Personale/Politico

Farmi inghiottire dall’universo o resistere?

Quello che succede quando ti manca il terreno sotto i piedi è che ti rendi conto di non saper volare. Perciò cerchi un appiglio, uno qualunque, per restare ancorata il più possibile prima di svanire in un universo vasto e pieno di incognite che giammai vorresti visitare e mai vorresti ti inghiottisse. Invece l’universo incombe su di me e devo abituarmi a osservarlo da vicino immaginandomi ora esploratrice e ora semplicemente una donna che tenta di sopravvivere ai grossi colpi inferti dalla vita. Senza certezze mi accingo a gestire l’ingestibile, sapendo di contare su pochi aiuti e su me stessa soprattutto, nonostante io sia piena di difficoltà e non sappia come fare a percorrere più di cento metri senza aiuto per l’agorafobia o non possa essere puntuale al mattino per i farmaci per la depressione. Com’è possibile che in questi casi nessuno abbia approntato un servizio che possa tenere l’ancora ben salda per impedire che l’universo prenda tutto quello che di me è rimasto.

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Antisessismo, Autodeterminazione, Critica femminista, Il Femminismo secondo la Depressa Sobria, R-Esistenze

Sessismo e misoginia

Una delle conseguenze dirette della manifestazione di stereotipi di genere è il sessismo.Se l’uomo con la clava decide che i sessi sono essenzialmente due, maschi e femmine, e valuta le capacità di entrambi in base a questo sosterrà prevalentemente che le donne non possono fare alcune cose in quanto donne. Il sessismo diventa così motivo di discriminazione sulla vita, l’istruzione, sul lavoro, su ogni campo in cui l’uomo ritiene di poter fare meglio della donna. Quando l’uomo con la clava afferma la propria superiorità in certe circostanze rispetto alla donna quel che esprime è misoginia, ovvero l’odio per le donne.

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Pensieri Liberi, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

Cronache postpsichiatriche: il dolore, il lutto, la separazione

In questi giorni ho perso di vista le mie priorità. Il mio quasi ex coniuge mi ha confessato di essere stato con un’altra appena prima e forse (perché è ambiguo su questo) anche dopo il mio tentato suicidio. Mentre mi diceva di volere il divorzio e si autoproclamava vittima per aver vissuto per anni accanto ad una malata di depressione, agorafobica, incapace di comunicare e con la libido a zero. “Sono tre anni che non facciamo sesso…” e l’ha ripetuto per dirmi che devo capire e per dirmi che la sua richiesta di divorzio è giusta, è giustificata. Come se volesse che io riconoscessi la sua nobiltà, il suo onore, come se dovessi assolverlo per liberarlo da eventuali sensi di colpa. Perché sa che quello che dice non è esattamente corretto e che per quanto io possa comprendere la sua stanchezza, perfino la sua sete di relazioni sessuali, in ogni caso stiamo insieme da due decenni, io ho investito su una vita con lui, immaginando di invecchiare con lui, pensando che avrebbe compreso le mie difficoltà. Ed è così, dice che comprende ma non vuole più stare con me, non c’è amore, tenerezza, non una carezza, solo la voglia di liberarsi di questo peso per andare avanti con la sua vita.

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Autodeterminazione, Personale/Politico, Precarietà, R-Esistenze

La “troiarchia”: il sex work ha un problema di classe

Illustrazione di Chloe Scheffe

 

Link al testo originale: Sex Work Has A Class Problem, di Emily Smith, scrittrice e attivista, per BuzzFeed. Tradotto da Luana e Cri del gruppo di lavoro di Abbatto i Muri.

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Nel mio lavoro di escort, ho avuto modo di constatare che lo stigma e la disuguaglianza alla base della troiarchia dell’industria creano un sistema che ostacola chi gode di meno privilegi.   

Ero una bambina povera e sono cresciuta a Sarasota, una città della Florida piena di milionari. Ho visto la villa sulla spiaggia di Stephen King, ho visto Jerry Springer al cinema con sua moglie. Io, invece, ero figlia di una madre single che mi ha avuta da adolescente e che mi ha cresciuta a cibo in scatola e film noleggiati in biblioteca. Nel nostro bilocale in periferia, ho guardato My Fair Lady così tante volte che ho rovinato la videocassetta. Continua a leggere “La “troiarchia”: il sex work ha un problema di classe”

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Le ingenuità di MalaRazza

In questi momenti di disoccupazione mi vengono in mente cose che mi ricordano per lo meno ciò che sono o ciò che ero. Adesso mi sento avvilita e invidio lui e il suo modo di ritrovare la calma dando perfino un nome ai malesseri psicosociali che ci rendono quel che siamo. A volte disadattati e altre volte solo rassegnati. Calma a tempo, perché appena arriva l’attimo sputa un vaffanculo su un commento facebook e poi chiude tutto e va a cercare notizie sullo sport.

In altri momenti avrei avuto la forza di fare cose in maniera decisa, con una determinazione da guerriera. Prendi il momento in cui stavo muso a muso con un tale che non voleva farmi entrare in un raduno per campeggiatori di sinistra. Una di quelle cose che organizzi assumendo un fascista come buttafuori. “Perché non parli tu?” – diceva rivolgendosi al mio amico. E faceva finta di non sentirmi. “Di’ alla tua ragazza di fare silenzio”. E lì, all’unisono: “Non è la mia ragazza” – “Non sono la sua ragazza”. Machista di merda. Vuol parlare con l’uomo. Io non valgo niente? Mi senti? Sono qui. Alla fine abbiamo scansato le botte perché si sono decisi a chiamare uno dell’organizzazione.

