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Sono stufa marcia del body shaming contro la mia “magrezza”

Lei scrive:

Ciao, scrivo per raccontare un altro frammento della mia vita.
Io sono magra, l’anno scorso sono andata anche sottopeso. Non c’è nessun motivo particolare, solo la decisione di mangiare meno carne, tanto stress legato all’università e attività fisica poco regolare.
Fatto sta che, negli ultimi anni, il mio corpo è cambiato e sono passata da essere una ragazza formosa e tonica (ho fatto sport per anni) ad una con molta meno massa muscolare e, diciamo, filiforme.

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Si, sono “troia” ma per fare sesso non ho scelto te

Lei scrive:

“Ciao, vi scrivo per raccontarvi un’esperienza che mi ha lasciato, davvero, dell’amaro in bocca. Faccio delle premesse, sono una ragazza che ha abitato per molti anni al nord, ora ne ho 20 e da circa tre faccio militanza con un collettivo autonomo (e già questa è fonte di discriminazioni vere proprie o prese per il culo ma a me poco importa, questa è l’unica mia ragion d’essere), sono stata educata da un padre molto, forse troppo compagno (ahahahah) e una madre che è estrema sostenitrice del “figlia mia non ti sposare mai, le gabbie non fanno per te” e in effetti i miei genitori non sono sposati, convivono da anni e hanno una relazione che si basa su simmetrie proprie, non la classica relazione all’Italiana per intenderci. Insomma, mi sono dilungata un po’ per far capire il genere di contesto da cui viene fuori il mio carattere e purtroppo su alcune cose anche la mia “ingenuità” dato che mai mi aspetterei alcuni comportamenti maschilisti in certi contesti e ogni volta che si manifestano cado dal pero, non essendoci abituata. Io ormai abito da quasi un anno da sola, in una città universitaria del sud dove ha sede anche il mio collettivo, ho sviluppato un atteggiamento un po’ “slut” come dice affettuosamente un mio amico che ha abitato qualche anno a Londra. Slut che sta per troietta, ma che per me intende rivendicazione del fatto che: “si, sono troia, antisessista e faccio il cazzo che mi pare”. Non ritengo che questo mio comportamento sia comunque giustificazione a quello che vi sto per narrare.

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Io a Genova c’ero e non c’ho capito un cazzo

Da un post di qualche anno fa, con link e fonti che possono essere utili a chi non sa molto della vicenda. Buona lettura!

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Io a Genova c’ero e non c’ho capito un cazzo. Ricordo tante cose. Il venerdì, il sabato, la notte della Diaz, le barelle che uscivano una ad una nella notte della “Macelleria messicana”. Passavo il tempo attonita a correre e scappare per sfuggire alle botte, ai lacrimogeni, per cercare qualcosa da mangiare, per curare le ustioni, per cercare gli amici che non sapevo quale fine avessero fatto, per raccogliere le cose di tutte le persone portate a Bolzaneto tra sangue e devastazione. C’era un sacco di gente che parlava altre lingue ma la tristezza e la paura negli occhi era la stessa.

Ho passato tanto tempo a tentare di darmi risposte, a cercare di capire di chi minchia era quella voce che urlava “avanti avanti avanti, indietro indietro indietro” a noi che stavamo in mezzo ad un casino tremendo e andavamo avanti avanti e indietro indietro come marionette. Fino a che l’andirivieni non diventò uno scontro e poi una fuga per trovare spazi liberi, corridoi nascosti in una città che diocane era tutta in salita. Giorni passati così a immaginare
di tutto di più perché il passaparola era l’unica cosa a rappresentare una certezza.

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Una famiglia naturale… contro-natura

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Lei scrive:

Ciao Eretica,

seguo da tempo il tuo blog, trovando spesso spunti di riflessione interessanti sulla società di oggi, il ruolo delle donne, gli stereotipi di genere e molto altro.

