Antifascismo, Antirazzismo, Precarietà, R-Esistenze

La strage dei clochard, la xenofobia e l’eugenetica sociale

Fare in modo che i senzatetto, i poveri, i migranti, siano percepiti come pericolo. Multarli, addirittura, come è avvenuto qualche giorno fa, per questioni di decoro. Fare in modo che spariscano e infatti c’è chi si addestra per farli sparire. Un po’ come ai tempi della Thatcher di un po’ di anni fa. Aveva deciso che i poveri non dovevano essere visti. Vedevi arrivare i cellulari della police per trascinarli via in un attimo. Scene così erano frequenti negli anni ottanta londinesi. Non a caso dopo un po’ qualcuno scrisse un copione per un video di fantascienza in cui vedevi i poveri sparire dalla città ben sapendo che quell’epurazione, quella forma di eugenetica per questione di differenza di classe, finiva con un fumo nero che veniva fuori da una torre dedicata ai sequestrati.

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Culture, R-Esistenze

Considerazioni e consigli di autodifesa dal cyberbullismo (razzista, sessista, eccetera)

Due parole su quello che succede in rete. E un paio di consigli di autodifesa per non dover subire i linciaggi. Non sono sempre efficaci e naturalmente laddove c’è la diffamazione, la calunnia, l’ingiuria e qualunque altro riferimento offensivo potete denunciare. La querela è di parte e dunque può denunciare chi subisce direttamente e personalmente tutto questo. Continua a leggere “Considerazioni e consigli di autodifesa dal cyberbullismo (razzista, sessista, eccetera)”

La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze, Storie

“La mamma è sempre la mamma”? Non quando è un’egoista alcolista

Lei scrive:

Ciao Eretica,
è da tanto che penso di scriverti e finalmente mi sono decisa a farlo.
Ti chiedo di mantenere l’anonimato,se deciderai di pubblicare questa lettera.

Parto premettendo che questo è più che altro uno sfogo per una situazione che ho vissuto e sto continuando a vivere, ma che non ho mai voglia di condividere con nessuno o quasi.
Sono figlia di una madre alcolista.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico, R-Esistenze

Allarga le cosce per la visita ginecologica e non lamentarti mai

Lei scrive:

Una domanda: ma chi decide di fare la specialistica in ginecologia, insieme alla formazione teorica e pratica, non riceve anche un protocollo su come comportarsi e come agire durante una visita? Esiste una regola su come deve predisporre lo studio per la visita della paziente? Es: ci deve essere un area dove ci si spoglia, un camice da mettersi, una salvietta con cui pulirsi il gel da ecografia? No, perché negli ultimi anni, visto che non vivo più in paese e ho cambiato spesso ginecologi, ho assistito a dei circhi improvvisati di psicologia su quello che credevano fosse mettere a suo agio il paziente, se non addirittura fregarsene altamente…

E non c’entra se sono a pagamento o sotto la mutua, ho provato entrambe le esperienze. Mi sa proprio che gli manca un protocollo da seguire, una formazione adeguata e quindi ognuno fa quello che ritiene meglio ad empatia personale. L’ultima volta sono andata a pagamento in un centro molto rinomato e in cui mi sono spesso trovata bene per i medici. Prima visita, quindi non ci conosciamo. Entro e il ginecologo, dopo due chiacchiere generiche dove non ti guardava neanche in faccia, mi fa spogliare lì sulla sedia e mettere sul lettino mentre finisce di scrivere al pc. Mi fa la visita, mi rivesto e grazie arrivederci. E questa è una visita considerata normale, anzi, mi sembra già di sentire persone che ti dicono “ma di che ti lamenti? È andata bene, anzi, hai trovato uno bravo.” E anche una parte del mio cervello la pensa così e cerca di convincermi che tutto questo sia normale, che vuoi che sia…

Ecco, naturalmente niente di male, bravissima persona e sicuramente grande professionista, ma una cosa che per lui è normale, ovvero vedere centinaia di vulve al giorno, sinceramente a me fa un po’ strano davanti un estraneo che he non ho mai visto, spogliarmi su una sedia davanti a qualcuno, rimanere in maglietta al freddo, arrampicarmi su un trespolo e mettere le gambe su delle staffe, aspettare che mi infili dentro dita e strumenti al convincente “si rilassi” e poi scendere impiastricciata di lubrificante e rivestirmi.

