo di trovare io tra donne che a volte ho trovato geniali e altre volte depresse, disancorate dalla realtà, a parlarti di fumo mentre tu hai la precarietà che ti brucia il culo, a raccontarti come sia dannoso un manifesto pubblicitario mentre tu ti chiedi quanto avrà guadagnato la modella, a dirti che alcuni mestieri sono poco dignitosi per le donne mentre tu ricordi tutte le volte che hai indossato una minigonna e hai mostrato il corpo per campare.

Cosa speravo di trovare io, femminista di periferia, tra quelle che mi chiedono di impegnarmi per chiedere la censura di questo e quello, per promuovere leggi che servono a loro, donne bianche, moraliste, borghesi, possibilmente con la colf straniera alle loro dipendenze, a volte candidate di partiti maggioritari e perciò a impormi le quote rosa come prioritarie, io che ancora ho da capire come fare a non essere invisibilizzata da donne differenti per classe, ceto, identità politica e livelli di consapevolezza. Cosa speravo di trovare tra donne che piegano le lotte femministe agli interessi di partito e poi le svuotano di contenuto e finisce che da donna libertaria quale sono mi obbligano a diventare una specie di fascista che vuole più galera per chiunque o che ragiona per securitarismi e infine immagina che le donne siano sempre brave e buone a prescindere. Si, certo. Come no.

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