Vedo che hai dedicato parecchio spazio al tema della famiglia, delle sue diverse forme, dei pregiudizi che molti nutrono nei confronti di ciò che non è la canonica coppia uomo-donna con figli. Personalmente, sono convinta che le diverse “famiglie” possano convivere, e che l’etichetta di “contro natura” che in tanti ancora affibbiano, ad esempio, alle famiglie allargate o omogenitoriali sia in realtà molto più opinabile di quanto si possa pensare.

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#NoExpo #Milano: rivoluzionari o briganti?

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A caldo, dopo aver seguito, via radio e cronache di piazza, la giornata NoExpo Mayday milanese. Nei giorni precedenti varie perquisizioni “preventive”. Perquisizioni anche sui bus in arrivo a Milano da varie città italiane. I media mainstream ad agitare lo spettro del terrorismo. Criminalizzati tutti quanti, da quelli che usano i fischietti a quelli che “imbrattano” i muri. Blocco delle zone rosse. Alcune zone di Milano blindate. E fin qui sembrerebbe di essere tornati a Genova del 2001.

Ad un certo punto il corteo, numerosissimo, e si parla di 100.000 persone che hanno marciato dall’inizio alla fine senza fermarsi mai, è stato interrotto da un gruppo che ha rotto vetrine, di banche, agenzie interinali, luoghi che hanno a che fare con la precarietà delle persone, e c’è stato uno scontro con la polizia. I manifestanti a lanciare pedardi, bombe carta, qualche molotov, costruendo barricate con i contenitori dell’immondizia e dando fuoco ad alcune automobili. La polizia ha risposto con parecchi lacrimogeni, idranti, diverse cariche e fermi di un po’ di persone. Non so bene quant* ma so che ci sono di mezzo ragazzi e ragazze (sicuramente due ragazze che non si capisce per cosa siano state fermate, vedi video QUI e QUI).

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L’altra parte del corteo continuava ed è riuscita a raggiungere la fine rappresentando le proprie rivendicazioni. NoExpo unita alla Mayday, giornata di manifestazione di precari e giornata di denuncia che ricorda come in Italia sia leso il diritto ad abitare, con sgomberi di spazi occupati che ospitano diverse famiglie, il diritto ad un reddito, alla fine dello sfruttamento, perché di accontentarsi di lavorare gratis per Expo nessuno ha voglia, e poi c’è il diritto di libera circolazione per gli esseri umani, quelle persone che muoiono anonimamente nel mediterraneo. In piazza c’erano i NoTav che hanno ricordato come in generale la costruzione di grandi opere, Expo compresa, diventa uno scippo di risorse e spazi alla comunità. Sono costose, non servono a nulla, non sono gradite dalle persone che vivono quel territorio. Nel corteo anche i sindacati di base e tantissime persone che lottano contro un modello di sviluppo neoliberista che sta massacrando ogni persona, incluse quelle che si suicidano, o quelle che finiscono in mezzo alla strada, quelle che devono elemosinare diritti e che non ce la fanno proprio più.

Che siate o siamo d’accordo o meno con i diversi modi di intendere la manifestazione e la rivendicazione di diritti, questo immagino volesse essere il senso di questa ricchissima giornata.

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I titoli dei giornali però dimenticano tutto il resto e si concentrano su un momento, una zona e mandano a ripetizione immagini che mi dicono non sono durate così tanto. Come se si volesse dare l’impressione che gli attacchi da parte di alcuni manifestanti ci siano stati per ore, ore e ore. Non fosse che per il fatto che ad un certo punto il gruppo, tra lacrimogeni e fumogeni, ha tolto maschere e abiti neri e si è mischiato a tutti gli altri. Ma i giornali recitano lo stesso copione di Genova del 2001. Parlano di devastazione, e questo significa che si prepara il terreno per un’accusa di devastazione e saccheggio che ancora oggi pesa sul groppone di alcune delle persone arrestate a Genova nel 2001. Si parla di molti anni di galera e non di affido ai servizi sociali come succede per certuni. E in futuro ci sarà chi raccoglie soldi per le spese legali, chi farà appelli per un maggiore garantismo e già oggi c’è chi vorrebbe che i manifestanti accusati sprofondassero in un antro buio e profondo.

