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Donna al governo? Nulla da celebrare!

Articolo su Repubblica di oggi.

C’era da aspettarselo. Qualcuno celebra la vittoria di una donna di estrema destra in quanto donna e la mette sullo stesso piano di una Nilde Iotti e di Tina Anselmi, entrambe reduci da una resistenza antifascista combattuta nella seconda guerra mondiale. Donne che contribuirono a scrivere la nostra Costituzione non possono essere messe sullo stesso piano di quelle che vogliono riscriverla con programmi che richiamano in modo chiaro ad una linea politica che l’estrema destra non ha mai abbandonato. Più natalità, quindi schiavitù riproduttiva delle donne, blocco dell’immigrazione, che prelude a decreti sicurezza di vario tipo, più potere alle prefetture di mussoliniana memoria, educazione di giovani al nazionalismo e a ritrovare l’orgoglio patriottico e nazionalista (si dovrà cantare l’inno di Mameli nelle scuole e torneranno le divise nere o dei giovani balilla?). Severità promessa per chi lede il “decoro” e già immagino multe e sanzioni a omosessuali e lesbiche che si baciano o si tengono per mano per strada. Si traccia la rotta per una difesa delle donne in senso patriarcale e paternalista, ovviamente dall’immigrato visto come aggressore senza toccare la questione di genere.

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Inquisizione in Sicilia e Donne di fora

Appunti di studio sull’inquisizione siciliana che dura più di quattro secoli ha inizio comunque con la fase del re Federico II, peggiorando con i monarchi successivi e con l’invio dei domenicani a capeggiare il sant’uffizio palermitano che svolgeva compiti per il Regno di Spagna che ci aveva colonizzato. Federico II aveva ereditato una situazione debitoria dal padre che continuava nel suo programma di colonizzazione senza progredire in senso commerciale. Per cercare di risolvere la questione come prima cosa cacciò i Mori dal Regno, quelli di religione musulmana, spesso traghettati fino a noi solo per imporgli la schiavitù, talvolta erano stati ragazzi rapiti dalle navi per metterli a lavorare e costretti a convertirsi nel frattempo. La cacciata dei Mori significava anche la sottrazione di tutte le proprietà e i beni che si lasciavano dietro. Dopo Federico II con Carlo V dapprima si realizzano dei veri e propri pogrom per gente indesiderata e poi si avvia una campagna nefasta che porta alla cacciata degli ebrei (con appropriazione dei beni lasciati indietro) che vivevano in gran numero In Sicilia. Alcuni furono costretti a pagare per avere diritto alla conversione al cristianesimo, ma continuando a praticare nel segreto delle proprie case la religione natia furono comunque scoperti e cacciati in numero spropositato, senza contare quelli che furono arrestati, processati e condannati come se vi fosse in mente un futuro olocausto già in atto per far soccombere ogni altra religione a quella cristiana.

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All’origine di stigmi e pregiudizi sulle malattie mentali e le donne

Ancora sulle malattie mentali e sulle origini dello stigma che pesa sulle persone affette da qualunque tipo di disturbo a partire dal medioevo e poi negli anni dell’inquisizione e in quelli successivi. Negli anni in cui la chiesa esercitò un’influenza terribile nei confronti della cultura medica, ancora di più nei luoghi colpiti dall’inquisizione cattolica per via della colonizzazione della Spagna (Inclusa la Sicilia), non solo venivano perseguite tutte le persone, in gran parte donne, che esercitavano ruolo da curatrici, ma in generale si descrissero le malattie di qualunque genere in un settore a parte definito demonologia. Le malattie erano considerate come il chiaro segno sul corpo delle persone dell’influenza del demonio. Tale influenza veniva trattata attraverso il rito dell’esorcismo praticato con metodi crudeli e in seguito unito in realtà alla consegna di misture di erbe prese in prestito da chi praticava medicina in senso alchemico e scientifico. Immaginate cosa dovesse voler dire per una donna con attacchi epilettici subire non solo lo stigma da parte della Chiesa ma anche il rito esorcista per allontanare il presunto demonio dal corpo malato.

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La cultura dello stupro uccide le donne

Non so che ruolo abbia questo signore nella Croce Bianca ma le sue affermazioni sono davvero terribili. Ecco cosa bisogna combattere, per prevenire il prossimo femminicidio. Il resto del carlino riporta che egli ha affermato “Non siate provocanti e gran parte delle aggressioni saranno evitate”. Aggiunge: “Comunque anche lei come andava conciata, ovvio che il ragazzo era geloso”.

