La posta di Eretica, R-Esistenze, Storie

Se anche la malattia è tutta colpa mia

Lei scrive:

ti seguo con interesse da anni. Vorrei condividere la mia storia, se avrai la pazienza di leggerla. Perché so che forse, almeno tu, non mi giudicherai. Ho provato a farlo con un’altra persona prima di te, ma lei mi ha giudicata eccome.

Mi viene sempre in mente un proverbio giapponese che dice: se cadi sette volte, rialzati otto. Vorrei chiedere all’antico saggio giapponese dopo quante volte sia lecito non rialzarsi più.
Nessuno sembra chiedersi cosa succede da grande a una persona che subisce abusi fin da piccola. Evidentemente le persone guardano troppi film hollywoodiani col lieto fine, dove basta un po’ di caparbietà e resilienza per ottenere qualsiasi cosa e per cambiare la propria vita. La realtà è ben diversa. Mio padre è una persona violenta e profondamente disturbata. Mia madre era una persona fragile. Non mi ha mai difeso nei confronti degli abusi di mio padre. Forse perché non ne era in grado. O forse perchè, anche se in maniera diversa, era un po’ abusante anche lei. I miei parenti, sia da una parte che dall’altra, hanno sempre fatto finta di non vedere. Anche se, silenziosamente, disprezzavano mio padre. Ma non era affar loro. Non erano affar loro le sue offese, le sue urla, i suoi schiaffi, le sue palpatine al sedere. Chissà perché la vergogna invece di essere del violento, ricade sulla vittima. Ero io quella che si doveva vergognare. Era mia la colpa di tutto.

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Antiautoritarismo, La posta di Eretica, Salute Mentale

Tso senza una ragione?

Mi è arrivata un’altra lettera questa volta da parte di un ragazzo che mi ha raccontato di ciò che gli è successo due anni fa. L’argomento è sempre lo stesso e cioè il principio secondo il quale alcuni pensano di fare del bene ledendo la tua dignità. All’epoca lui aveva 23 anni e stava bevendo assieme un gruppo di amici in una città del Nord e ad un certo punto uno dei suoi amici cominciò a sclerare e alcune persone presenti alla scena chiamarono la polizia che arrivo’ accompagnata da un’autoambulanza. La polizia registrò l’accaduto come una questione di ordine pubblico ma quel che avvenne poi dipese da un medico che accompagnava alcuni volontari e che decise che uno dei ragazzi, appunto il 23enne avesse bisogno di immediato aiuto.

Non si capisce per quale ragione presero di mira lui ma fatto sta che lo portarono in psichiatria usando il trattamento sanitario obbligatorio per ricoverarlo in una situazione che lui definisce la kafkiana. Quando l’altro ragazzo sclerava il ventitreenne tentava di farlo smettere e poi semplicemente si tirò indietro e e sedette sul marciapiede perché gli girava la testa dato che aveva bevuto un po’ troppo. Il fatto che fosse ubriaco non giustificava un TSO. Tantomeno giustificava il fatto che lui fu costretto a restare in un reparto psichiatrico in contenzione per i primi due giorni e sedato per i successivi cinque giorni. Gli attribuirono deliri e disturbi di vario tipo di cui lui non soffriva affatto perché era uno studente brillante che stava semplicemente trascorrendo una serata con gli amici dopo aver dato un esame che gli era andato bene. Si ribellò in tutti i modi al ricovero forzato e per questo lo tennero legato per due giorni e sedato per il resto del tempo dichiarando che lui avrebbe potuto farsi del male o farne a qualcuno.

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Ero troppo piccola e non potevo fare niente

Mi ha scritto una ragazza che ha letto il post sulle malattie mentali e sui modi sbagliati in cui alcuni medici le affrontano e mi ha raccontato quello che è successo a lei quando non era ancora maggiorenne. Aveva circa 14 anni un po’ più forse e all’improvviso non riusciva più a fare niente, a parlare, a concentrarsi, a dormire, a studiare. Si trovava in una condizione di immobilità e non riusciva a capirne la ragione e non sapeva spiegarla a chi tentava di capire quello che stava succedendo. I genitori la portarono da uno psichiatra che le prescrisse dei sedativi, banali benzodiazepine, per calmarla e farla dormire meglio. Lei comunque non stava bene e continuava ad avere sensazioni negative e a non riuscire a fare molto per se stessa o per chi le stava intorno.

Continuo’ a studiare con molta difficoltà anche se dovette saltare un anno. Quando ebbe compiuto diciotto anni decise di smettere di prendere quelle medicine e di rivolgersi a un altro medico. Il medico ovviamente dapprincipio le sconsigliò di smettere i farmaci all’improvviso e senza un piano graduale e poi le fece una semplice domanda che sarebbe stato utile le facesse lo psichiatra che l’aveva liquidata con le benzodiazepine. Il nuovo medico le chiese cosa le fosse successo nel periodo in cui comincio’ a star male. Una domanda semplice, per risalire ad una causa era necessario che lei ricordasse qualcosa di quel periodo. Lei ricordò di un brutto litigio tra sua madre e suo padre e del fatto che il padre aveva picchiato la mamma.