I politici poi seguono a ruota la massa di persone che sui social stanno augurando una morte lenta e dolorosa ai manifestanti dichiarati responsabili di aver devastato Milano. Ci sono quelli che chiedevano alla polizia di sparare ad altezza uomo. Quelli che per tutto il pomeriggio su twitter hanno sperato che ci fosse il morto, anzi, i morti. Quelli che vorrebbero mettere in galera queste persone e buttare via la chiave. C’è chi suggerisce l’uso di armi definitive o di spranghe con colpi bel assestati. Poi c’è la massa di delusi che sostiene che per l’azione di queste persone tutta la manifestazione, pacifica, viene messa in cattiva luce. Si fa la divisione tra buoni e cattivi, si chiede ai buoni di cacciare via i cattivi dai movimenti (quali?) e si recita esattamente lo stesso copione di 14 anni fa.

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Per fortuna non c’è scappato il morto, dice qualcuno, e per fortuna la polizia si è comportata egregiamente disperdendo i manifestanti e restando compatti a tenere la posizione. Per fortuna non si parla di una nuova Bolzaneto. Non si sa se esistono altri spazi che le forze dell’ordine non hanno visitato in questi giorni, giusto per andare ad accertarsi che quei furbissimi black bloc non si siano rintanati lì portandosi dietro armi di distruzione di massa.

Quel che penso: mi fido poco della stampa perché so, per esperienza, che non racconta le cose così come sono. Genova 2001 docet. Non so come sono andate le cose e dunque mi limito a osservare, come voi. Non riesco più a farmi uscire di bocca qualcosa tipo, peccato… hanno rovinato una manifestazione pacifica, e non perché io ami particolarmente quelle azioni, ma perché so che il discorso è molto più complesso e io già prevedo le dichiarazioni di un po’ di persone del centro destra che su questo baseranno ogni tipo di decisione per limitare il dissenso nelle piazze future. Ho imparato a non giudicare anche quando non condivido alcune cose, perché è sempre il dito che mi mettono di fronte quando a me, invece, interessa vedere la luna.

A me interessa capire cosa rimane di questa giornata. Voi indignati, persone incazzate, gente che non ne può più o gente che ce l’ha con i manifestanti, davvero non capite i motivi per cui tutte queste persone sono scese in piazza? Va veramente tutto bene? Abbiamo quel che ci serve? Riuscite a capire l’esasperazione e la rabbia solo quando riguarda i “forconi”? La situazione economica è okay per voi? Perché io so che non è così. Allora togliamo ogni pretesto di mezzo per ragionare di cose che riguardano tutti noi, giacché a quello che è successo in quella parte di Milano in cui manifestanti e polizia si sono scontrati penseranno sicuramente i giudici, le forze dell’ordine eccetera eccetera. Non è nostro compito fare processi parziali. Per quanto io vorrei trovarmi di fronte tutti quelli che nel tempo hanno condiviso sulle proprie bacheche facebook scritte tipo “la rivoluzione non è un pranzo di gala”, “serve una nuova resistenza”, “i partigiani siamo noi”, e poi oggi guardano questi ragazzi intenti a spaccare tutto e si indignano da morire. E’ chiaro che queste persone saranno oggetto di indagini e sentenze e non so che altro. Io credo che lo sappiano, che lo mettano in conto. Non so neppure se la loro si possa definire una rivoluzione o uno sfogo adolescenziale. So però che ogni tanto vorrei leggere delle analisi interessanti e non questa incoerenza di massa e questo modo deresponsabilizzante di chi assegna le colpe ad alcuni mentre si dedica alla rivoluzione da tastiera.