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La mia storia su gravidanza, parto e maternità. Il punto di vista di una vittima della violenza della propria madre

Lei scrive:

Io sono stata vittima di violenza familiare per 21 anni, vittima di violenza da parte di mio fratello, e soprattutto da parte di mia madre.
Mia madre non mi ha mai voluta, e non mi ha nemmeno mai risparmiato i dettagli del suo rifiuto per la mia esistenza: è stata lei a confermarmi con orgoglio che quando scoprì di essere incinta di me voleva abortire (e che non lo fece solo perché avrebbe comportato separarsi da mio padre e dai soldi della sua famiglia), è stata lei ad usare su di me ogni tipo di violenza verbale, psicologica e fisica. Potrei raccontare fiumi di episodi raccapriccianti, e le mille sfumature delle conseguenze che hanno avuto su di me, ma oggi vorrei parlare della gravidanza, del parto e della maternità, quindi è meglio non dilungarsi (che già non sarò breve).

Fin da quando ero piccina, che io ricordi, ho sempre cercato di reagire al male subito in modo meno distruttivo possibile, cercando di imparare “il male che fa, e a non rifarlo agli altri” (credo sia stato, questo, lʼunico consiglio datomi da mio padre che avesse un senso, e che io ho cercato di mettere in pratica diligentemente, da brava bimba innamorata del suo eroe – mio padre era lʼunico in famiglia a non usare violenza su di me, non direttamente almeno. Solo da adulta mi sono resa conto del vigliacco che era, nel non aver mai fatto niente per evitarmi la violenza…). Di questo consiglio ho fatto un motto che, probabilmente, mi ha salvato la vita: ci ho costruito tutta la mia salute mentale su questa frase ed io no, non sono diventata una sociopatica violenta, cosa che invece è successa a mio fratello (che mi ha picchiata e ha anche cercato di uccidermi per due volte, quando siamo diventati più grandi).
Su questa frase ci ho costruito la mia salute mentale, e la mia identità, anche con un certo orgoglio: in 38 anni di cose stabili e di successo ne ho costruite poche, perché sono sempre stata precaria o disoccupata, nonostante una laurea brillantissima, perché con mio marito arriviamo con difficoltà a fine mese, etc… Però io sono sana. Non sono violenta.

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Uccidere mia madre, per andare avanti

Lei scrive:

Cara Eretica, in questi giorni state parlando molto di violenza sui bambini e di madri violente e io volevo raccontare la mia storia. Mia madre non tirava solo schiaffi, non erano quelli a farmi male. Era la sua maniera distruttiva, una specie di tornado che distruggeva tutto quello che incontrava. Urlava spesso, la sentivo arrivare e il mio cuore batteva forte. Avrei voluto nascondermi ma non sapevo dove. Ero già grande eppure non capivo e soprattutto non capivo le sue contraddizioni. Come fai ad essere una donna tanto amabile all’esterno e così distruttiva dentro casa? Prendersela con me o con le mie cose per lei era lo stesso. In cinque minuti era in grado di mandare letteralmente in pezzi la mia stanza e io restavo lì a raccogliere i pezzi. Poi mi chiedeva scusa e io non ero in grado di ribellarmi fino a quando non ho avuto la forza di allontanarmi da lei. L’ho cercata a lungo, ho tentato di volerle bene e di farmi voler bene ma non ci sono riuscita e dolorosamente l’ho lasciata andare, lei mi ha lasciata andare. Se ho avuto dei genitori decenti quelli sono stati i miei nonni, anche se erano la causa diretta della violenza di mia madre. Era cresciuta in un luogo sbagliato e non aveva avuto alternativa se non quella di assimilare i loro metodi. Questo però non la giustifica. Non la giustifica affatto.