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Dopo lo stealthing ho dato la figlia in adozione

Lei scrive:

Quando lui ha rotto il preservativo non sapevo che sarei rimasta incinta. Ho stupidamente aspettato che arrivassero le mestruazioni e con mia grande gioia dopo due giorni sono venute. Se non le avessi viste avrei preso la pillola dei cinque giorni dopo. Poi mi hanno detto che in certi casi pur avendo una mestruazione potresti già essere incinta. Non ho avuto il secondo ciclo e allora ho cominciato a preoccuparmi. L’ho detto a lui che mi ha guardata come se io fossi una Santa e mi ha detto che andava tutto bene. Io non ero sicura di niente ma mi sono lasciata trasportare mentre vivevo un rapporto tossico con un uomo che prima o poi avrei lasciato. Mi sono decisa ad andare dal medico per chiedere informazioni sui tempi di un aborto. Lui fece un calcolo approssimativo e disse che probabilmente era molto tardi. Consultai una ginecologa che purtroppo mi disse la stessa cosa. Avevo già superato il terzo mese. Odiavo me stessa e odiavo lui per avermi fatto perdere tanto tempo. Non sapevo cosa fare e ho addirittura pensato di suicidarmi.

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Sono una “madre cattiva” e volevano farmi l’elettroshock

Un’altra madre cattiva si unisce al coro:

Lei scrive:

Vorrei partecipare alla discussione sulle madri cattive. Io sono una di loro. Ho partorito una bambina che ho sentito subito come estranea. Non sentivo alcun istinto materno e non avevo alcuna voglia di restare con lei. I miei familiari mi dicevano che era normale all’inizio sentirsi così distaccate e continuavano a propormi il volto di quella bambina tentando di suscitare in me tenerezza e compassione che in realtà non provavo. La allattavo per dovere ma credo che il mio corpo si sia ribellato e ad un certo punto dopo appena un mese non avevo più latte da darle e così lei fu nutrita col latte artificiale. Dopo la sua nascita sentivo solo un gran dolore per l’utero che si contraeva mentre il sangue continuava a scorrere come un fiume in piena. Dei miei dolori non si occupava nessuno. A tutti importava soltanto che io mi occupassi della bambina e che in me nascesse un sentimento d’amore che non nacque mai. Di notte avevo gli incubi perché i sensi di colpa mi facevano stare male e così esorcizzavo immaginando che alla bambina accadessero cose terribili e io non facevo mai in tempo a soccorrerla.

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La donna che non vuole stare con il figlio risponde ai commenti

Le reazioni al post Ho lasciato un figlio e sto benissimo sono quelle che ci aspettavamo. Lei ha scritto di nuovo ed ecco la sua lettera:

Lei scrive:

L’istinto materno è un costrutto sociale. In alcuni commenti, che inserirei in un capitolo titolato “Mistica della maternità”, ho letto che io sarei responsabile della psiche di questo bambino che viene definito abbandonato. Non sono qui per giustificarmi ma solo per chiarire ulteriormente come stanno le cose. C’è chi crede che la natura e la biologia ci obblighi a sentirci legate che ai figli che partoriamo. Di conseguenza state dicendo che il mio comportamento sarebbe contro natura. Io non mi sento legata a quel bambino più di quanto non mi senta legata a nessun altro bambino che vedo in giro.  Non mi commuove il suo sorriso, non mi interessa se mi somiglia un po’ perché non volevo una discendenza e ho fatto l’unica scelta possibile data la situazione in cui mi sono trovata. Il bambino cresce e sta bene con suo padre e sua nonna e la donna con cui il padre adesso divide la sua vita. Il fatto che lui compia ricatti emotivi facendomi sentire al telefono la voce del bambino è l’unico elemento violento della questione che può eventualmente compromettere la psiche del bambino. Se quella famiglia insiste nel dare al bambino l’impressione che all’altro capo del telefono ci sia una donna che non si interessa a lui sta ponendo le basi perché egli si possa sentire abbandonato.

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Ho lasciato un figlio e sto benissimo

Lei scrive:

La maternità non è un fatto di natura e la biologia non influenza i comportamenti. Sono nata donna, ho fatto un figlio, non sentivo niente nei suoi confronti, mi sono allontanata per lasciarlo in custodia al padre e alla nonna. Quando quel bambino piangeva per esigere attenzioni io mi sentivo infastidita. Quando non riuscivo a capire cosa fare per farlo smettere di piangere mi sentivo frustrata. Quando l’ho allattato al seno non ho avvertito nessun tipo di legame con quel bambino.

Non ho nessuna diagnosi psichiatrica, non soffro di malattie mentali, semplicemente non preferisco essere madre. Mi piace fare altro. Mi hanno insultata spesso dicendomi che è disumano lasciare un figlio che hai partorito. Mi hanno detto che sarebbe stato impossibile non sviluppare alcun legame con un bambino che ho tenuto in pancia per 9 mesi. Però quando lui è nato per me era un estraneo e continua a rimanere tale.