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Insomma, che vi stiano sulle ovaie o no, ‘sti manifestanti, a voi interessa recuperare un diritto di dissenso rispetto a quello che ci viene imposto? Come vorreste considerare la vostra impotenza, la rabbia, la voglia di resistenza, tanto apprezzata quando avviene in Turchia ma per nulla considerata se succede qui? Vi piace continuare a sbraitare su facebook? Cosa proponete in alternativa, perché una critica politica ci sta tutta se ritenete, riteniamo, che queste persone abbiano agito male, ma avete una alternativa da mostrare e comunicare a costoro?

E io vorrei leggerla e farla una critica politica soprattutto rispetto al fatto che alla fine le dinamiche di piazza sono sempre quelle, siamo fermi a 15 anni fa e se già 15 anni fa si è capito che con una manifestazione gestita in questo modo si fa presto a legittimare altra feroce repressione e la frammentazione di movimenti e persone, perché mai si insiste? So che in Grecia, in Turchia, in tante città europee, ovunque i movimenti combattono contro gentrificazione, cementificazione, speculazioni sui territori, neoliberismo selvaggio che ha creato sacche di povertà enormi. So che da altri paesi arriva l’eco delle azioni di queste persone che scendono in piazza a costo di essere arrestati, di beccarsi un proiettile e morire, e tante persone sono morte nelle piazze in questi anni. Come le chiamiamo le morti conseguenti gli attacchi in Piazza Taksim? Come chiamiamo quello che è successo in Grecia?

Quindi cosa si vuole fare in Italia? Sinceramente non mi è chiaro. Mi piacerebbe capire di più. E mi fermo qui.

Ps: E comunque, scusate, ma di ‘sti tempi la macchina incendiata mi riesce difficile da accettare. Cazzo c’entra la macchina di una singola persona che per sfiga ha parcheggiato lì? Se anche volevate dare l’idea di una rivoluzione, avete deciso di inimicarvi le masse? E’ già successo. E non si va molto lontano. O no?

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#NoExpo #Milano – “Prendiamo ‘sta stronza, arrestiamo ‘sta puttana”

#NoExpo #Milano: l’analisi del giorno dopo

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il blocco nero

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il “fermo” di una manifestante

I migranti morti in mare non sono numeri: sono esseri umani!

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Vi prego di scusarmi, perché di solito non tocco corde emotive per parlare di temi delicati, perché preferisco prendere distanza e rimettere assieme i pezzi, per raccontare le responsabilità politiche, per analizzare fino in fondo. Certe immagini a me danno fastidio perché penso che impediscono di ragionare, ma in questi giorni ho letto tante stronzate, prove di disumanizzazione, cifre, numeri, statistiche, e il fatto è che quando si parla di morti in mare non si parla di oggetti. Non sono incidenti di percorso e non sono vittime accettabili. Da troppi anni il numero delle vittime è tanto e tale che invece che mandare i militari a sorvegliare le coste per non fare entrare stranieri ci sarebbe stato bisogno di una azione umanitaria, di accoglienza, di rispetto nei confronti di persone che sfuggono alla miseria e alla guerra. A dire che tanto è disumano oggi è rimasta solo la chiesa cattolica, e per me che sono laica è dura dover ammettere che non c’è nessuna organizzazione e nessuna voce politica che urli fortissimo, con coraggio, che tutto ciò va definito per quel che è: un crimine. E non è un crimine solo quello che fanno gli scafisti,  ma lo è per chiunque osi parlare di stranieri come di barbari da allontanare, sui quali sparare, da affondare. Ma avete dimenticato chi siete e da dove venite? Davvero pensate di essere nati dal buco del culo della madre patria italica? Ma com’è che siete diventati (o siete sempre stati) così razzisti. Perché non andate a leggere un po’ di Hannah Arendt, la banalità del male, e altri, tanti, libri di storia, che vi spiegheranno come il razzismo sia un male che produce orrori?

