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La cultura dello stupro mi vuole nascosta? Io non mi vergogno!

Una ragazza mi scrive di quello che le è successo e lascia a me il compito di raccontarvelo. E’ stata stuprata, poi, lo stupratore, ha diffuso un video in cui si vedeva ciò che era accaduto. Si chiama revenge-porn (lui si vendica di lei diffondendo immagini senza il consenso della donna). La ragazza ha cercato invano di far cancellare quel video, poi si è chiesta perché volesse farlo cancellare e si è accorta che in lei agivano senso di colpa e vergogna quando a vergognarsi dovrebbe essere lo stupratore. Dunque lo ha denunciato, le immagini sono diventate una prova ma, in ogni caso, dato che per i tutori dell’ordine non erano così chiare, lo stupratore è ancora lì a combattere legalmente per accusare lei di diffamazione.

Non si è lasciata intimidire. Se nessuno crede che lei meriti giustizia allora ci deve pur essere un modo per procurarsela. Assieme a sorelle che le credono ha deciso di agire con creatività. Hanno disegnato graffiti sui muri del paesello, citando lui come stupratore, chiamandolo per nome, descrivendo ciò che aveva fatto, disegnandone perfino il volto con una somiglianza notevole. La famiglia dello stupratore si è dichiarata offesa, ha chiesto la rimozione dei graffiti che puntualmente rispuntavano ogni giorno. L’offesa di cui parlava la famiglia del maschio alpha non faceva riferimento allo stupro quanto all’onore del maschio svilito al ruolo di povero impotente che non sa conquistare una donna se non prendendola con la forza. “Lui non ne ha bisogno” – dichiarava la madre. “Lui è un vero uomo” – dichiarava il padre. Sicché i graffiti hanno disegnato le sembianze ignude dello stupratore, giusto per far comprendere quanto fosse virile.

Quell’immagine è stata subito cancellata, con l’aiuto di solerti cittadini a guardia della moralità comune. Il video che ritrae la donna stuprata invece circola ancora in rete. La cosa che va compresa è che oggi non viviamo più in un mondo in si usufruisce di creazioni, siano esse immagini, video, testi, ma noi stessi siamo lì a creare l’immaginario che forma, educa, la collettività. Se uno stupratore può contare su chi nutre il proprio immaginario di cultura dello stupro, la vittima non può contare su nessuno, salvo poche sorelle che le credono e la supportano affinché non si senta sola.

Consapevole di questo la ragazza ha deciso di esporre la propria nudità in un video, per propria libera scelta, invece che subire un video estorto. In quel video lei ha narrato la propria storia e improvvisamente i commenti sono cambiati. Non ha attirato sguardi morbosi o frasi sessiste ma parole di solidarietà. Spogliarsi è stato per lei un modo per mettere fine alla vergogna e dichiarare che non intende nascondersi, non è la nudità ritratta che la ferisce ma il fatto che qualcuno l’abbia stuprata ed esposta a trofeo tra chat e forum di amichetti misogini.

Combatte ancora, contro la denuncia per diffamazione e per ottenere giustizia per lo stupro subito, ma ritiene di aver compiuto un gesto liberatorio. Essere stata spogliata, resa nuda, vulnerabile, suo malgrado, è molto diverso dal mostrarsi per intero raccontando la propria storia. Il suo video ha retto un po’, poi è stato censurato, su quelle stesse chat e su quei forum che giudicano moralmente accettabile il revenge porn. Lei però può andare a testa alta, ha elaborato il proprio dolore, ha espresso la propria rabbia, ha dichiarato l’intento di voler combattere per se stessa.

A questo punto che lei ottenga la giustizia dello Stato o meno non le importa. Che lei sia condannata per diffamazione, non le importa. Quel che le è chiaro è che le istituzioni, i social, non hanno a cuore il benessere di una donna che ha subito uno stupro. Piuttosto continuano ad operare affinché la donna resti al proprio posto e provi vergogna.

Con un abbraccio a lei, vi invito a dire a voi stesse, qualunque violenza abbiate subito, che non dovreste vergognarvi e che io vi credo.

Buona giornata.

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