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Le donne della mia Sicilia

È fatta di donne robuste il cui modello estetico non somigliava a quello delle modelle ritratte nelle riviste. Mettevano la gonna e portavano sempre il grembiule che toglievano solo quando andavano dal medico curante. Le vedevo aggirarsi per strada a chiedere in prestito un po’ di zucchero, un uovo, un po’ di sale, per arrangiare il pranzo per la propria famiglia. Erano donne urlanti, comunicavano solo in quel modo e di balcone in balcone si raccontavano disgrazie e vicissitudini che le colpivano tutti i giorni.

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Quando ti danno della malata mentale per toglierti il diritto di parola 

Tra le tante mail che ricevo ce ne sono alcune che raccontano storie di donne che vengono considerate malate mentali anche se non lo sono soltanto perché non seguono le norme imposte. Per lungo tempo si è pensato per esempio che le donne lesbiche fossero malate mentali così come gli uomini gay da correggere per riportarli a interpretare la norma eterosessuale. Ci sono le persone trans che prima di poter accedere alle terapie per la transizione passavano attraverso una perizia psichiatrica che doveva assicurarsi che non fossero pazze. Quando la malattia mentale viene tirata in ballo perché le tue scelte non coincidono con quelle di altre persone diventa solo un metodo di controllo sociale per riportare tutti a interpretare norme ordinate dall’alto del credo patriarcale. In questi casi è veramente difficile affrontare la mentalità comune che giudica matte tutte le persone che la pensano in modo differente. Il concetto di malattia mentale viene tirato in ballo in maniera inadeguata, ingiusta, semplicemente per agire in modo censorio sulle scelte altrui.

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Malattia mentale e prevenzione ed educazione al rispetto dei generi

Se parliamo di malattie mentali che colpiscono maggiormente le donne, come la depressione, i disturbi alimentari, l’agorafobia, dopo averle osservate e analizzate da un punto di vista di genere possiamo immaginare delle forme di prevenzione. Per prevenire i disturbi alimentari bisogna combattere il sessismo, il body shaming, i modelli estetici imposti. Voler essere magre non è sempre la dimostrazione che è quella donna si affetta da una malattia ma se si raggiungono stadi in cui si ritiene di poter avere il controllo su se stesse soltanto digiunando o stadi in cui si perde il controllo su tutto abbuffandosi e poi vomitando, siamo di fronte a un disturbo che si potrebbe prevenire se solo le pressioni sull’estetica femminile non fossero così enormi. Voler essere belle non e qualcosa di malvagio, non riuscire a vedere la propria bellezza perché non si somiglia ai modelli estetici imposti diventa invece patologico. Dobbiamo spiegare con attenzione che quei modelli non rappresentano la realtà delle tante donne esistenti al mondo, con corpi di ogni peso e misura e colore, con aspetti differenti l’una dall’altra. Dobbiamo spiegare che la diversità è un valore e se impediamo a quelle pressioni sessiste di insistere nel far sentire inadeguate le donne nei propri corpi potremmo prevenire patologie invalidanti che hanno certamente una derivazione anche culturale. 

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La malattia mentale come conseguenza

Tutte le questioni fin qui trattate, relativamente alla discriminazione sessuale e di genere nei confronti delle donne, possono essere individuate come cause di alcune precise malattie mentali. Se non osserviamo la questione della salute mentale senza anteporvi la questione di genere, non potremmo capire come realizzare una prevenzione che alleggerisca il peso di tanta pressione sulle donne. 

Quella pressione deriva dagli stereotipi di genere, dal sessismo e dalla misoginia, dal body shaming, dalla mancanza di rispetto per il consenso, dal revenge porn,  dal maschilismo o antifemminismo che dir si voglia, all’interiorizzazione del maschilismo che ci riguarda, dalla cultura dello stupro, dal victim blaming, dall’essere considerate oggetti del desiderio invece che soggetti, dalle molestie subite da bambine, dall’omertà che obbliga tante hanno svelare quel che hanno subito dai loro carnefici, dalle molestie sul lavoro, dalla violenza ostetrica, dall’obbligo di assumere ruoli di ammortizzazione sociale, dall’idea che la famiglia eterosessuale sia l’unica destinazione è l’unica salvezza per tutte noi, dai modelli estetici imposti, dagli stessi errori che vengono compiuti nelle campagne contro la violenza di genere, dal considerare femminismo come qualcosa di vago e non il personal politico a cui ci riferiamo noi, dalla criminalizzazione della donna in quanto donna e dalla colpevolizzazione della vittima in qualunque situazione, dallo stigma che pesa sulle donne alle quali viene detto che se non sono madri non valgono niente,  dalle politiche contro l’aborto, dai ruoli di cura di mogli, madri, badanti, dall’idea di poter essere liberate dai ruoli di cura attraverso la schiavitù delle donne migranti.

