Lei scrive:
“Cara Eretica, sto leggendo con molto interesse la serie di post sul contrattacco maschilista e vorrei contribuire con una riflessione che riguarda la mia storia personale. Sono cresciuta con i racconti di una mamma femminista e mi sono trovata a vivere in un mondo che regrediva per mentalità e cultura. Mia madre mi ha cresciuta dicendo che avevo diritto a diventare qualunque cosa volessi. Mi ha insegnato ad aver fiducia in me stessa, ha alimentato la mia autostima senza affliggermi con sue eventuali insicurezze. Non è perfetta ma ha fatto un gran lavoro con me e le sono molto grata per tutto ciò che mi ha insegnato.
Con convinzione ho portato avanti un progetto di vita che non mi precludesse alcuna strada nello studio, nel lavoro, nelle relazioni personali. Mi sono scontrata però con un mondo ostile in cui il termine femminista viene usato come insulto. Ho conosciuto donne che dicevano “io no, non sono femminista” per poter trovare ascolto tra persone che innanzitutto tendevano a opprimerti con l’idea di un modello di donna doverosamente rassicurante. Mi sono ritrovata in minoranza e offesa da uomini e donne che mi consegnavano una visione del mondo che non capivo. Come potevano sorridere quelle ragazze ascoltando battute sessiste? Come potevano uomini di questo secolo pronunciarle? Le lotte delle donne come mia madre erano state inutili?
Mi sono convinta del fatto che quelle lotte avessero scatenato l’ira di chi voleva riassegnarci al posto consentito. Frasi insinuanti, messaggi ingiusti, demonizzazione della femminista, come figura simile alla strega da bruciare, hanno riportato alcune donne a pensare che fosse meglio dare ragione al maschilista che altrimenti ti definiva estremista. Io stessa ho nascosto alcuni pensieri per non apparire “troppo femminista”, pur se convinta di non esserlo affatto. Questo ha influenzato le mie scelte relazionali. Nello studio ho proseguito per raggiungere i miei obiettivi, ho avuto per fortuna spazio per realizzarmi con un lavoro che amo, diverso è stato con i miei compagni. Il primo, di cui ero molto innamorata, mi sminuiva sempre, non riuscivo a difendermi, toccava corde che mi ferivano. Quando sono riuscita a lasciarlo mi sono sentita una fallita perché avrei dovuto intuirlo, dovevo essere preparata, non potevo essere così vulnerabile al punto da farmi sottomettere da un uomo simile.
Non capivo ed ero certa di non avere alcuna propensione per la sottomissione. Dunque cos’era? Lui era un ragazzo intelligente, fisicamente attraente, aveva bisogno di schiacciarmi per emergere, una prima donna insomma. Questo mi ha erroneamente fatto pensare che mi sarei sentita più al sicuro – chissà perché poi ho pensato alla sicurezza come fattore positivo in un rapporto – con un uomo meno attraente, meno ambizioso, meno assertivo e arrogante. Chiarisco che tutto quel che ho scritto non era frutto di una decisione cosciente. Mi paravo semplicemente il culo, tentando di trovare una via per sopravvivere pur nel bisogno di essere amata. Non cercavo uomini secondo stereotipi che li rendessero meno rischiosi, eppure ho commesso quell’errore: mi sono arresa. Ho conosciuto un uomo che riconosceva il mio talento, mi diceva che ero troppo bella per lui, ostentava adorazione, si rendeva necessario, tentava di istruirmi su una ostinata dipendenza: quella per un amore che non fosse troppo soffocante, oltraggioso, distruttivo, ma incoraggiante e volto ad una coesistenza con le mie passioni e la mia personalità. Ho dato per scontato che un uomo che mi riteneva troppo bella e talentuosa per lui sarebbe stato incline a non volermi meno bella e talentuosa. Lo trovavo rassicurante. Per mia madre sarebbe stato il massimo della noia e forse lei avrebbe intravisto tendenze manipolatorie, io invece no, non le ho viste, non in tempo.
Quell’uomo che a parole baciava il terreno su cui camminavo, che non si aspettava che io esistessi soltanto per facilitargli la vita, che non mostrava il desiderio di una casalinga disperata, in realtà era insicuro, aggressivo, violento. Con lui ho abbassato la guardia, le mie difese sono crollate, ho messo a tacere dubbi e smontato percezioni su alcune seppur visibili ambiguità. Perciò ho dovuto affrontare una relazione disfunzionale, con un manipolatore che mi ha oppresso con violenza psicologica e fisica e che mi ha fatto sentire in colpa perché ero troppo bella e talentuosa. Sono diventata il suo bersaglio, si descriveva come vittima, mi obbligava a consegnargli il mio corpo sebbene non provassi alcun piacere. Quando mi ha spinta in un angolo, dal quale era difficile sfuggire, ha sferrato colpi mortali, per la mia autostima, la mia voglia di vivere e andare avanti. In quella situazione ho ricordato molti racconti di mia madre, mi sono guardata allo specchio e ho visto una donna che non voleva più restare a vivere con un narcisista cronico mascherato da buon uomo. Ho capito che mi stavo accontentando e l’ho lasciato.
Una settimana dopo lui mi ha aspettato fuori dal posto di lavoro, mi ha minacciata di fare “sciocchezze”, così le ha chiamate, poi mi ha inseguita con l’auto, mi ha speronata, obbligata a fermarmi, infine mi ha presa per il collo mentre urlava “è tutta colpa tua, sapevo che quelle come te sono solo pu..ane e cercano uomini stro.zi”. Ed eccolo nella sua versione più autentica di uomo frustrato e misogino. Gli avevo permesso di farmi male, lo avevo ritenuto più rassicurante perché apparentemente bisognoso del mio amore, non avevo capito che proprio questo lo rendeva più pericoloso. Ho dovuto cambiare numero di telefono, luogo in cui dormivo, cercare rifugio presso colleghe mentre uscivo dal lavoro, per scoraggiarlo da ulteriori atti intimidatori. Quando ha telefonato a mia madre urlando che io ero stata cattiva con lui la mia mamma gli ha detto che era felice perché le brave bambine vanno in paradiso ma quelle cattive vanno ovunque. Non credo che lui abbia capito né che avesse memoria di quel vecchio slogan femminista. Io però ho capito. Avevo smesso di desiderare di andare ovunque e mi ero rassegnata a fare la brava bambina.
Mi sono chiesta quante altre erano nella mia stessa situazione e data la cultura attuale credo che in tante si siano rassegnate a non apparire troppo “femministe” per poter vivere un’oncia di plausibile serenità. Può questo essere frutto del contrattacco maschilista? Io credo di sì. Quando abbiamo smesso di voler fare ciò che desideriamo e abbiamo cominciato a cercare di sentirci al sicuro? Per fortuna io avevo mia madre a insegnarmi come recuperare me stessa. E le altre? Stanno bene? Stiamo bene?
Grazie di avermi letta e se pubblicherai.
Ti abbraccio, B.”
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