Certe volte avrei voluto che lei avesse abortito. Perché farmi nascere per poi darmi la colpa della violenza che mi faceva subire? Mi sono spesso detta che sentirmi vittima non aiuta granché e allora ho provato a stare meglio con me stessa. Lei con il tempo ha ammesso le sue responsabilità ed è andata in cura per depressione ma, per quanto io sappia che la sua vita sia stata molto difficile, cresciuta anche lei tra tanta violenza, non sono riuscita a perdonarla. Qualcuno dice che dovrei cominciare da lì per dedicarmi a me stessa ma non riesco e non penso che dovrei. Sono grande ormai e so che restare ancorata alla visione adolescenziale della vita non mi aiuta ad andare avanti, non riesco ad andare avanti, ma anch’io merito aiuto. Non ho fatto figli e credo di non volerne fare mai. Ci sono andata vicino una volta ma non me la sento. La violenza è dentro di me e non potrei risparmiare quel dolore ad un bambino. Non so se riuscirei a spezzare quel maledetto cerchio. Forse potrebbe servire a farmi meglio capire mia madre ma non posso crescere sulla pelle di un figlio. Meglio di no.

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Puttana – Da vittima a carnefice: storia di una sopravvissuta alla violenza

Devo aggiungere molte righe al racconto che introduce la mia storia. Non è tutto. C’è molto altro. Cose difficili da dire e difficili da ricordare.

Cerco di reggere il filo provando a non fare troppi salti in avanti o indietro. Metto assieme le difficoltà di una donna separata da un uomo violento, con un bimbo piccolo e alla ricerca di un lavoro che non ti regala nessuno. Neanche se sei in difficoltà come lo ero io. Tutto ciò prima di decidere di fare la puttana.

Quando mio figlio ebbe una terribile influenza che lo portò in ospedale chiesi qualche giorno libero. Sapete com’è. In certi ospedali l’assistenza ai malati la fanno i parenti. Mi dissero di non tornare e quel lavoro si chiuse in un lampo. Altro che comprensione. Devi capire che se manchi tu devo assumere un’altra persona, disse il capo. Chissà perché si chiede ai precari di capire sempre i problemi dei capi. Il seguito credo che lo abbiano vissuto un po’ tutti. Medici che si fermavano a coccolare pazienti con parenti facoltosi e per accedere ad una maggiore disponibilità era necessario portare doni alle infermiere, agli inservienti, a chiunque. Avrei voluto spezzare le ossa di quelle persone. Capisco tutto ma farsi pagare dai pazienti, in un modo o nell’altro, è corruzione. Come quando devi pietire i diritti come fossero favori. Il diritto di ottenere qualunque cosa.

Se dobbiamo fare le puttane per ottenere i nostri diritti allora tanto vale farsi pagare. I favori sessuali, come i soldi, come i regali, sono merce di scambio e prima ce ne rendiamo conto e meglio è. Mio figlio rimase lì più di un mese. Un mese senza lavoro e senza stipendio. All’inizio ero nervosa, infelice, con il cervello in fiamme. Guardavo mio figlio come un peso. Cercavo di sfamarlo e piangeva. Cercavo di dargli un tetto e piangeva. Capitò una sera in cui lui non riusciva a prendere sonno. Non c’erano ninne nanne che potessero convincerlo ad appisolarsi. Era lì in piedi, dentro la culla, e tendeva le braccia verso di me. L’ho preso e poi l’ho scaraventato di nuovo dentro quel contenitore rettangolare. Urlandogli contro. Spaventandolo con schiaffi sul culo. Fortuna che indossava ancora il pannolino. Ma se non fosse stato così lo avrei comunque schiaffeggiato.

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Le pessime madri esistono

Lei scrive:

“Cara eretica, mi chiamo xxxxxxxx e ti leggo sempre, le storie che trovo sul tuo sito mi hanno dato spesso la forza per affrontare i periodi più difficili. Questo è uno sfogo personale che racconta il rapporto con mia madre e di come i falsi miti in circolazione sul ruolo delle madri mi abbiano impedito in tutti questi anni di vederla per quello che era. Mi piacerebbe che tu lo condividessi, penso ci siano molte ragazze, ma anche ragazzi, nella mia situazione e vorrei in qualche modo farli sentire meno sol*, e perché no, magari sentire la loro vicinanza in questi giorni così difficili e aridi.

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