Ho 34 anni e sono emigrata all’estero per lavorare come cameriera. Qui mi sento realizzata e non sento alcun distacco o la mancanza del bambino. Ogni tanto subisco qualche ricatto affettivo da parte del mio ex che mi telefona per farmi sentire la sua voce in modo da farmi sentire in colpa. Io non mi sento in colpa. Ho portato avanti la gravidanza, ho partorito, ho lasciato quel bambino in mano a chi lo voleva davvero, penso di aver fatto tutto il possibile e di non voler fare di più. Non mi sono sentita combattuta quando l’ho lasciato. Non ho avvertito nessun istinto materno. Volevo solo essere libera e quel bambino era un’arma di ricatto in mano al mio ex. Sperava che restassi e che conducessi con lui una normale vita familiare che non avevo scelto. Mi chiedo quante siano le donne che provano questo nei confronti dei propri figli e continuano comunque a restargli accanto per dovere sociale e non per amore. Ho vissuto in un ambiente, non parlo della mia famiglia, in cui ho visto madri picchiare spesso i loro figli, urlargli contro, ed era chiaro che li considerassero un peso, una condanna, una schiavitù.

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Quel che succede dopo lo stupro: narrato da una vittima

Lo stupro non è sesso, non c’entra col piacere. Non riguarda lo straniero. Non riguarda nessuno stereotipo che viene diffuso solo per proteggere la maggior parte degli uomini educati attraverso la cultura dello stupro. Dopo che fui stuprata, cominciai a fare le mie indagini, raccolsi articoli di cronaca, lessi materiale inerente all’argomento, ascoltai conferenze in cui se ne parlava, cercai di seguire il più possibile processi in cui gli stupratori venivano accusati e condannati. La cosa che più di tutte mi colpiva era lo sguardo degli stupratori, diverso in qualche modo, indifferente, non metteva in mostra nessun segno di empatia. La vittima invece stava seduta in prima fila, colma di vergogna, protetta dagli abbracci dei parenti o delle amiche, mentre i parenti del colpevole la insultavano e la chiamavano puttana. Il fatto che persino in quei processi una vittima potesse essere aggredita in quel modo mi fece pensare. Quegli uomini e le loro famiglie non capivano, non erano in grado, pensavano che lei, la vittima, fosse la vera colpevole e non cercasse giustizia ma vendetta per ragioni insite in chissà quale trauma precedente. Come se la vittima nell’accusare lo stupratore volesse in qualche modo vendicarsi di tutti gli uomini. Ed è una cosa che è stata detta anche a me. Mentre narravo del mio stupro le amiche mi dicevano che in fondo mi era andata bene. Non era stato poi così violento. Era stato quasi dolce. Si può definire uno stupro dolce? Mi dicevano che il fatto che io non avessi reagito poteva essere interpretato come un consenso. Mi dicevano anche che sembravo arrabbiata nei confronti di tutti gli uomini. E questa tiritera ho dovuto ascoltarla in ogni situazione in cui si parlava di stupratori. 

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Non Una di Meno Firenze: Scusate il disturbo, ci stanno ammazzando!

Ricevo e volentieri condivido il comunicato delle sorelle di Non Una Di Meno Firenze. Buona lettura!

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COMUNICATO STAMPA 14-03-21

SCUSATE IL DISTURBO, CI STANNO AMMAZZANDO!

Ogni 8 del mese, da ormai un anno, piazza Santissima Annunziata è diventato il luogo in cui ritrovarsi per ricordare le donne uccise per mano di un marito, compagno, fidanzato, familiare. Uomini che le vedevano come un oggetto da possedere tanto nella vita quanto nella morte.

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Autodeterminazione, La posta di Eretica, Personale/Politico

#TuttaColpaMia #TW: concedersi il permesso di essere “indecente”

La testimonianza che segue viene pubblicata sul blog non perché sia più importante di tutte le altre pubblicate sulla pagina fb di Abbatto I Muri ma solo perché la lunghezza e la terminologia (#triggerwarning) usata non è adeguata alla divulgazione su fb che, come minimo, la censurerebbe subito. E dato che a me non piace censurare nulla e a parte edulcorare qualche parola tendo a lasciare il testo così come l’avete inviato, mi pare più opportuno che il testo resti in questa cornice, aperta ai vostri commenti e ovviamente alla vostra lettura e partecipazione. Come sempre vi invito a prendere parte alla campagna #tuttacolpamia scrivendo a abbattoimuri@gmail.com.

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Antiautoritarismo, Antisessismo, Autodeterminazione, La posta di Eretica, R-Esistenze

Risposta a Concita de Gregorio

In quanto donna e trans sento il bisogno di scrivere questa risposta.

Egregia Professoressa De Gregorio

ho letto con crescente costernazione il suo articolo intitolato “L’identità di genere è contro le donne”. Non pretendo di farle cambiare idea, vorrei tuttavia portare la sua attenzione su alcuni fatti incontrovertibili:

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