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MalaRazza e la disoccupazione

La povertà non è uno stato d’animo. Non si tratta di trascuratezza o di degrado soggettivo. Così vogliono farvi credere quelli che vi consegnano la colpa di essere poveri. Io sono povera e non è colpa mia. Non sono in grado di pagare la bolletta della luce a fine mese, spero solo che non la taglino. Il gas posso ancora usarlo ma quando finiscono i soldi che avevi messo da parte per i tempi bui, quelli in cui non avresti trovato lavoro, quei tempi bui si affacciano alla tua vita e tutto succede una cosa dietro l’altra, una disgrazia dietro l’altra. Ti senti un’accattona mentre giri per uffici a verificare le tue possibilità. Torni a casa con la rivistina che trovi da qualche parte dove stanno scritte le offerte di lavoro. Poi scopri che non c’è una vera offerta di lavoro in nessuna delle pagine attentamente sfogliate. La tragedia è che non si può fare diversamente. Non hai alternative a meno che non ti metti a rapinare banche e anche per quello ci vuole un talento che non ho.

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MalaRazza e il politico molesto

Ho lavorato per qualche anno come impiegata in un gruppo politico. C’era un deputato, tutto slogan cristiani al mattino e famiglia ore pasti, che cominciò a strofinarsi su di me quasi per caso. Non avevo capito ma, poi, un giorno, mi aspettò nell’atrio, dove stava la fotocopiatrice, e approfittando del fatto che tutti fossero in pausa pranzo si avvicinò a me, mi avvinghiò e mi costrinse a sentire da vicino il suo alito di sessantenne mentre mi dava un bacio sulla fronte. Era eccitato, gioioso, io rimasi paralizzata. Non dissi nulla. Eppure ero stata in grado di difendermi in passato ma erano miei pari e non miei datori di lavoro. L’atteggiamento ambiguo e viscido di un datore di lavoro è quello che sicuramente spinge una donna molestata ad avere il terrore di denunciare. Se lo fai ti licenziano. Se non lo fai vuol dire che ci stai. Se lo fai gli altri possono dire che te la sei cercata, vestita com’eri. Se non lo fai significa che sei disponibile.

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MalaRazza e la fila all’ufficio postale

Oggi il caffè sa di merda. Non so perché. A volte l’acqua ha un cattivo sapore e noi beviamo acqua che viene fuori dal rubinetto. Fresca e piena di cloro. Una delizia. Non possiamo fare altrimenti. Devo andare a pagare una bolletta, quella del telefono. La cifra standard che paghi solo per avere il telefono in casa e l’abbonamento con la connessione. Se doveste chiedermi dove si trova l’apparecchio direi che non lo so. Non telefoniamo mai e riceviamo poche chiamate, più spesso da parte di persone che ci offrono delle cose che non vogliamo. Con gentilezza, a volte con esasperazione, mettiamo giù. Una volta alzavi il telefono ed eri certa di sentire una voce amica. Parlavi del più e del meno. Ora possono essere solo due categorie di persone. Venditori o creditori.

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MalaRazza e la cena con gli amici precari

Cena, siamo in cinque. Tutti precari, pressappoco della stessa età dai 37 ai 40 e rotti. Noi abbiamo solo un ripiano con due sedie e quindi si finisce per sedere per terra ma va bene lo stesso. Siamo ecologici e usiamo i piatti in ceramica che poi laveremo. Dopo i convenevoli si salta subito alla situazione di ciascuno di noi. Io guadagno quasi niente, come ho già raccontato, il mio compagno ha un piccolo stipendio da operaio che dovrebbe coprire quasi tutte le necessità. Chiediamo per curiosità se qualcuno di loro ha preso il reddito di cittadinanza, la famosa spinta all’economia che ogni tanto i politici pubblicizzano quando sulle prime pagine dei giornali si parla di poveri discriminati e ricacciati indietro o che non trovano neppure un posto per dormire, senzatetto. La nostra amica è stata fortunata: è riuscita a superare un concorso per entrare in un ente locale ma il patto era che non avrebbe guadagnato mai un soldo di straordinario. Non ha la qualifica adatta, dicono. Prende 1300 euro lorde, e al netto, dato che paga le tasse, fate un po’ voi.

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MalaRazza e le anime nere

Oggi alla gelateria dove lavoro tre volte a settimana, per 20 euro al giorno, in nero, ho litigato con una cliente che voleva cacciare il ragazzo che cercava di vendergli delle rose. Non so di che nazionalità fosse ma il colore della sua pelle era nero. Come il mio contratto. Mi sono chiesta se la cliente avrebbe strepitato tanto contro il mio datore di lavoro sapendo quanto non-guadagno. Ho chiesto alla signora di evitare scenate e poi ho preparato un gelato per il ragazzo. Glielo offro io, ho detto. E la tizia se ne andata con un’espressione di disappunto.

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MalaRazza e l’aborto precario

Avevo detto che vi avrei raccontato del mio aborto. Io e il mio compagno convivevamo da due anni e nonostante le precauzioni, all’improvviso, sbam! Io ero tentata ma avevamo deciso insieme che la nostra situazione era davvero impossibile. Non potevamo permetterci un figlio. Io troppo precaria e lui troppo impegnato nel lavoro per poter darmi una mano. Mi ha detto: se non sono in grado di pensare a noi due come vuoi che pensi anche ad un figlio? Certo, mi piacerebbe, ma tu sai come siamo messi. Non possiamo. E io sapevo che aveva ragione. Ha sempre avuto ragione. Conosceva i miei limiti e gli avevo detto che non avrei cresciuto un figlio da sola e che ancora ero troppo precaria, non potevamo contare su nessuno, non ce l’avremmo fatta.

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