Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, R-Esistenze

Il mio corpo in guerra. La mia vita di resistenza alle molestie

Lei scrive:

Il corpo violato, la sensibilità violata. Come se su di me ci fosse sempre scritto “disponibile” a prescindere dal fatto che io dia il mio consenso o meno. Ed è questo quello che sfugge a chi continua a pensare di poterti mettere le mani addosso senza subirne le conseguenze. Ho azzoppato un tale che mi metteva una mano nel culo in autobus. Ho bannato chi mi mandava foto del pene non richiesta. Ho sfanculato chi mi molestava per strada e chi continua a dire che esagero.

Ma avete mai provato la sensazione di disagio che vi dà una mano addosso di qualcuno che neppure conoscete? Ed è così che mi sento in perenne stato di guerra. Vigile ad ogni segnale, provando a passare inosservata, perché se mai accadesse qualcosa sarebbe sempre e solo colpa mia. Una volta ho detto ad un collega di non toccarmi il braccio, la spalla, il fianco. Non devi toccarmi, hai capito? E mi ha risposto “Quanto la fai lunga. Ma chi ti tocca, chi ti vuole…” e ha fatto l’offeso. E sono io intanto che devo prepararmi al contrattacco.

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La mia esperienza per ri-amare se stesse

Lei scrive:

“Ciao! Tempo fa lessi su questa pagina di alcune ragazze che non si sentivano a loro agio col loro corpo e che venivano ferite dai commenti sgradevoli di chi avrebbe dovuto starle vicino. Ho quindi voluto raccontarti la mia esperienza.

La mia famiglia è sempre stata molto critica riguardo la mia fisicità, soprattutto ora che sono andata a vivere lontano da casa per studi e ho preso peso. Nell’ultimo periodo mi hanno detto tante cattiverie, talvolta al limite della decenza arrivando a paragonarmi a mia sorella incinta o addirittura in presenza (e con la complicità) di estranei. È stato devastante ed umiliante, mi hanno fatta davvero vergognare di questo corpo che non era più “bello come prima”, e non importava che il mio ragazzo e i miei amici facessero di tutto per farmi sentire bella.

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La sessualità imparata sulla mia pelle

Lei scrive:

Ciao Eretica, spero di non aver sbagliato email. È da tanto che seguo la tua pagina e vorrei per una volta uscire un po’ allo scoperto (per quanto possibile rimanendo anonima), raccontando un po’ alcune mie esperienze. Spero che possa essere utile e un momento di confronto.
Grazie per tutto quello che fai.

«È da tempo che cerco di dare un ordine alle parole, ma è come se la mia testa si rifiutasse di tracciare una linea e di arricchirla di fatti ed eventi. La verità è che me ne vergogno. Non temo il giudizio altrui. È il mio, il più severo, che frena i liberi pensieri, quasi come a reprimere ciò che è accaduto e quello che sono.

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Come insegno a mia figlia a difendersi dal sessismo quotidiano che dovrà subire?

Lei scrive:

La prima lezione che ho imparato a proposito del sessismo l’ho ricevuta a 9 anni. Ebbi le mestruazioni abbastanza precocemente e mi spuntarono le tette che su una bambina facevano abbastanza impressione. Io mi sentivo a disagio e le mie compagne e i compagni mi sfottevano continuamente. Ma quella lezione la ricevetti da un uomo adulto che mi invitò a prendere un gelato chiamandomi “bella signorinella” sollecitandomi a mostrare i miei seni. Io rifiutai, naturalmente e da bambina qual ero risi perché mi sembrò scemo. Ma lui fu solo il primo di una serie che vedevano nelle tette un segno di crescita sessuale. Non riuscivano a reprimere parole e pensieri e io mi chiedo oggi come sia possibile che un uomo adulto non provi vergogna quando guarda una bambina e vede solo un oggetto sessuale.

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Faccio sesso con un uomo “nero” e lo racconto. Il corpo è mio e lo gestisco io!

Lei scrive:

Ho conosciuto un ragazzo del Senegal. Nero nero nero. Mi è piaciuto e ci ho fatto sesso. All’inizio non abbiamo parlato molto ma ci piacevamo e non mi pento della scelta. Andavamo in giro mano nella mano, come fanno tante coppie non miste e qualcuno mi ha urlato qualcosa di brutto. Il mio ragazzo mi ha detto di non girarmi e poi si è rammaricato del fatto di non avere gli strumenti per difendermi, anche se io non glielo avevo chiesto. Potrebbero togliergli il permesso di soggiorno e cacciarlo dal lavoro e la sua vita è talmente precaria, talmente inibita. Mi racconta vagamente di quello che ha passato per arrivare in Italia e poi ho incontrato un’amica timorosa e dal razzismo inconsapevole. Mi ha detto che di uomini bianchi ne trovo quanti ne voglio e che i neri, con la loro cultura misogina, sono predatori e arrivano in Italia per fottere le donne e fare pulizia etnica. Le ho spiegato che la pagina facebook da cui ha preso quelle informazioni era quantomeno xenofoba e che il mio ragazzo non vuole invadere nessuno, tantomeno vuole farmi fare un figlio. Io precaria, lui ancora più precario non sapremmo come fare, figuriamoci.

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Ti sei accorto di avermi stuprata? No, ma lo hai fatto!

Lei scrive:

Ti sei accorto di avermi stuprata?
Vorrei guardarti negli occhi e chiedertelo, per poi farti male, farti tanto male quanto tu ne hai fatto a me, perché la risposta la so benissimo ed è che no, non te ne sei accorto.

Sono andata a ballare e mi sentivo bella, anzi, bellissima. Per la prima volta dopo tanto tempo mi sentivo sexy e forte, mi sentivo padrona di me stessa e sentivo che era una mia scelta essere guardata, che se qualcuno avesse superato il limite non avrei avuto problemi a respingerlo.
Mi sono sentita così e poi mi hai ricordato perchè è una sensazione tanto rara.

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Le ingenuità di MalaRazza

In questi momenti di disoccupazione mi vengono in mente cose che mi ricordano per lo meno ciò che sono o ciò che ero. Adesso mi sento avvilita e invidio lui e il suo modo di ritrovare la calma dando perfino un nome ai malesseri psicosociali che ci rendono quel che siamo. A volte disadattati e altre volte solo rassegnati. Calma a tempo, perché appena arriva l’attimo sputa un vaffanculo su un commento facebook e poi chiude tutto e va a cercare notizie sullo sport.

In altri momenti avrei avuto la forza di fare cose in maniera decisa, con una determinazione da guerriera. Prendi il momento in cui stavo muso a muso con un tale che non voleva farmi entrare in un raduno per campeggiatori di sinistra. Una di quelle cose che organizzi assumendo un fascista come buttafuori. “Perché non parli tu?” – diceva rivolgendosi al mio amico. E faceva finta di non sentirmi. “Di’ alla tua ragazza di fare silenzio”. E lì, all’unisono: “Non è la mia ragazza” – “Non sono la sua ragazza”. Machista di merda. Vuol parlare con l’uomo. Io non valgo niente? Mi senti? Sono qui. Alla fine abbiamo scansato le botte perché si sono decisi a chiamare uno dell’organizzazione.

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