Ha aggiunto, rispondendo a donne che gli chiedevano conto delle sue affermazioni: “Comportatevi più sobriamente come le nostre nonne, non siate scostumate e provocanti e gran parte delle aggressioni saranno evitate, la colpa prima di tutto è del mondo di oggi totalmente fuori controllo, la donna fa I’uomo e viceversa, ma dove siamo arrivati?”. 

Dunque la colpa di un femminicidio e dello stalking subito dalla vittima sarebbe della vittima? Se queste battute sessiste e stereotipate non vengono cancellate, se non si combatte questa cultura dello stupro e del femminicidio, ogni donna è a rischio e a tutte si dirà che è colpa nostra, del modo in cui ci “conciamo” e di come viviamo. Una donna è libera di essere e fare quello che vuole e non è permesso pensare che il suo rifiuto alle attenzioni indesiderate di uno stalker sia qualcosa di diverso di un No. Lei aveva detto No e lui l’ha uccisa per questo.

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Prevenire i femminicidi è meglio che indignarsi quando una donna è già stata uccisa

L’ennesima vittima di femminicidio aveva denunciato il suo carnefice per stalking. Tuttavia questo non è bastato a tenerlo lontano da lei. Come spesso avviene la denuncia non ferma l’assassino e tutti si rifiutano di ragionare di politiche preventive, educative, di cambiamenti culturali che possano favorire una mentalità diversa, in cui l’uomo non si consideri più padrone, possessore, di una donna che diventa oggetto del suo morboso ossessivo interesse. Ogni volta che una donna viene assassinata si rimpolpa il marketing istituzionale, promuovendo leggi giustizialiste senza mai affrontare il vero problema che causa la violenza di genere. Sappiamo che denunce, carcere, non sono deterrenti e che chi invoca e finanzia l’ausilio di più polizie e sorveglianza non accetta di discutere di violenza di genere, di corsi di educazione al rispetto dei generi, di cultura del possesso e dello stupro.

Chi vuole più sorveglianza non fa che depauperare i centri antiviolenza che potrebbero meglio assistere una donna vittima di violenza. Senza dimenticare che tra chi uccide donne ci sono anche militari e membri delle forze dell’ordine. Per cui il problema va affrontato alla radice. E’ mentalità patriarcale, è cultura maschilista, di chi si ostina a considerare oggetti le donne e a non rispettare il consenso o il dissenso. Una donna che dice No non viene presa sul serio, il carnefice non l’ascolta, perché continua a considerarla una proprietà. Si immagina legittimato a operare forzature e stupri, percosse e stalking. Tra i maschilisti c’è ancora chi considera lo stalking alla stregua del corteggiamento. C’è chi pensa che una donna che dice no in realtà vuol dire sì. E le vittime si moltiplicano mentre noi continuiamo a contarle e a ricordare che la prevenzione passa attraverso un cambiamento culturale e non un ulteriore aggravio di pene detentive. Intervenire quando una donna è già morta è un fallimento. Il fallimento di un Paese che conta più femminicidi di altri paesi europei, mentre la misoginia dilaga su media e tribunali di giustizia attraverso la colpevolizzazione perenne di vittime di violenza di genere che vengono indotte a tacere, a vergognarsi, a pensare che sia tutta colpa loro. Non lo è.

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Vietato fare campagna elettorale razzista sulla pelle di una vittima di stupro

Pare che non sappiano. Bisogna ricordarglielo. Con una letterina a chiunque usi una vittima di stupro per fare propaganda razzista.

Oh Gente di destra,

la maggior parte degli stupri viene commessa da parenti, amici, ex mariti, ex fidanzati, fidanzati, mariti, padri, nonni, zii, di nazionalità italiana. A volte gli stupri sono commessi in gruppo da persone comunque conosciute, più spesso di nazionalità italiana. Fare campagna elettorale sulla pelle delle donne per giustificare la xenofobia è un atto orrendo che di certo non restituisce alle donne stuprate qualcosa di buono. Per questioni di umana decenza la destra non dovrebbe neppure parlarne. La logica securitaria, giustizialista, xenofoba, che deriva dalle affermazioni che vengono più o meno sempre espresse dalla destra quando si ricorda che non bisogna stuprare le “nostre” donne, rappresenta un paradigma tanto caro al patriarcato accompagnato ad una vena razzista.