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Politiche contro l’aborto

Uno dei doveri fondamentali delle donne è quello di riprodursi. Silvia Federici nel suo libro Calibano e la Strega parla di schiavitù riproduttiva e di maggiore misoginia nei momenti storici in cui il capitalismo aveva bisogno di più manodopera da sfruttare. La Federici parla con compiutezza del tempo dell’inquisizione in cui venivano punite le ostetriche e le donne sessualmente libere. Le ostetriche perché aiutavano nella pratica dell’aborto e le donne sessualmente libere perché non facevano sesso solo per riprodursi. Secondo la sua analisi la chiesa è sempre andata d’accordo con il capitalismo nel promuovere politiche antiabortiste e criminalizzare le donne che lottavano per il diritto alla libertà di scelta. Avrete sicuramente letto da qualche parte editoriali in cui si parla di denatalità e di contributi o sovvenzioni per favorire più nascite. Il nostro pianeta è abitato da 8 miliardi di persone e se realmente si preoccupassero di una suddivisione equa della ricchezza ci sarebbe lavoro per tutti e soprattutto le persone potrebbero spostarsi con più facilità da una nazione all’altra per trovare lavoro. Ma il capitalismo si basa sul fatto che il costo del lavoro resti basso e per rimanere basso deve esserci molta concorrenza e dunque un tasso di disoccupazione notevole che consente alle imprese di ricattare i propri dipendenti pagandoli molto meno rispetto a quel che meriterebbero. 

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Ruolo di cura: da moglie, madre, badante. La donna migrante come liberazione delle donne bianche

L’assegnazione forzata del ruolo di cura alla donna la obbliga ad essere moglie e madre e in un secondo momento anche badante per l’assistenza dei parenti disabili. Non c’è nessun provvedimento o nessuna struttura o servizio che rende la donna libera da questi ruoli salvo un vago cenno alle pari opportunità e alla richiesta di aiuto da parte del padre o marito che non sempre arriva. L’unico aiuto concreto che libera una donna dai ruoli di cura è il fatto di ricevere aiuto da un’altra donna molto spesso migrante, costretta a lasciare famiglie e figli in un’altra nazione per trovare lavoro, rappresenta quel che in passato fu la dinamica di schiavitù delle donne nere come liberazione dai ruoli di cura delle donne bianche. Se un tempo quella schiavitù era esplicita e pretesa ora è più subdola, ambigua e dà alle donne che si servono di colf e badanti straniere una giustificazione, un alibi, per poter pensare di non aver sfruttato nessuno per la propria liberazione. Il punto è che le donne che chiamerò bianche quando si servono dell’aiuto delle migranti per liberarsi dai ruoli di cura non sono coscienti del fatto che stanno perpetuando un sistema economico che schiavizza le donne sempre e solo in quei ruoli.

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Errori di comunicazione nelle campagne contro la violenza di genere

Uno degli errori più frequenti che vedo realizzati in campagna contro la violenza di genere è quello di rappresentare un’immagine in cui c’è una donna a capo chino o con la mano pronta a parare colpi, in una situazione di difesa. L’immagine presenta la vulnerabilità di una donna piuttosto che la sua forza nel percorso di fuoriuscita da una situazione di violenza. Quel che bisognerebbe rappresentare invece è l’urlo di una donna che manifesta rabbia, potenza, coraggio, forza. 

L’immagine su descritta normalmente sollecita l’intervento paternalista di tutori che si assumeranno la responsabilità di salvare la vittima. Invece una campagna contro la violenza di genere dovrebbe far emergere la forza di una donna che si salva da sola. 