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The Woman: per chi ama l’horror senza stereotipi di genere

E’ un film di qualche anno fa. Lo consiglio a chi ama l’horror, perché ci sono scene esplicite e truculente. Ha vinto un po’ di premi, anche al Sundance Festival, e racconta la storia di una tipica famiglia americana, con padre avvocato di successo, moglie sottomessa, un figlio piccolo che segue l’esempio del padre, due figlie, una piccina e l’altra adolescente.

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La prostituta d’altri tempi (con gratitudine e amore)

La vedo quasi ogni mattina, una signora anziana, con i capelli colorati di biondo. Rossetto sulle labbra rinsecchite, smalto alle unghie e un abbigliamento che mette in luce la sua vanità. Pantaloni attillati, una maglia scollata e un giubbino di pelle con le strass. Tamarra, da tutti i punti di vista, anche quando si muove o fa le smorfie. Poi, un giorno, si ferma da me che sto a capo chino sul computer, in una stanza d’ospedale adibita ai pazienti giornalieri, e mi prende la mano. Le lacrime agli occhi, dice che ha una paura fottuta dell’intervento che deve fare. E’ da anni che combatte con la sua salute e ha tanta vita da raccontare. Mi dice che sono “graziosa” e non so perché abbia scelto questo termine per definire una donna adulta. Le piace il colore dei miei capelli e nel giro di un minuto me la ritrovo a sbaciucchiarmi la testa come se fosse mia madre. Mi conforta, non so di cosa, e nel frattempo chiede conforto.

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La divergente

La storia di questo film è tratta dal primo libro (Divergent) della trilogia scritta da una giovanissima Veronica Roth. Ce ne sono altri due dai quali, penso, verranno fuori altrettanti sequel, Insurgent e Allegiant. Libro e film sono pensati per ragazzi e anche la narrazione, in effetti, basa la trama su una storia che coinvolge persone poco più che adolescenti. Ma se togliete di mezzo i tratti melensi e le spettacolarizzazioni, che fanno tanto avventura buona per i liceali, troverete una storia che conferma come tante donne siano sempre più propense a raccontare il proprio punto di vista prendendo in prestito la bella lezione che viene dalla fantascienza, dal fantasy, dai mondi altri che noi non possiamo ancora immaginare.

C’è una società divisa in cinque fazioni: i pacifici, che si occupano di cura e di terreni, un po’ in stile hippie, i candidi, che rappresentano la giustizia e l’ordine, gli eruditi, che sono quelli che coltivano la conoscenza, il sapere, e che perseguono le scoperte scientifiche, gli abneganti, al governo della città perché ritenuti altruisti e quindi molto affidabili, con uno stile di vita che ricalca molto quello dei mormoni, e infine ci sono gli intrepidi, forti, coraggiosi e scattanti, addestrati militarmente fin da piccoli alla sorveglianza e alla protezione delle mura della città perché là fuori pare ci sia un grande pericolo, una società ingestibile.

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Anarchismo, pene, criminalità: vendetta sociale chiamata giustizia?

Siccome siamo tutti diventati criminologi e anche fior di compagni e compagne oramai si sono dati al giustizialismo spinto, prendo in prestito questo pezzo che Barbara Collevecchio ha voluto condividere sul suo blog per parlare di delitti e pene dal punto di vista dell’anarchismo. Ringraziando Barbara di aver ripescato Manfredonia vi auguro una buona lettura!

Anarchici: dei delitti e delle pene

di Gaetano Manfredonia

Come hanno affrontato il problema della criminalità i teorici dell’anarchismo? Quali soluzioni hanno ipotizzato? Dall’analisi dei testi dei “padri fondatori” dell’anarchismo, risulta che la vulgata anarchica (“la società liberata non conoscerà crimini”) non trova rispondenza nelle proposte fatte da pensatori come Pierre Joseph Proudhon o Michail Bakunin. Anzi, in scrittori più moderni come Camillo Berneri si trova un approccio molto pragmatico al problema della devianza. Ecco una ricostruzione di quelle proposte fatta da Gaetano Manfredonia, ricercatore all’università di Parigi e collaboratore della pubblicistica libertaria francese.

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