Il punto è che lo stupro avviene in una dinamica di violenza di genere da parte di uomini provenienti da qualunque luogo contro donne che abitano ovunque. Gli stessi che usano le donne stuprate da stranieri non ammettono la dicitura violenza di genere, contestano che esista una cultura dello stupro che spesso alimentano e non ammettono che nelle scuole si proceda con corsi di educazione al rispetto di genere e al rispetto del consenso. Oltretutto non si ricorda il fatto che molte delle donne che tentano di migrare nel nostro paese, offese da una legislazione razzista, sono costrette ad affidarsi a trafficanti e spesso, con il consenso del governo italiano, sono imprigionate nelle coste del Nordafrica dove vengono stuprate più volte mentre sono detenute.

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Se hai bevuto e non chiudi la porta non è stupro

Continuano a chiedere alle donne di denunciare ma il problema è evidente. Le donne non denunciano perché sentenze come questa dicono che se subisci uno stupro è colpa tua. Se hai usato alcol non sei in grado di dare consenso e se tieni la porta aperta non hai invitato nessuno ad entrare e a stuprarti. Dovrebbe essere chiaro a tutti eppure c’è chi ancora immagina che ci siano donne che lancino segnali ambigui senza tenere conto del fatto che se diamo un consenso diciamo di sì e altrimenti è no.

Non chiedeteci di denunciare. Non chiedeteci di parlare. Non diteci che è colpa nostra. La responsabilità è di chi continua ad assolvere la cultura dello stupro e la diffonde attraverso sentenze e titoli scandalistici sui quotidiani.

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La scrittura delle donne: capitolo tre

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Capitolo tre: molte donne scrivono dopo aver cresciuto i figli.

Quando chiedevo a qualcuna: perché non scrivi? Rispondeva che c’erano cose più importanti. La cura della casa e dei figli. La scrittura veniva considerata come un hobby per ricche e credo siano le ricche ad aver dato questa impressione. Le donne povere non potevano permetterselo e soprattutto non potevano vivere la contraddizione di amare la scrittura e dover crescere dei figli. Se amavano la scrittura passava comunque in secondo piano. La differenza di classe era ed è ancora discriminatoria in questo senso. Non perché certe donne non abbiano qualcosa da dire ma solo perché non ne hanno il tempo e non possono concedersi il lusso di lasciare versi sulla natura dell’esistenza e sul vivere quotidiano. Se non capite quanto la differenza di classe e di genere sia importante in questo caso è bene che ve lo ricordi. Bisogna avere un reddito e una stanza tutta per sé per poter scrivere di qualunque cosa. Non ci sono altri modi, non ancora. In un mondo stretto nel privilegio maschile e in quello dei ricchi alle donne povere non resta che vivere con la colpa di sentirsi inadeguate qualunque cosa facciano. Vengono giudicate per qualunque cosa, dal modo in cui tengono la casa, dal filo di polvere intercettato dalla suocera, dalla cucina che dovrebbe essere il loro regno sebbene non credano alla storia di Cenerentola, dal modo in cui vestono i bimbi, come lavano i loro visi, come li spidocchiano, li pettinano, li vaccinano, li accompagnano a scuola e tutto il resto. Le donne devono rispondere sempre a qualcun altro o a qualcun’altra del proprio operato.

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La scrittura delle donne: capitolo due

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Capitolo due: donne scrittrici e nobili.

Ho lavorato per un po’ di tempo nella città di Palermo e tutte le scrittrici che venivano proposte erano quasi sempre appartenenti a famiglie nobili. Alcune vivevano all’estero e altre elargivano memorie della loro vita nobiliare, con acuta descrizione dei loro ambienti, le ville in cui vivevano, la genealogia che le caratterizzava. Le donne del Sud che scrivevano libri appartenevano ad una classe differente e quando leggevo le memorie dei racconti passati, con riti delle parenti a recitare il Rosario, con la descrizione esatta del momento in cui si consumava un pasto o una bevanda tipica del luogo, mi sentivo inadeguata. Dopo molto tempo compresi il perché. Non avevo mai vissuto in una villa, in casa non c’erano parenti che sgranavano rosari, non c’era il momento del dolce o della bevanda pomeridiana, non c’era nessuno che mi servisse un pasto a parte mia madre quando ero piccola. Palermo si divide in due contesti precisi, la classe nobiliare e la massa. Catania ha una natura più borghese e industriale ma Palermo continua a conservare quella divisione anche nelle memorie e nella pubblicazione di libri ad opera di donne che non rappresentano tutte le altre.