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La solitudine delle madri

Io non so come facessero le donne in passato a partorire un figlio dopo l’altro, tra un aborto e un figlio nato morto, bambini piccoli da allattare e tutte le faccende da sistemare in famiglia. Non posso immaginare quanto sia stato difficile per loro e tuttavia penso che quelle donne abbiano lasciato un’eredità a tutte le altre per non essere disconosciute e per fare in modo che venisse riconosciuto il loro valore. La mistica della maternità ha una radice antica e si protrae nel tempo ancora oggi con un giudizio censorio nei confronti delle donne che non solo non vogliono ripetere quelle stesse esperienze ma non si riconoscono nel ruolo di madri. La madre veniva vista come una specie di Santa, una martire che dava tutta sé stessa per i propri figli. Ma al di là di questo stereotipo ci sono altre verità che andrebbero raccontate. Erano donne sole, insoddisfatte, spesso non si sentivano realizzate e neppure amate. Fungevano da buco sul quale un uomo depositava il proprio sperma senza curarsi delle conseguenze. Erano donne la cui sessualità era negata e non avevano altri modelli a cui riferirsi se non le donne che le avevano precedute. Molte donne morivano di parto e altrettante non erano in grado di prendersi cura dei figli e li lasciavano a sé stessi per poter lavorare.

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Dopo lo stealthing ho dato la figlia in adozione

Lei scrive:

Quando lui ha rotto il preservativo non sapevo che sarei rimasta incinta. Ho stupidamente aspettato che arrivassero le mestruazioni e con mia grande gioia dopo due giorni sono venute. Se non le avessi viste avrei preso la pillola dei cinque giorni dopo. Poi mi hanno detto che in certi casi pur avendo una mestruazione potresti già essere incinta. Non ho avuto il secondo ciclo e allora ho cominciato a preoccuparmi. L’ho detto a lui che mi ha guardata come se io fossi una Santa e mi ha detto che andava tutto bene. Io non ero sicura di niente ma mi sono lasciata trasportare mentre vivevo un rapporto tossico con un uomo che prima o poi avrei lasciato. Mi sono decisa ad andare dal medico per chiedere informazioni sui tempi di un aborto. Lui fece un calcolo approssimativo e disse che probabilmente era molto tardi. Consultai una ginecologa che purtroppo mi disse la stessa cosa. Avevo già superato il terzo mese. Odiavo me stessa e odiavo lui per avermi fatto perdere tanto tempo. Non sapevo cosa fare e ho addirittura pensato di suicidarmi.

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Colpevolizzazione della vittima

La colpevolizzazione della vittima si realizza nel momento in cui non si riconosce innanzitutto che la vittima sia tale e si dice invece che si è posta nelle condizioni di diventare oggetto di aggressione di qualunque tipo inclusa quella sessuale. La colpevolizzazione può insorgere come elemento derivante da fenomeni razzisti, omofobi e sessisti. Si parla di victim blaming quando per esempio una donna stuprata viene giudicata per il suo comportamento, per il suo abbigliamento, per il trucco, i tatuaggi, e qualunque altro elemento che la pone come individuo fuori norma. La colpevolizzazione interviene anche quando una vittima di violenza sessuale denuncia di aver subito abuso mentre lei era in condizioni di incoscienza, ubriaca, drogata. Forme di colpevolizzazione comprendono anche una sorta di interrogatorio della vittima che secondo l’avvocato difensore dell’imputato presunto stupratore non avrebbe reagito abbastanza o avrebbe potuto porre fine all’aggressione. Quando lei denuncia uno stupro qualcuno può dire che i suoi jeans erano troppo stretti perché qualcun altro potesse toglierglieli.

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Madri cattive, non madri e madri post mortem

Tempo fa sono stata a Bologna dalle bellissime amiche del Sexyshock per parlare di “Madri Cattive”, un ottimo libro che vi consiglio di leggere che l’autrice, Caterina Botti, ci ha presentato come fosse una confidenza spartita tra vecchie amiche. Caterina parla veloce e con voce pacata. Si sente che quello che racconta lei lo ha rimuginato per tanto tempo e pensa che ti ripensa ne è venuto fuori un libro che parla di maternità stretta dalle dimensioni obbligate, dagli “stili di vita” imposti a fare la differenza tra una madre buona e una cattiva, dalle terapie che non
lasciano alcuna scelta.

Lei parla di gravidanza e parto e ci tiene a specificare che il punto non è che ogni donna deve partorire ne’ che
essere madre debba essere l’esperienza fondante dell’essere donna come troppe volte ci sentiamo dire. Sceglie però di parlare di parto perchè le interessa e ha visto che nessuno se ne occupa. Perchè si parla di molte esperienze delle donne senza però poi concentrarsi su quella che a noi stesse pare di dover vivere come “natura” comanda. Non so voi ma a me è capitato di partorire in una dimensione quasi surreale in cui non ho scelto nulla.
Arrivi con le doglie in ospedale e da quel momento, a meno che non segui percorsi precisi e alternativi, non hai più diritto di parola su quello che ti sta capitando.

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