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La scrittura delle donne: capitolo uno

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Capitolo uno: reddito e una stanza tutta per sé. 

Vi siete mai chiesti perché la maggior parte degli scrittori famosi sono uomini? Semplicemente perché potevano. C’erano scrittrici che dovevano firmarsi con nomi da uomini per poter essere pubblicate. Diversamente le donne dovevano badare alla famiglia e alla casa ed eventualmente elevare il prestigio del marito. Delle mogli degli scrittori sappiamo molto poco a parte forse per gli autori contemporanei. Gli scrittori paraculo dicevano che le proprie mogli li ispiravano e le trattavano da Muse anche se poi erano semplicemente le loro serve. Altri scrittori ebbero rapporti molto conflittuali con le donne che non riuscivano a trovare spazio per sé stesse dove c’era già una prima donna. La prima donna era il marito, ovviamente. Gli scritti delle donne sono stati per lungo tempo disprezzati ho sminuiti a rango di romanzetti rosa. Si diceva che solo gli uomini potessero scrivere di argomenti interessanti perché le donne erano legate hai emotività e sentimenti che derivavano dal possedere un utero.  I romanzi scritti dalle donne venivano interpretati come troppo intimisti, troppo autoanalitici o autobiografici. In realtà le donne avevano un immaginario vastissimo e riuscivano a interpretare intere epoche in poche righe, riuscivano a dare vita a generi letterari a loro preclusi eccellendo in ogni caso.  

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Alla moglie dello scrittore: Ti prego, scappa!

Ho sognato uno scrittore conosciuto a Palermo, che mi invitava in casa a prendere un caffè. Una casa antica, di quelle che raggiungi attraverso scale di pietra e marmo, con le volte in corrispondenza dei pianerottoli. La casa aveva tetti alti, si trovava nei pressi di Ballarò, a servirci il caffè però non fu lui ma una donna. Lui mi parlava della sua maniera moderna di vedere le cose e poi si faceva servire da una donna che allontanò come se non fosse all’altezza di assistere alle nostre conversazioni. Lei aveva da fare, si giustificò lui, deve rassettare. Lui evidentemente non l’aiutava. Quella grande casa, vanto per lui e prigione per lei, la quale uscì in fretta e poi tornò con i cannoli freschi comprati chissà dove. Le dissi di sedersi, volevo parlare con lei, e lui ne fu offeso, come se il suo prestigio ne fosse offuscato, uno scrittore che mi concede di incontrarlo e io presto attenzione alla sua cameriera. Le chiesi se era felice e cosa pensava delle cose scritte dal marito e lei con dovizia di particolari tratteggiò un’opinione frutto di una complessa osservazione del lavoro che veniva svolto mentre lei serviva caffè e cannoli.

Lui l’artista e lei la serva che gli permetteva di poter scrivere senza pensieri di sorta. Le dissi che scrivevo anch’io e mi sarebbe piaciuto ascoltare la sua storia e lei con modestia disse che non era nulla di importante, la sua fortuna era stata quella di conoscere un uomo d’arte, il petto dell’artista si gonfiò con orgoglio, la moglie stava ricucendo un abito proporzionato alle nuove misure, sapeva come mercanteggiare e vendere il prodotto del marito. La venditrice era lei, lui solo un innocuo manutentore con la divisa d’ordinanza da intellettuale che indossava per averla ereditata dai genitori. La donna si comportava come si comporta ogni madre di famiglia siciliana che io abbia conosciuto. Non ne avevo mai vista una che solleticava tanto l’ego del marito, nonostante lui non facesse un cazzo in casa. La vera artista era lei e lui colse il mio pensiero sebbene io continuassi a discutere dei suoi progetti e di come egli aveva tratto spunto da fatti storici per determinare una narrazione sconclusionata sui fatti siciliani. Gli dissi che non mi intendevo di storicità, preferivo la fantascienza, ad esempio quella in cui un uomo portava il caffè alla donna intenta a scrivere un libro e mi chiedevo se mai mi sarebbe stato permesso di immaginare una visione simile, fuorché in situazioni nobiliari, come spesso accadeva alle scrittrici conosciute siciliane.

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